L’eroe e le parole per (non) dirlo (più)

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Tutti muoiono. Niente è più sconvolgente per il bambino che apprende il terribile destino della vita. La morte, prima o poi arriva. La chiesa si è posta nei secoli come un gigantesco argine istituzionale, psicologico, scenografico, culturale, simbolico, politico a questo naturale deperimento cellulare che alla coscienza vigile dell’uomo pare una negazione della divinità. La chiesa è stata un gigantesco cinema all’aperto per innumerevoli generazioni. Prima che, appunto la varietà delle morti fosse privatizzata dai vari registi, c’era un’unica regia, un unico copione, ma infinite variazioni sul tema.
Se la morte è uguale per tutti la vita non ha sempre lo stesso prezzo. E’ strano che a dare il valore alla vita siano le ultime parole pronunciate sulla tomba del morto. Certo, nel ricordo di ciascuno il morto vive a modo suo. Ma per il pubblico dei viventi, come nei programmi di pallone e in quelli di Minzolini, ha ragione chi parla per ultimo. Resto sempre stupito quando di fronte alle bare di amici morti sento un prete addolorarsi per uno che non conosce nemmeno. Compunto e composto prende a parlare delle sue qualità morali, delle sue meravigliose virtù, della sua modestia, della sua grazia nell’abbassare lo sguardo di fronte al mistero di Dio. Mi capita spesso di guardare stupito gli astanti, che fingono di non sentire, oppure stanno pensando ad altro, oppure semplicemente, sono grati al messo divino per averli sgravati dall’onere di giudicare essi stessi che cosa lascia un uomo che muore.
In fondo, questo è il messaggio, della vita si può dire ciò che si vuole ma della morte solo il Signore può avere qualche voce in capitolo.

Un amico
Così è accaduto ad esempio in occasione della morte di un mio caro amico, un minatore delegato CGIL che era stato eletto dai lavoratori nei cantieri e che era anche un delegato sindacale sui temi della sicurezza, un cosiddetto RLS. Un lavoratore che aveva contribuito con il sudore e le lacrime a sbancare il Mugello per due lustri, e alla fine, l’allegro treno da 300 km/h, lui e i suoi compagni calabresi e meridionali c’erano riusciti a farcelo passare sotto la montagna. Un minatore che si era esposto, e aveva pagato in vari modi. Dai ricatti, alle pressioni, ai consigli interessati, alla solitudine, tutto l’armamentario di dissuasione che chi si “impegna” democraticamente per i propri e gli altrui diritti conosce benissimo. Dopo la fine dei cantieri TAV, e la cassa integrazione, una ditta che si chiama come una lotteria, TOTO, gli aveva fatto firmare le dimissioni in bianco, così, come rompeva i coglioni, un paio di calci e via.
Anche con il sottoscritto, dopo una lunga telefonata si erano interrotti i rapporti. Io credevo che le lotte funzionano solo quando si rappresenta effettivamente qualcuno, e quando questo ruolo di rappresentanza viene meno anche la lotta si sgonfia. Pietro aveva un altro problema al momento. Era disoccupato e con una famiglia lontana; deluso dal sindacato, dal partito, dai suoi amici, da me: chiedeva aiuto e nessuno si era alzato dalla poltrona per tendergli una mano. Pretendeva che qualcuno, a qualunque titolo, lo aiutasse. Gli risultava assurdo pensare che uno si muove solo se rappresenti qualcosa o qualcun altro. Se uno ha bisogno che fai, ti scansi?
La lingua civilizzata dell’intellettualismo militante conosce per questo tipo di atteggiamento tutta una serie di parole che finiscono con –ismo, ma non interessano più nessuno, men che meno il sottoscritto. Come un riflesso pavloviano ne avevo già contate circa una decina di queste parole, e mentre mi esercitavo sull’undicesima mi giunse la notizia della sua morte. In un attimo compresi che non importavano nulla quelle parole e in generale nessuna parola. Quello che contava era solo la sua assenza, pesante, immensa, un buco nero che si apriva nella pancia. Compresi ad un prezzo disumano che Pietro aveva ragione. Si viene al mondo per una pura casualità in una pancia qualunque e si ritorna alla terra secondo destini personali, ma anche seguendo precise traiettorie. Quando una mano è in cerca di appiglio e non lo trova dove dovrebbe essere, quel destino personale si intreccia con una precisa traiettoria. Siamo noi vivi che facciamo la storia dei morti. Per questo i morti ci chiamano e ci richiamano al nostro dovere in un modo che i vivi non sono capaci di fare, e per questo il dolore che una scomparsa così provoca non può trovare acquiescenza nella messa domenicale o nel confessionale. Non ci sarà nessuna resurrezione dei morti per noi.
Ci ripensai e cambiai idea qualche giorno dopo, ma solo a proposito delle parole. Esse non sono inutili, a volte sono dannose.

La guerra di Pietro
Una celebrazione funebre, commossa e partecipata ha visto sfilare almeno duemila persone per le strade incerte e incomprensibili di Pagliarelle, il piccolo paese inventato ai piedi della Sila. (come ci spiegò un giorno un grande vecchio del luogo zu’ Cicciu, Pagliarelle stava per “piccoli pagliai”, che i contadini ammassavano lì come giaciglio per le bestie). Sui muri pieni di necrologi con la foto di Pietro, nel riflesso degli occhi lucidi di un vecchio, nelle parole dal palco, nella piccola piazza infiorata circolava, come un sibilo, un’espressione secca: Eroe.
Maledetta istruzione, maledetta scuola e maledette saghe epiche. Non riesco a farmi entrare in testa quella parola che funziona come una scarica. “Eroe”. Brevemente elettrica, dotata di una potente stratificazione semantica, da lasciare senza fiato anche il più spregiudicato dei filologi.
Ogni comunità umana nel corso dei millenni ha elaborato figure eroiche. In Italia negli anni recenti questa parola è stata ripetuta e ripetuta e ripetuta e ripetuta e ripetuta ancora per i militari uccisi in guerra, oppure per i mercenari uccisi in guerra. Solitamente quando viene ammazzato in guerra “uno dei nostri” è un eroe in automatico.
Ma la guerra di Piero non può essere la guerra di Pietro. Mirabelli non serviva per lauto soldo datori di lavoro interessati ad ammazzare. La guerra Pietro non la faceva per i suoi padroni, ma per i suoi compagni, la faceva all’ignoranza, alla disperazione, alla solitudine, alle condizioni di insicurezza in cui lui e quelli come lui erano costretti a lavorare. La sua guerra la faceva in nome della dignità del lavoro. Ma non è questo il punto. Le guerre sono tutte uguali quando a morire sono degli innocenti, ma quando a morire sono dei colpevoli allora tutto cambia e la guerra assume una varietà di sfumature quasi innumerevoli. Quando poi i colpevoli di una guerra potremmo essere noi, le cose si fanno ancora più complicate. Ad un estremo, essa può persino essere una guerra giusta se una maggioranza silenziosa si macchia di crimini enormi. E allora guerra sia! Ma a morire in questa guerra dichiarata devono essere le parole e non gli uomini. Una guerra contro le parole che miri a disarmarle. Perché non è da morti che bisognerebbe essere chiamati eroi, ma da vivi. Lì vedresti ancora dell’eroismo: l’uomo che dà la mano all’uomo quando questi può ancora ricambiare il favore. Da vivi invece gli uomini si ostacolano l’un l’altro e raramente si aiutano. Da vivo a Pietro gli davano dell’irresponsabile, del pazzo, dell’eccentrico, del pericoloso. Lo scansavano e non andavano a votarlo al suo paese, se mai capitasse che fosse eletto, sai che tragedia! I professionisti della politica gli avevano teso anche qualche trappola, e volevano persino candidarlo con personaggi impresentabili, lontani una galassia da lui per tutto tranne che per la provenienza geografica. Insomma Pietro aveva tutto per essere un eroe tranne la morte.
Pietro era un eroe potenziale e un vero eroe ce lo hanno fatto diventare tutti quelli che, me compreso, lo hanno spinto a schifare questo Paese e a lasciare passo passo, ora dopo ora, minuto dopo minuto, questo Paese senza lavoro e dignità, mettendolo sulla strada della Svizzera, come gli emigrati di antica data. E lassù, raccontava, si stava molto peggio che in Italia, si rischiava ancora di più anche se pagavano meglio. Patria dei soldi sporchi, degli orologi, del cioccolato e dei calci in culo.

Basta eroi
Ma lasciamo stare il destino, la Svizzera che ti accoglie a braccia chiuse, il buco sottoterra. Peggio sarebbe non aprire gli occhi sulla becera retorica dell’eroe. Questa riesumazione del capro espiatorio al contrario. Si piange l’eroe perché la truppa sia mondata dal peccato della colpa di non averlo seguito e difeso e capito. Si invoca l’eroe perché nessuno rischi del suo, lo si piange quando muore più perché manca lo scudo di Achille dal piè veloce dietro al quale proteggersi, che perché si amava l’uomo morto. Molto ho appreso in questo viaggio ai confini della penisola, molto ho imparato della mia vigliaccheria. Ma voglio cominciare a non usare più parole vuote e facili, come quelle dei preti, come quelle dei cronisti del tiggì, come quelle di tutte quelle persone che usano queste parole-totem senza capire che sono queste parole che le tengono prigioniere delle proprie debolezze. Comincio a pensare che i “martiri” di Nassirya, gli “eroi” afgani, i contractors italiani, mercenari che scannano a partita iva, siano davvero vittime, autentici eroi delle nostre paure, prigionieri di parole amorevoli: oggi servitori della patria, domani martiri o eroi. Noi siamo l’ingranaggio collettivo, i mandanti occulti delle loro morti eroiche.
Certo anche qui non tutti hanno la stessa quota di responsabilità.
I pronunciatori di parole mitiche sgambettano felici, mentre qualche Savonarola di turno si “assume la propria responsabilità”. Poiché molti pronunciatori sono immuni da responsabilità anche se dovrebbero sopportarne una gran parte, non pensano nemmeno di dover avere scrupoli morali. Così anche assumersi la colpa non vale niente. E’ come uno che per essere equo e responsabile non consuma più le merci. Se lo fanno in molti, il prezzo delle merci scende e allora in pochi consumano di più di tutti, pagando meno, e godono anche quello che spetterebbe ad altri.

Un uomo libero
Ecco più che il senso di colpa è il furto del godimento che deve armare le nostre intelligenze. Ma non quel godimento estatico dell’appagamento momentaneo, quello invece del contatto, del respiro e dello sguardo, della pelle e della vicinanza, del silenzio e dell’imbarazzo che divide due esperienze di vita ma può unirle in certe condizioni. Il godimento dell’essere-qui-per-te. Non l’essere-qui-per-me. Da quello nasce il senso di colpa. E il senso di colpa si porta dietro il rancore, ti fa scavare gallerie interminabili, senza uscita. Ti fa chiudere. Pietro era depresso ma non aveva sensi di colpa, perché era sempre qui-anche-per-gli-altri. Se riusciva a scaldarsi un po’ ti scaldava anche a te. Pietro a sentirlo parlare e ridere ti faceva bene. Pietro a vederlo piangere per i suoi compagni morti ammazzati dal lavoro che uccide come un killer seriale faceva piangere dal dolore chi lo ascoltava. A vederlo lottare come un leone, a non darsi mai per vinto ti faceva salire la forza nelle braccia e nella testa. In un’intervista che gira su youtube gli ho visto un lampo negli occhi mentre dice che solo i deboli perdono la speranza. Pietro era come un lupo della Sila, un uomo libero, non un eroe.
E alla fine, non ho capito niente di come va il mondo. L’ottusa pietra che uccide un uomo straordinario non è meno colpevole di un proiettile che uccide un giovane manifestante. L’accettazione dell’inaccettabile è ottuso tanto quanto la pallottola e il sasso. Siamo pallottole e sassi. Pronunciamo parole che ci uccidono. Ci uccidiamo seppellendoci di parole mitiche. E le parole poi una volta pronunciate ci soggiogano, ci guidano come fossimo ipnotizzati dal loro suono e dalla forza evocativa che rimbomba in noi. Piangere un Eroe è da Uomini Veri; Uomini veri piangono Veri Eroi. Un Eroe è come un diamante, è per sempre… . Via, lontano da me quel groviglio di contraddizioni, di imprecazioni e di incomprensibili scelte politiche, quella testa calda, quella mela marcia di Pietro Mirabelli! Ora, solitaria, campeggia la sua figura di Eroe. Tutti possono pronunciare beati questa parola: la chiesa che lo esalta e lo mette “nella compagnia dei santi”, come diceva il vicevescovo a Pagliarelle; il pasciuto trombone provinciale assessorale che infioretta avverbi e superlativi elementari; i suoi nemici che gli rendono l’onore delle armi dopo avergli augurato la morte, gli indifferenti, che lo scansavano al bar del paese quando era solo un eroe potenziale, e gli amici come me che si rincuorano di aver conosciuto un Eroe, un vero Uomo, dimenticando tutto quello che vive dietro le parole. Tutti a piangere il morto ammazzato, mentre gli operai che se lo portano a spalla per l’ultimo viaggio, se li guardi in faccia, sono un libro aperto: si cagano sotto dalla paura di passare da eroi.

Stefano Pighini, un amico di Pietro

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