Le Piagge, vite isolate senza una piazza

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di Claudia Riconda, da Repubblica del 6 marzo 2005

Si può vivere senza. «Ma è una grande fatica». Don Santoro la conosce, la respira, ci lotta da dieci anni. Da quando è arrivato alle Piagge e s´è smarrito: «Cercavo la piazza. Un centro dove convergessero le case e le vite. Non c´era. Proponevo ai ragazzi di via Liguria di fare qualcosa con quelli di via Marche o di via della Sala. Ma non esisteva dialogo, non si parlavano. Ogni strada era un mondo isolato dagli altri. Tre chilometri e mezzo di microcosmi paralleli». Si sopravvive anche senza una piazza, ma crescere con è un´altra cosa. «Dà il senso di unione, di scambio, tra le persone e le generazioni. E´ nella piazza che si sviluppa la vita di un quartiere. Se non c´è, il legame non si crea. Non ci si considera parte di un tutto. Qui ognuno sente le Piagge come il mondo di qualcun altro».

La gente si è abituata a quest´assenza, ma non rassegnata. Ci sono nati senza la piazza. Non gliel´hanno mai costruita, non gliel´hanno mai neanche pensata. Alla fine degli anni Settanta gli urbanisti presero questo pezzo di terra stretto tra la Pistoiese e l´Arno, disegnarono le case, e dandole un letto condannarono la gente a vivere in quei mondi paralleli. Un blocco di case, una strada, un altro blocco, un´altra strada. Tante stecche parallele appoggiate al fianco di via Pistoiese, una lunga fila di balene spiaggiate che si voltano la schiena. Un pugno di panchine e altalene ad annaspare nel verde, esagerato, solitario. La stessa anonima filosofia di tante periferie italiane, come lo Zen di Palermo: un dormitorio, case popolari e parcheggi. La piazza no, non era prevista. Socializzare, un intralcio.

Non c´è neanche oggi: il grande spazio comunitario per tutti e di tutti, con le mamme che guardano dalla finestra i figli giocare, i palazzi a fare da braccia che stringono e proteggono. Le strade continuano a non guardarsi, via Veneto, via Umbria, via Marche, via Liguria, ci si va in macchina, farle a piedi è scoraggiante, tanto sono lunghe e poco intime. I gruppi di ragazzi si ritrovano ancora sotto i condomini. I palazzi verniciati di fresco di alcune ‘navi’, con i balconi rifatti e le terrazze blu, mortificano i blocchi di case che ancora devono essere ristrutturati, con le crepe nei bagni e una parabola per ogni finestra. Però oggi, in quello che don Santoro chiama «un pezzo di umanità affaticata», i mondi sono meno paralleli. Il sangue comincia a circolare anche senza la piazza, senza quel muscolo centrale. Batte nei tentativi, nella volontà di ricrearla dove si può, dove se ne intravede un´idea. Non è detto che sia uno spazio fisico, anche un gruppo di persone può diventare piazza. Lo sono diventati i ragazzi che intorno a Santoro hanno fatto di un prefabbricato bianco di via Lombardia un centro sociale vitale e combattivo: il Pozzo è nato con l´idea di dare la parola alla gente del quartiere, e la parola ora è diventata azione e partecipazione, corsi di scuola per chi non ha studiato, si insegna giardinaggio e si coltivano piante, si mandano i ragazzi in giro per il quartiere a fare i reporter, si raccattano e si riciclano oggetti usati, si pensa si scrive e si stampa un giornale di periferia, l´Altracittà, 4 mila copie, 500 abbonamenti. In una parola: si resiste. «Oggi la vera piazza delle Piagge è questo centro sociale» dice Cristiano Lucchi, direttore dell´Altracittà, che per sei anni ha fatto l´educatore di strada qua.

Quello che la vecchia generazione ha perso, crescendo orfana della piazza, la nuova la sta recuperando. Tentativi, appunto. Parla di questo anche l´anfiteatro, in fondo a uno degli ultimi blocchi, una buca nel verde, che d´estate si anima quando il prete viene a dire messa all´aperto, e in occasione delle feste. Sempre più rare, però, ora che il ballo si organizza al centro commerciale della Coop aperto cinque anni fa. In quel rettangolo fasciato dai negozi che qualcuno chiama piazza. Una fontana, otto panchine in travertino, ovunque ti giri negozi, carrelli della spesa, musica da duty free in sottofondo e annunci di grandi sconti. All´ora di pranzo i commessi in pausa a mangiarsi un panino, nel pomeriggio gruppi sciolti di ragazzi che ciondolano da un angolo all´altro, a fare le vasche, avanti e indietro, come in via Calzaioli. «Le mie amiche ci passano ore, a far niente. Io mi ammazzerei» dice Sabrina, sedici anni, che è di Peretola, qui di passaggio. Un posto pulito, illuminato bene, ma dove la vita è scandita dagli orari e dalle offerte del centro commerciale, alle nove si chiude. In America hanno già trovato un nome per questa generazione di giovani: i «mall boys», i ragazzi dei centri commerciali delle sconfinate metropoli americane. Adesso anche le Piagge ha i suoi. A qualcuno sembrano anche pochi. I commercianti dei negozi si lamentano: «L´amministrazione comunale e la Coop stanno lasciando morire questo centro: quando abbiamo aperto eravamo 21 negozi, adesso siamo rimasti in 13. Con la crisi economica, la gente spende meno, ma i prezzi troppo alti dell´affitto dei fondi non ci permettono di abbassare quelli di vendita, e così molti hanno dovuto chiudere». E con i bandoni tirati giù, si spiega, i giovani hanno meno interesse a venire al centro: «Se i negozi chiudono, il ragazzo non compra più l´occhiale di moda, le scarpe da ginnastica griffate, lo slip famoso che spunta fuori dai jeans» dice una commerciante.

Si guarda al futuro. Ai 50 milioni che il Comune investirà per riqualificare il quartiere, tra cui il centro giovani in costruzione in via Lombardia. Due i progetti che dovrebbero ridare vita alle Piagge. «Il non aver previsto in passato una piazza di quartiere, non esime oggi dal rimediare» dice l´architetto Gianni Pettena: «Si faccia, tenendo presente il bisogno di qualità che hanno le periferie: si tolgano dal centro quegli abbellimenti non necessari, penso alle sculture in piazza Ferrucci, alla palla di Pomodoro in piazza Poggi, alla fontana di Firenze Certosa, alle molle di Novoli, e si mettano là dove la qualità è assente». Prima di abbellire, occorre però ripensare. I due progetti, quello affidato dal Comune allo studio De Carlo, e quello europeo Luda, lo stanno facendo: ipotizzando nuova viabilità, centri sociali, ludoteche, parchi, scuole. Ma entrambi vivono lo stesso paradosso o condanna delle Piagge: sono paralleli. Hanno gli stessi obiettivi, ma potrebbero non integrarsi mai. Nel progetto De Carlo, come spiega l´architetto Antonio Troisi, che sta lavorando al piano guida delle Piagge, la piazza ci sarà: «Anzi: vista l´ampiezza dello spazio, ce ne saranno almeno tre, nei punti in cui le strade, una volta riorganizzata la viabilità, si incroceranno: accanto a una nuova scuola, al centro giovani, e dove ci sarà il mercato». Quello che conta è fare insieme, ascoltando gli abitanti, affidando loro la gestione degli spazi, insiste Santoro: «Che la gente sia proposta di qualcosa e non utente di qualcosa».

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