Le Piagge, un postaccio?

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C’è un luogo comune dominante nel parlare delle Piagge. Questo quartiere viene spesso associato a espressioni negative. Chi ne parla, siano essi amministratori, giornalisti o semplici cittadini fiorentini che forse raramente si sono fermati da queste parti, utilizza frasi che ne evidenziano solo gli aspetti peggiori: degrado, criminalità, violenza, squallore.
A fine agosto le periferie di tutta Italia sono state al centro dell’attenzione dei mass media. Dopo la tragedia di Rozzano, dove in un regolamento di conti hanno perso la vita quattro persone, le periferie sono tornate alla ribalta come lo scenario più logico per tutti gli episodi criminali: delitti, furti, spaccio, rapine. Il luogo dove trovare la spiegazione a tutti i mali della nostra società.
“Le Piagge sono un sinonimo. Del brutto della vita della città, del difficile dello stare insieme. Di trascurato, degradato, umiliante, faticoso”. Con queste parole iniziava un articolo apparso su Repubblica in quel periodo.
Per andare oltre questa superficialità di comodo, abbiamo chiesto l’opinione di tre studiosi che in più occasioni hanno analizzato dal punto di vista architettonico, urbanistico, culturale e sociale i problemi dei quartieri “difficili”: Giancarlo Paba, direttore del dipartimento di Urbanistica dell’Università di Firenze; Alessandro Margara, presidente della Fondazione Michelucci; Nicola Solimano, ricercatore e coordinatore delle attività della Fondazione Michelucci.

È davvero tutta colpa della periferia?
“Parlare di periferia non ha senso – afferma Paba – almeno non nel significato che siamo soliti dare a questa parola. Generalmente tendiamo a individuare la periferia in un luogo fisico ai margini della città. In questo senso è un termine improprio. E poi non è vero che il centro è bello e la periferia è brutta. Ci sono nel centro di Firenze luoghi in cui domina il degrado sociale e fisico, penso per esempio alla zona intorno alla stazione di Santa Maria Novella. Se devo pensare a un luogo squallido di Firenze, il primo nome che mi viene in mente non sono certo le Piagge, ma piuttosto Via Tornabuoni, soprattutto di notte. È una strada morta dove non passa nessuno e dove non è presente nessuna attività o relazione sociale. Un’unica funzione, quella commerciale, ha annullato tutte le altre e per la gente comune è diventata una strada ostile”.
Dello stesso avviso è Solimano: “Non necessariamente i luoghi critici coincidono con la periferia fisica. La crisi di un territorio è legata ad un insieme di fattori, di tipo fisico ma anche sociale e culturale. A Firenze, come in molte città, la gerarchia di valori tra centro e periferia è saltata, a volte invertita. Per esempio l’Isolotto e in parte le Piagge esprimono un’identità della comunità locale che invece si va perdendo in alcune zone di San Frediano o di San Lorenzo, per via del degrado del patrimonio edilizio ma anche a causa di fattori sociali”.

I contratti di quartiere, che puntano a una modernizzazione delle abitazioni e il Piano di Recupero Urbano che cerca di sviluppare le infrastrutture, sono gli strumenti utilizzati dall’amministrazione comunale per cercare di migliorare la realtà delle Piagge. Gli interventi sono adatti? Le soluzioni soddisfacenti?
“L’idea dei contratti di quartiere di per se è buona, – risponde Margara – ma la realizzazione concreta è stata deludente. Certo, alcune colpe vanno ricercate nei tempi troppo stretti imposti dal bando di concorso che ha così impedito una vera partecipazione. Ma questo non deve essere un alibi. Mancano interventi coordinati che affrontino in un quadro organico la complessità del quartiere.”
Per Paba, l’errore più grande è quello di “non avere pensato a rianimare il piccolo tessuto urbano. I grandi centri commerciali rappresentano recinti per il consumo (come i Gigli) e per il tempo libero (i cinema multisala tipo Warner Village), ma non aiutano a ricreare quel tessuto sociale di relazioni e quel reticolo di interscambi che sono alla base dello spirito di comunità e di identità sociale. All’atto pratico gli interventi dell’amministrazione sono carenti su due aspetti: l’integrazione delle politiche e il coinvolgimento della gente. Nel resto d’Europa (Londra, Berlino, Parigi) la rivitalizzazione della città parte proprio dalle periferie”.
E guarda agli esempi nel resto d’Europa anche Solimano: “A Londra è stato realizzato uno straordinario intervento di recupero in un quartiere popolato prevalentemente da immigrati. La rigenerazione di Tower Hamlets si è basata su un coinvolgimento comunitario degli abitanti negli interventi previsti. E attraverso il loro aiuto sono stati costruiti un centro culturale, una sede per l’avviamento lavorativo, palestre e luoghi ricreativi. Un modello complesso che andrebbe imitato e seguito anche qui in Italia”.

Quali soluzioni, alternative e strategie operative proporre per le Piagge?
“La prima cosa che va compresa – inizia Margara – è che l’emarginazione non dipende dal territorio. L’esclusione sociale non necessariamente è una causa delle scelte urbanistiche ma la conseguenza di inadeguate politiche sociali. Le soluzioni di tipo abitativo si devono affiancare a un progetto culturale che offra agli abitanti una prospettiva per il futuro”.
“La mancanza dei servizi rimane il problema più grave. – sottolinea Solimano – Le istituzioni devono gestire i problemi del quartiere in modo integrato, da un punto di vista urbanistico, sociale, abitativo e culturale”.
“Il territorio è una risorsa. Ovunque, anche alle Piagge. – conclude Paba – È necessario individuare le risorse ambientali, urbanistiche, storiche, umane e lavorare su quelle per svilupparne le potenzialità. La città è un organismo vivo, non esistono territori perduti. Gli abitanti contribuiscono a trasformare il quartiere ma devono essere coinvolti nella progettazione. Se gli spazi collettivi non vengono pensati insieme a loro e in funzione dei loro bisogni non verranno mai utilizzati ma rimarranno luoghi vuoti e inutilizzati”.

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