Lettera aperta di Chiara Santoro. Ai cittadini, alle istituzioni e alla diocesi

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di Chiara Santoro, l’acerba speranza del rinnovamento, dell’abbattimento di alcune inutili e ghettizzanti barriere, eccoci, noi tutti, ricadere nel baratro delle gerarchie, dei dati di fatto, delle norme castranti che implicano divisioni e libertà negate. La breccia nel muro dell’ostilità e della diffidenza per il “diverso” che sembrava essere stata finalmente aperta, viene nuovamente rattoppata, troppo in fretta, con troppo dolore.

Mio zio, don Alessandro Santoro, è stato sollevato dalla cura pastorale della comunità delle Piagge, un quartiere periferico, per non dire marginale, di Firenze che il suo intervento e l’interazione con le persone che qui abitano hanno reso un laboratorio sociale e culturale, un luogo dove il cattolicesimo viene restituito alle sue origini, viene vissuto con una fede creata giorno per giorno grazie alla condivisone e all’amore.

Proprio per questo mio zio è stato sollevato dall’incarico: per aver celebrato il più  bell’atto di amore e giustizia, il matrimonio tra due persone che, cattolici praticanti, per intenderci non come quelli che si sposano in chiesa per le foto e il vestito bianco, volevano vivere il proprio affetto e la loro esperienza nella luce del Signore.

Questo non è stato l’unico atto di amore che mio zio ha reso possibile con il suo operato; ma solo questo si è dimostrato “mediaticamente” rumoroso in quanto andava a disturbare le gerarchie, le immutabili certezze di una Chiesa che cerca nei suoi “orbi pilastri” delle radici di verità in un mondo in cui ha smesso di attecchire. Un terreno arido che si continua a tenere senz’acqua perchè si ha paura di non riuscire a tenere sotto controllo, di non essere in grado di gestire le nuove colture che in questo modo germinerebbero. I pastori che  portano il gregge su questo campo ormai senza vita, senza speranze per l’esistenza attuale, chiedendo obbedienza e sopportazione in vista delle prospere vegetazioni del paradiso; essi temono coloro che hanno imparato a vivere senza rassegnazione nel terreno arido,cercando di ottenere faticosamente qualche filo d’erba, per cercare di vivere insieme al gregge delle piccole gioie e dei momenti di condivisione,

Un uomo come Alessandro Santoro è riuscito a creare una cattedrale nel deserto. In un quartiere allo sbando, tra i rifiuti della nostra bulimica società capitalistica, tra le prove viventi dei danni sociali che essa ha provocato e che erano il cancro di un popolo senza speranze, ha deciso di dedicare la sua esistenza a rendere più degna la vita di queste persone. I mezzi che ha utilizzato sono le più pure parole del messaggio di Cristo: amore, condivisione, ascolto, giustizia. I punti cardini di un messaggio cristiano rivoluzionario che si stagliava e contrapponeva a una società e alle istituzioni che oggi, come allora, lo temevano e lo condannavano.

Don Alessandro Santoro non parla dai pulpiti di marmo, non predica parole vuote di sentimento in  chiese semi vuote, non aspetta che i sacramenti scendano dal cielo, ma li vive in prima persona e crede nell’uomo e nelle sue possibilità di unirsi al messaggio di Cristo, accompagnandosi e accompagnando gli altri nel percorso della vita.

Ha dato una casa a chi non la aveva, ha donato motivi per sorridere a chi mai sarebbe riuscito a farlo, ha regalato momenti di gioia intensa a ragazzini e ragazzine che altrimenti non avrebbero avuto le possibilità di averli. Ha creato una comunità vera, quella base su cui Gesù avrebbe voluto che si fondasse la sua Chiesa, dove sinceri valori di rispetto reciproco e condivisione hanno restituito speranza e fede, quella integra, vera e vissuta, a persone che fino a quel momento erano state lasciate sole dalla società, dallo Stato e dalla Chiesa.

Di tutto questo nessuno ha parlato, nessuno ha mai espresso pubblicamente il suo riconoscimento verso questo pastore che viveva il messaggio di Cristo e lo attualizzava in una società difficile e destabilizzante. Le istituzioni e la Chiesa hanno cercato di rendere ogni difficoltà che Alessandro Santoro incontrava nel suo cammino insormontabile e scoraggiante.

Ora, in perfetta coerenza con il suo intero operato, ha realizzato un gesto di amore e di totale realizzazione della fede tra due persone, cattolici professanti, che intendevano sposarsi secondo il sacramento del matrimonio. Un uomo e una donna che volevano condividere con Dio il proprio amore. Non una “donna nata uomo”, o un “uomo diventato donna”, ma solamente una donna, perchè nulla tranne gli stereotipi e i pregiudizi che pervadono la nostra società e le strutture che la dirigono, come la Chiesa, può negare la sua identità.

E’ quindi in questo modo che uno dei pochi preti che ancora vive umilmente il messaggio di Cristo, per la strada, condividendo povertà e umiliazione, tra i “reietti”  della società viene “allontanato dall’incarico”, come se fosse un tecnico addetto al buon funzionamento di una fotocopiatrice?

Non si tiene conto dell’impatto morale  e sociale di questo gesto ma con estrema semplicità  si liquida  come fosse una questione di obbedienza e di ordine. Viene allontanato come se non avesse svolto bene il suo lavoro, come se non fosse riuscito a ottenere risultati soddisfacenti nel settore che gli era stato affidato, non come  un uomo che ha dedicato la propria vita, ogni aspetto della sua persona, la sua forza fisica, l’intelligenza, il carattere, il coraggio per rendere migliore il destino di persone condannate ingiustamente da una società ghettizzante.

Si solleva dall’incarico un prete che ha osato scardinare le porte delle botole segrete della sua casa, la Chiesa.

In questo modo la speranza si affievolisce, le barriere inutili e nocive che affollano la nostra vita si rafforzano, acquistando  vigore da questa nuova ingiustizia perpetrata verso i più deboli, termine che oggi indica coloro che sono privi di potere economico e politico. Un’altra fiaba sembra chiudersi senza un lieto fine, le utopie sembrano proseguire nel fantasticare mondi migliori, sempre separate in modo sicuro dalla vita reale. Siamo riusciti a farci sfuggire un altro attimo di rinnovamento, un istante di rottura nel corso spersonalizzante della storia, riassorbito immediatamente nelle logiche conformistiche della società in cui viviamo, che, come un materasso di ultima generazione, riesce a tutelare i dormienti da ogni spostamento di peso che fuoriesca dall’equilibrio perfetto in cui viene mantenuto il corpo. Un sistema di pesi e contrappesi, che non sembra poter essere messo in discussione da nessun intervento umano.

Questo però non è  il momento di arrendersi, è proprio nel momento della sconfitta che si riescono a vedere i miraggi di una salvezza, la forza degli animi frustrati e delle menti assopite.

E’ il momento di continuare a sognare… e agire!

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