20 settembre 2018

L’elettrosmog corre sui binari

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Ormai da anni all’interno del personale delle ferrovie vengono segnalati casi di potenziali danni da elettrosmog. Paolo Venturini, ex capo tecnico delle ferrovie, con un’esperienza ventennale di misurazioni elettriche di ogni tipo – tanto che adesso compie misurazioni anche su segnalazioni di inquilini costretti a “convivere” a stretto contatto con antenne di telefonia mobile o televisive – ci pone di fronte a dati piuttosto inquietanti: “Su 18.000-19.000 macchinisti si parla già di 6-7 casi di tumore alla mammella in uomini e sappiamo che in condizioni normali questo tumore nell’uomo ha un incidenza di circa 1 caso su un milione di persone. Una delle poche macchiniste, inoltre, si è già ammalata di tumore alla mammella”.

A La Spezia è in corso un processo per il decesso di un macchinista sempre per tumore.
Sotto accusa sono i nuovi modelli di motrice 402 A e ETR 500 che utilizzano processi di trasformazione della corrente che alimenta i motori. Su tali modelli sono state tolte alcune resistenze e spazzole presenti sulle motrici precedenti. “La vecchia E 444 “tartaruga”– dice sempre Venturini – a parità di energia prelevata dai cavi aerei aveva il reostato, unito ai motori di trazione complessi e ad alcuni servizi ausiliari che richiedevano una manutenzione elevata, quindi molto personale, visite, attrezzature. Con i sistemi delle nuove motrici abbiamo una manutenzione solo meccanica (per usura e difetti riguardanti i motori), ma c’è questo nuovo problema elettromagnetico”.
Un problema di grosso calibro, come citato anche durante il primo incontro di livello nazionale sul tema “Elettrosmog-Ferrovie” tenutosi a Firenze lo scorso settembre: considerata l’elevata potenza sopportata dalle nuove locomotrici, infatti, rilevazioni fatte in tutta Italia sembrano aver misurato livelli altissimi di elettrosmog in cabina di guida. Niente ancora ha dimostrato la diretta relazione tra i casi di tumore e i nuovi sistemi di trazione, ma il sospetto è legittimo, dati i numeri e soprattutto in vista dei programmi di ulteriore rafforzamento della potenza dei mezzi ferroviari.

Morti nella media
Ai cantieri dell’Alta Velocità sulla tratta Firenze-Bologna si continua a morire: pochi giorni fa è deceduto, dopo 9 giorni di coma, il carpentiere campano Giovanni Damiano di 42 anni vittima di un incidente nel cantiere di Vaglia. Pochi giorni prima era morto, sul lato bolognese della tratta, un altro minatore dipendente da una ditta in subappalto.
Ai microfoni di Controradio, Manola Cavallini, segretaria provinciale FILLEA-CGIL sembra accorgersi della gravità della situazione di fronte al secondo morto tra i dipendenti CAVET nello stesso cantiere (nel 1999 vi perse la vita Pasquale Costanzo, 23 anni). “Mi chiedo – ha dichiarato la Cavallini – se è solo un caso che su 6 cantieri aperti i morti siano sempre nel solito. Gli infortuni stavano calando e stava calando anche la gravità e la frequenza degli incidenti’’.
Ancora non ci è noto quali dati abbiamo dato tanto ottimismo alla FILLEA CGIL di zona e quali abbiano loro consentito di parlare, anche ai nostri microfoni, dei cantieri della tratta FI-BO come di quelli più sicuri d’Europa. Alcuni mesi fa, infatti, la stessa Cavallini ci confermò che lungo la tratta si era registrato un numero di morti ben inferiore a quello atteso in base ad una fantomatica media di riferimento che si aggirava intorno ad “un morto per ogni km di avanzamento in galleria” (Altracittà n° 5/2002 o http://www.altracitta.org/infodetail.asp?InfoId=482).
Sta di fatto che da tempo chi si occupa delle condizioni di lavoro intorno all’Alta Velocità e non è abituato a fare distinzioni tra i contratti (CAVET e non) dei minatori colpiti si trova di fronte ad un bollettino ben più triste: sono ormai 6 gli incidenti mortali legati ai lavori dei cantieri (2 vittime di incidenti stradali e 4 minatori).
Resta solo da sperare che davvero qualcosa si muova prima che ci si avvicini a certe statistiche di riferimento.

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