Le osservazioni dei cittadini al Piano Strutturale: tra speranze democratiche e dubbi sulla partecipazione

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In chiusura dello scorso mandato amministrativo è stato adottato il Piano
strutturale, che è alla libera visione della città sino a mercoledì
prossimo. I fiorentini possono proporre rilievi per arricchire la
discussione del Consiglio comunale. Chiunque sia interessato a proporre
modifiche a quanto contenuto nel Piano Strutturale deve inviare con
raccomandata con ricevuta di ritorno o depositare di persona una lettera
entro il 2 marzo indirizzata al sindaco oppure alla segreteria generale in
Palazzo Vecchio o alla direzione urbanistica in via Andrea del Castagno 3.
L’obiettivo della presente legislatura è avviare la formazione dello
strumento operativo, il Regolamento urbanistico, che traduce in misure
applicative i precetti del piano.
Il Piano strutturale sarà messo in atto con le risorse derivanti dagli
annuali bilanci, gli ultimi dei quali si sono concentrati però sul
contenimento dei danni da tagli emergenziali ai trasferimenti e dalla
limitazione dell’autonomia impositiva. Negli ultimi tempi cioè, al priorità
è garantire la qualità dei servizi erogati, pur operando scelte dolorose di
razionalizzazione della spesa, già ridimensionata. E’ essenziale condividere
le politiche con i 600.000 abitanti dell’area fiorentina senza dar loro un
senso punitivo. La soluzione prescelta è stato il percorso allargato del
Programma di mandato, elaborato in due mesi di discussione, iniziati nel
Consiglio comunale del 19 ottobre e conclusisi il 20 dicembre con il
dibattito e il voto sul documento.
Il Programma della Giunta ha cercato di proporre un piano degli investimenti
consapevole delle reali possibilità di indebitamento, per evitare di creare
aspettative non realizzabili.
A lungo termine si guarda a nuovi stumenti di partecipazione, anche se
l’idea più interessante emersa nel documento approvato dal Consiglio
comunale pare quella di rivitalizzare la funzione dei Consigli di Quartiere,
quali luoghi per la promozione civile, sociale e culturale.
Fondamentale anche il rapporto tra partecipazione e informazione, tra
dialogo e comunicazione. Al centro il tema della Rete civica in funzione di
coordinamento di relazioni e attività, con ambiti tematici per terzo
settore, volontariato e associazioni. Con l’augurio che questa rivoluzione
della nostra cultura informativa non si limiti ad un semplice trasferimento
di tecnologie, ma sia tesa a sviluppare la comunicazione biunivoca con i
cittadini, ai quali sia consentito, nonostante la morte dei partiti di
massa, di continuare ad essere parte dei processi di scelta delle politiche
pubbliche, con meccanismi di verifica democratica dei risultati.
Nel documento si accenna a forme di governance per gestire la qualità
pubblica degli interventi privati e si suggeriscono interventi di
decongestione degli spazi per valorizzare i vuoti urbani come parte di un
processo di riacquisizione del territorio. Però le linee programmatiche
prendono avvio non casualmente dal tema delle nuove infrastrutture, dei
grandi lavori, dell’assetto urbanistico. E’ questo il centro della visione
politica del programma di mandato? Ma l’accezione neutra di parole come
‘nuovo’, o ‘efficiente’ bastano a giustificare una politica? E questo
progetto di ‘decongestionamento della città’ quali mutazioni potrà innescare
nel tessuto collettivo? Infatti nell’elaborato segue, ma in mezzo c’è un
vasto non detto, qualche inquietudine sulle relazioni tra gruppi sociali.
Che cosa generà questa preoccupazione? Non è esplicitato. E come si risolve?
La soluzione è un’idea ‘transitiva’ dell’azione sociale espressa da termini
quali ‘governare l’innovazione’, azioni quali la coesione e l’inclusione che
non portano con se un’accezione interattiva della realtà. Insomma
un’intervento pubblico dall’alto che mette le persone in condizione al
massino di ‘trovare posto’, di ‘riconoscersi nei processi’. Infatti lo
strumento principe non è la partecipazione, ma, in alternativa, il welfare.
In questo processo di sviluppo senza alternative gli interlocutori reali
sono i proprietari delle aree industriali dismesse, i realizzatori di
infrastrutture viarie e ferroviarie, l’imprenditoria privata dalla quale ci
si aspetta persino la soluzione del problema abitativo. Il dubbio è che
piuttosto che di sviluppo stiamo parlando di ridefinizione delle funzioni di
pubblico e privato sul territorio. Mentre i sistemi di garanzia a cui si
accenna (consulte, osservatori, o forum) rimangono in una dimensione ancora
vaga e idealizzata.

Nicola Novelli, Nove da Firenze

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