10 dicembre 2018

Le economie solidali al centro dell'azione di governo

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L’Unione ha vinto le elezioni regionali ed è maggioranza nel paese. Viva l’unità del centro-sinistra allora. Ma sinistra critica e centro riformista devono stare uniti solo per battere Berlusconi? In questo momento è fondamentale, ma se guardiamo oltre, al futuro del nostro pianeta e dei popoli che lo abitano, ad iniziare dai nostri territori, questa motivazione sembra riduttiva. L’Unione deve essere capace di un programma innovativo forte, alternativo al berlusconismo/liberismo sia nelle politiche proposte che nelle pratiche utili a promuoverle.

Naturalmente un’idea di futuro esiste già, sono molti gli spazi e i luoghi dove agire nuove prospettive economiche che mettano al centro la persona e l’ambiente anziché i profitti a breve-medio termine della corporation di turno. Basti ricordare la grande esperienza del World Social Forum che oggi, aldilà dell’appuntamento annuale, è ramificata in decine di Forum territoriali e tematici. Ma non solo, appena chiuse le urne delle regionali apriva alla Fortezza da Basso di Firenze Terra Futura, la Fiera delle Sostenibilità, un luogo dove le cosiddette ‘utopie concrete’ sono a disposizione di quei decisori pubblici e privati che hanno la volontà e l’opportunità di dare un futuro all’Umanità. Quello che al momento sembra mancare è un collante in grado di permeare e rendere solidi questi contenuti all’interno del programma prodiano in elaborazione nella Fabbrica bolognese. E’ un’idea di futuro, quella sostenuta dalla società civile a Firenze e in Toscana, che difende il welfare e promuove i diritti, che disarma l’economia per costruire la pace, che protegge l’ambiente e tutela l’ecosistema, che accredita la leva fiscale come impulso per lo sviluppo dei diritti e della coesione sociale, che lega le vicende nazionali alle politiche di giustizia ed equità globale.

E’ giunto il tempo di definire programmi comuni per un futuro sostenibile per tutti, in tutto il mondo, programmi che possano essere sostenuti dalla maggioranza degli elettori. Il diritto alla pace, alla salute, all’istruzione, all’acqua, al lavoro, alla casa, all’accoglienza per i migranti sono diritti che non è possibile barattare in nome di una governance del liberismo. E’ compito allora dei partiti dell’Unione, vitali per la costituzione di un Parlamento, e dei movimenti che sono riusciti a sovvertire l’agenda ufficiale del pensiero unico, promuovere quanto prima un’iniziativa politica comune che rimetta al centro con forza questi temi. Guardando ai risultati elettorali, ad iniziare dalla Toscana, il tempo di un lavoro comune è giunto. In Toscana, terra del Social Forum, le buone politiche governative sono state premiate e si è consolidata la sinistra critica. Con questa massa di voti e di consenso l’Unione può decidere di volare alto, di lasciare una volta per tutte dietro di sé il timore di non essere compresa dalla parte cosiddetta moderata dell’elettorato attivo. Ma qual è il territorio concreto, che Rete Lilliput ritiene ineludibile per sovvertire un sistema economico di morte, dove misurarsi insieme – partiti, istituzioni, società civile e imprese – per definire un’alternativa forte e credibile all’attuale situazione?
A livello internazionale, con punte di eccellenza nel nostro paese, si stanno sempre più affermando le Reti di Economia Solidale, ovvero circuiti economici in cui le diverse realtà di economia solidale presenti sul territorio si sostengono a vicenda creando insieme spazi di mercato finalizzato al bene comune. I principi sui quali si basa la Rete italiana di Economia Solidale mirano a nuove relazioni tra i soggetti economici, fondate su principi di cooperazione e reciprocità ma sopratutto su condizioni di lavoro, salute, formazione, inclusione sociale, garanzia di beni e servizi essenziali in grado di rispettare la persona e l’ambiente. La partecipazione democratica è la base condivisa di lavoro e attraverso la disponibilità a entrare in rapporto con il territorio e con le altre realtà dell’economia solidale si pone come obiettivo economico quello di reivenstire gli utili per scopi di utilità sociale.
Il luogo dove sperimentare queste forme di collaborazione e di sinergia per un modello economico che pratica modalità opposte a quello dominante della globalizzazione neoliberista, sono i Distretti di Economia Solidale, ovvero dei veri e propri laboratori dove misurarsi alla pari per un’economia equa e socialmente responsabile, che abbia una piena sostenibilità ecologica, sia nell’uso di energia e materie prime che nella produzione di rifiuti, in grado di valorizzare la dimensione locale, dando la priorità alla produzione e al consumo delle risorse del territorio, sia in termini di materie prime ed energia, che di conoscenze, saperi, pratiche tradizionali, relazioni e partecipazione a progetti locali.
All’interno dei Distretti troviamo le imprese dell’economia solidale; i consumatori dei prodotti e servizi dell’economia solidale; i risparmiatori-finanziatori delle imprese e delle iniziative dell’economia solidale; i lavoratori dell’economia solidale; gli enti locali che intendono favorire sul proprio territorio la nascita e lo sviluppo di esperienze di economia solidale; i Centri di Ricerca, le Università e tutti coloro che utilizzano prioritariamente beni e servizi forniti da altri membri del Distretto stesso, che promuovono in modo sinergico la cultura dell’economia solidale, degli stili di vita sobria e del consumo critico.
Un sogno? Forse no. Le risposte che il governo del nostro paese riesce a dare alla grande crisi economica figlia di rinnovati rapporti di forza all’interno del sistema economico globalizzato sono evidentemente insufficienti se non velleitarie. Ma il futuro, auspichiamo, governo dell’Unione saprà fare meglio? E come?, se la precendente esperienza di governo del 1996-2001 ha mostrato un grande lavorio nella governance dell’attuale sistema economico ma nessuno slancio per cambiare realmente una situazione dove il Nord sfrutta e tiene lontano da uno sviluppo utile anche per popoli il Sud del mondo?
Qui la pressione dei movimenti deve saldarsi con il tessuto economico del territorio. I partiti e le istituzioni faticano a rispondere alle richieste della società civile perché sono terrorizzate dal perdere quel rapporto diretto con il mondo dell’economia reale, quello delle circa 100.000 partite iva presenti in Toscana. L’impresa allora, per chi lotta per un mondo più giusto costruito dal basso, non va vista come nemica ma come agente del cambiamento. Ciò è possibile, soprattutto in Toscana, per due motivi. Il primo poggia sulla mancanza di risposte all’attuale momento di recessione. Nessuno adoperando i ‘vecchi arnesi’ dell’economia sa come uscirne. Parlare di innovazione è giusto, ma mancano i soldi per innovare realmente i prodotti e i servizi. Dall’altra, anche per il prezioso lavoro portato avanti dalla Regione Toscana, si è innalzato il livello di sensibilità culturale ed economica delle aziende del nostro territorio. Basti pensare che il 10% delle aziende certificate eticamente con la SA8000 al mondo sono toscane; o come il nostro territorio sia all’avanguardia per quel che riguarda la certificazione ambientale Emas ed Ecolabel; o come stia affacciandosi per la prima volta in Italia, proprio nella nostra regione, il ‘green procurement’, ovvero gli appalti verdi sulle forniture agli enti pubblici; da pochi mesi è inoltre attivo il laboratorio Felafip che prevede la certificazione sociale di oltre 700 aziende nel settore della conceria.
In Italia le Reti di Economia Solidale sono già attive in molte città seppur in fase sperimentale: Torino, Milano, Treviso, la Brianza, Verona, Fidenza, Senigallia, Bologna, Roma, Como e altri laboratori stanno decollando in questi mesi. Queste esperienze, pur nella loro varietà e parzialità, sono accomunate dal tentativo di ri-costruire le regole locali dello sviluppo, ridefinendo il ruolo degli attori locali (istituzionali, economici e sociali) all’interno di progetti locali caratterizzati da scelte sostenibili, eque, solidali e partecipative.
Prima di chiudere, con il desiderio di dare un quadro di fattibilità a questa proposta, credo sia necessario dare qualche cifra che può spingerci a lavorare con ottimismo in questa direzione. Il 50,5% degli italiani compie scelte di consumo critico. Le ‘intenzioni d’acquisto’ degli italiani rappresentano un mercato potenziale di notevoli proporzioni. I consumatori critici sono soprattutto donne e hanno un’età compresa tra 35 e 44 anni. Il commercio equo cresce a ritmi cinesi, la centrale d’importazione italiana CTM Altromercato è la seconda al mondo; i gruppi di acquisto solidali stanno letteralmente esplodendo ovunque; la finanza etica è un imperativo per sempre più famiglie che sfuggono alle banche armate e sostengono progetti di solidarietà attraverso Banca Etica o le Mag. Nel 2003 Banca Etica ha raccolto 252 milioni di euro di risparmio, ed ha accordato oltre 150 milioni di finanziamenti. Le organizzazioni di turismo responsabile sono passate in un anno da 65 a 140 (e la Toscana potrebbe essere maestra in questo settore). Si moltiplicano ovunque nel nostro paese manifestazioni e fiere per un futuro migliore dalla su citata Terra Futura alla Festa dell’Altreconomia voluta dall’Autopromozione Sociale del Comune di Roma; da Tuttunaltracosa, la fiera delle botteghe del commercio equo e solidale alla Giornata del non acquisto; dalla Critical wine alla Settimana dell’impronta ecologica. Solo un mese fa è uscita l’edizione toscana di ‘Fa’ la cosa giusta’ che mette insieme centinaia di realtà del nostro territorio, molte imprenditoriali, sostenibili dal punto di vista sociale e ambientale.

Che fare allora? In Toscana l’Unione, che a livello nazionale si appresta unitariamente a sostituire il pessimo Berlusconi, dispone dei due terzi del consenso elettorale. Questo alto consenso può trasformarsi in una grande opportunità per perseguire quelle dichiarazioni d’intento, utili e condivisibili, presenti nei programmi elettorali dei vincitori. Basta parlare e scrivere di economia di giustizia, di sostenibilità, di nuovi rapporti Nord/Sud, è giunta l’ora di praticare politiche nuove per realizzare queste opzioni nelle pratiche di tutti i giorni. Solo insieme, grazie al prezioso apporto della società civile organizzata, è possibile farcela.

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