Le storie di dentro

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Incontrare i detenuti e farsi raccontare le loro giornate: questa l’idea del progetto “Dentro le storie”, curato da un piccolo gruppo della Comunità delle Piagge che dall’inizio dell’anno ogni sabato varca le porte del carcere di Sollicciano. Grazie all’articolo 17 del regolamento carcerario, è possibile essere ammessi come volontari dentro il carcere, e sono varie le associazioni che svolgono all’interno attività sportive o teatrali o di consulenza legale.
Perché scegliere questa forma di dialogo con i reclusi? “Perché mancava, – ci ha spiegato Elisabetta, una delle volontarie – mancava la possibilità di raccontare e raccontarsi a chi sta fuori”.
Come si svolgono questi incontri? “Noi abbiamo scelto di incontrare persone delle Piagge o con un legame col quartiere, o che magari hanno chiesto un inserimento lavorativo qui nella Comunità. Questo per creare un rapporto anche tra loro. Sono circa una decina, italiani e stranieri, alcuni al penale, altri al giudiziario. Ogni sabato alle 15 ci troviamo a Sollicciano, in una delle stanze adibite ai colloqui. A volte dobbiamo aspettare perché la stanza è occupata, oppure le persone tardano ad arrivare dalle celle. Poi fino alle 17 possiamo fare la nostra conversazione”.

E di cosa parlate? “Di solito partiamo dal racconto delle giornate, o di particolari eventi, una lite, un problema sanitario. È più facile che parlino in generale piuttosto che di cose personali, soprattutto all’inizio. Noi facciamo poche domande, cerchiamo di non essere invadenti, non chiediamo mai per esempio perché sono dentro. La loro storia passata viene fuori un po’ per volta, se lo desiderano”.
Quando è nata questa idea? “Nel 2004 Il Muretto e Pantagruel hanno curato un corso apposito, ‘Volontariamente in carcere’, che doveva formare dei volontari per Sollicciano. Da allora ci sono state alcune visite all’ambiente e colloqui singoli, magari con Alessandro (Santoro, n.d.r.) o Giuliano Capecchi di Pantagruel, che avevano già esperienza. Nel frattempo poi alle Piagge è arrivato Mimmo… l’incontro con lui e con la sua necessità di raccontare, per liberarsi e per dare un senso alle esperienze vissute, ci ha convinto che era giusto dare questa forma al progetto. I carcerati raccontano, noi ascoltiamo e prendiamo appunti. Dopo un po’ facciamo rileggere a loro quanto abbiamo scritto, e i nostri appunti diventano come uno specchio, dove si rivedono, con i frammenti dei loro racconti riordinati e rimessi a posto…”

Ma queste storie che scrivete usciranno dal carcere? “Sì, l’idea è di metterle insieme ed elaborarle ad esempio per una lettura nelle scuole. Ci sono ancora troppi ragazzini che pensano alla prigione come un luogo ‘mitico’, dove c’è gente dura, forte, dove si fanno esperienze. È importante che sappiano da chi ci sta dentro che la realtà è un’altra cosa”.

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