15 dicembre 2018

Le ronde e l’identità nazionale

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di Nadia Urbinati

La cultura politica che fa da collante delle norme che compongono la nuova legge sulla sicurezza è l’intolleranza e l’idea illiberale che la cittadinanza sia un privilegio che può essere usato a discrezione della maggioranza allo scopo di individuare e allontanare o colpire i nemici della nostra “civiltà”. Chi abbia voglia e tempo di scorrere i vari blog che commentano (e molto spesso difendono) la legge potrà trovare due argomenti che tornano regolarmente: innanzi tutto che l’istituzione delle ronde è un provvedimento che intende far fronte non tanto alla sicurezza in senso generico, ma invece al rischio di insicurezza che viene dagli immigrati, un rischio che infatti si presume alto nelle aree metropolitane dove gli immigrati vivono più numerosi; in secondo luogo che questi provvedimenti “duri” siano una risposta legittima della nazione italiana nel tentativo di difendere la sua propria identità cristiana. Il paradosso di questi due argomenti è che contengono un messaggio che mette in evidenza la debolezza, non la forza, della nostra identità nazionale. L’esatto contrario di quanto la propaganda di governo proclama.

Il primo argomento è frutto di un ragionamento che è assolutamente pregiudiziale oltre che facilmente disposto al razzismo: esso presuppone una relazione causale tra la sicurezza e la presenza di persone riconoscibili come non italiani. Ma occorrerebbe riuscire a capire quali dati esteriori verranno utilizzati per decretare a occhio nudo – quello delle ronde – chi è italiano e chi no, visto che gli italiani non sono propriamente tutti alti, biondi e con gli occhi azzurri, né che d’altra parte tutti gli extra-comunitari sono vestiti con tuniche o turbanti. L’assunto che sta dietro questa brutta legge è che il dato esteriore è sufficiente a creare una situazione di allerta – e il dato esteriore è quello che pertiene a come un individuo si mostra al passante (e a chi fa parte delle ronde che cammina per le strade alla ricerca di fatti e persone sospette). Sarebbe utile sapere quali istruzioni verranno date ai rondisti; se per esempio verranno istruiti secondo “profili” razziali o etnici; e chi crea questi profili e su quali dati etnografici. E sarebbe ancora più interessante sapere se chi farà parte delle ronde debba essere edotto delle tradizioni regionali di tutta l’Italia per non incorrere nel rischio di considerare straniero e quindi meritevole di sospetto chi proviene, per esempio, dalla Lucania (come si legge in uno spassosissimo blog che propone che per iscriversi alle ronde lucane sia necessario essere dotati “di armi a proiettili sonori (zampogne, tamburelli, arpe, organetti, cupa cupa) e biochimiche (salsicce, aglianico, formaggio di moliterno, provolone di podolica, ecc…)… e essere in grado di fare secondo l’uso antico Strascinati e ragù, peperoni cruscchi, susamele, Zafarata e Strazzata”. Se non fosse per le implicazioni illiberali e razziste, questa legge meriterebbe di essere sepolta con una risata.

Il secondo argomento è più serio ma anch’esso mostra quanto sia complicato definire in che cosa consista la nostra identità nazionale. A favore di questa legge e del pregiudizio contro la multiculuralità, si legge spesso che l’Italia ha il diritto di difendere la propria identità culturale la quale è cattolica. L’invasione di altre “razze” e “fedi” genera una pericolosa commistione che può alla lunga portare al relativismo ovvero alla fine dell’indiscussa “nostra tradizione cristiana” e quindi anche della “nostra civilità nazionale”. Dove è interessante vedere che l’Italia pare avere una identità solo nella sua religione – del resto, come abbiamo visto sopra, le tradizioni nostrane sono così tante e diverse che parlare di una cultura nazionale omogenea è a dir poco insensato. Quindi, rispetto al nostro pluralismo culturale (sul quale i leghisti hanno costruito il loro successo), la religione pare la sola nostra unità di cultura. L’esito di questo discorso è molto dubbio perché può giustificare una politica dell’intolleranza religiosa (non è forse vero che in alcune nostre città chi vuole pregare Hallah deve arrangiarsi in capannoni e luoghi di fortuna perché non gli è concesso di avere un luogo di culto?). Alla base di questo argomento vi è la confusione o l’identificazione tra fede e tradizione culturale: per esempio si legge in un blog che “difendere la nostra tradizione cristiana significa difendere noi stessi, la nostra storia perché noi ci fermiamo la domenica e non il venerdì, perché non abbiamo ammesso nella nostra società la poligamia, perché non accettiamo l’infibulazione delle donne, i matrimoni combinati tra bambini, siamo per la parità tra uomo e donna, noi crediamo nella libertà religiosa. Siamo figli della nostra civiltà e la nostra civiltà è figlia di quelle radici giudaico-cristiane. Affermare queste radici non significa fare un atto di fede, significa difendere noi stessi”.

Occorrerebbe uno spazio più ampio per confutare questo coacervo di contraddizioni e insensatezze. Ma alcuni punti almeno possono essere evidenziati. Primo punto: per essere contrari all’infibulazione, ai matrimoni combinati tra bambini, alla parità tra uomo e donna non è necessario essere credenti cattolici: sono i diritti individuali, di tradizione liberale e illuministica, che ci hanno dato questa civiltà (spesso imponendosi contro le religioni costituite). Allora, è la Costituzione la nostra vera tradizione unitaria di civiltà – la quale può essere abbracciata da tutti, anche da chi non è cristiano o credente. Secondo punto: che il diritto occidentale abbia radici giudaico-cristiane è non solo scorretto (ha anche radici greco-romane che sono precedenti alla cristianizzazione) ma anche irrilevante in questo caso. Perché il fatto che la tradizione liberale dei diritti sia (anche) l’esito storico della secolarizzione del cristianesimo non implica concludere che ci sia identità tra cultura religiosa e cultura liberale o laica, e che difendere le radici religiose sia lo stesso che difendere noi stessi e i nostri diritti.

Questa identificazione etnico-politica della religione (essere italiani equivale a essere cattolici) è estremamente problematica qualora si voglia davvero difendere la tolleranza. Usare la religione come arma per marcare la differenza tra la cultura nazionale della maggioranza e le culture degli altri (siano essi parti minoritarie della nazione o immigrati) può infatti facilmente trasformare la questione della tolleranza in una questione di intolleranza. E benché gli italiani non siano diventati col tempo più religiosi, tuttavia si assiste spesso all’uso della religione come strumento di lotta culturale. Un esempio eloquente è una decisione resa nel 2005 dal Tar del Veneto nell’atto di respingere la richiesta di alcuni genitori di rimuovere il crocifisso dalle aule della scuola elementare pubblica frequentata dai loro figli. Il Tribunale giustificó quella decisione dando un’interpretazione nazionalistica della tolleranza, ovvero sostenendo che il crocifisso è un simbolo non di una confessione semplicemente ma della cultura italiana e che inoltre è un simbolo di tolleranza perché rappresenta una denuncia dell’intolleranza religiosa. C’è da dubitare che un fedele che crede con sincerità desideri veder trasformato un simbolo religioso in un simbolo secolare (cultural-nazionale) e che accetti di buon grado che un’istituzione dello Stato si incarichi di dare una definizione autorevole su come interpretare un simbolo religioso. Ciò dimostra che lo zelo nazionalista non è di sostegno alla tolleranza neppure di chi è cattolico. La propaganda roboante che ha fatto da giustificazione alla nuova legge sulla sicurezza nasconde una debolezza identitaria della nostra cultura civile che la maggioranza cela dietro la radicalizzazione del confronto «duro» e «cattivo» con le minoranze culturali e religiose. Non è del resto ironico che a volere fortemente questa legge nazionalista sia stato un ministro il cui partito che ha fatto della propaganda anti-nazionale e anti-italiana le ragioni della sua stessa esistenza?

[Fonte Repubblica]

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