Lavoro. Sono tornati i licenziamenti politici: cinque storie di questo mondo

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di Salvatore Cannavò per il Fatto Quotidiano

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Operai della Fiat

Cinque licenziamenti in una sola settimana sono così tanti da far scattare anche il riflessivo Guglielmo Epifani: “È uno stillicidio di atti contro il buon senso e contro ogni misura. Ed è difficile non pensare ad un atto di ritorsione”, ha affermato il segretario Cgil ricevendo le critiche del ministro Sacconi. Sembra di essere tornati al tempo dei licenziamenti politici, o almeno così vengono letti dagli operai e dai sindacati. Dal canto suo la Fiom ha presentato proprio ieri l’impugnativa contro le procedure di licenziamento e il 30 luglio dovrebbe esserci il primo pronunciamento. Sui licenziamenti si sono mossi Fim e Uilm ma anche Ugl e Fismic, a dimostrazione che c’è qualcosa che non va. La solidarietà ai licenziati è arrivata infatti da tutte le forze dell’opposizione, compreso il Partito democratico.

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CACCIATO PERCHÉ MIA FIGLIA STAVA MALE

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Giovanni Musacchio

Giovanni Musacchio, 32 anni, da 12 anni alla Fiat, è l’ultimo ad essere stato licenziato in circa una settimana. Fa parte dello Slai-Cobas e lavora allo stabilimento Powertrain di Termoli, in Molise. Ma lo scorso 22 giugno si trovava a Pomigliano per una manifestazione di protesta. La Fiat ha visto le foto e gli contesta di essersi assentato dal lavoro in virtù di un permesso familiare. E così lo scorso 20 luglio non è stato fatto entrare in fabbrica, ricevendo comunicazione verbale del licenziamento. “Avevo chiesto un permesso perché mia figlia aveva la varicella” dice Musacchio. “Dopo averla accudita nel pomeriggio mi sono recato a Pomigliano. Avevo chiesto il permesso grazie alla legge 53 del 2000 che tra l’altro non prevede oneri per l’azienda. Al massimo potevano sospendermi, non licenziarmi”. Musacchio ha una figlia di due anni e un precedente in famiglia: suo zio, Stefano era stato licenziato per aver appeso una bandiera della pace sulle ringhiere dello stabilimento. Ma poi è stato reintegrato. “Accadrà anche questa volta, noi siamo lavoratori, non terroristi”.

CRITICARE È UN DIRITTO, LO RIFAREI

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Pino Capozzi

Pino Capozzi ha 32 anni è un delegato Fiom e come dice lui stesso è “single, monoreddito, con un mutuo sulle spalle” Lavora alla Fiat da due anni ed è impiegato Professional. Lui si definisce un “moderato”, iscritto al Pd e però di quelli intenzionati a dare battaglia. La lettera di licenziamento gli è arrivata il 13 luglio con l’accusa di aver utilizzato la mail aziendale per esprimere solidarietà agli operai di Pomigliano. Si trattava della divulgazione di una lettera di solidarietà proveniente dalla Polonia, stabilimento di Tichy, con la sottolineatura che il “Piano Marchionne fa acqua da tutte le parti”. Un passaggio che gli è valsa anche l’accusa di aver denigrato l’azienda. Lui spiega che si è trattato si semplice attività di delegato sindacale e che comunque lo rifarebbe. Di solidarietà ne ha ricevuta molta, da Fassino a De Magistris passando per la sinistra, ma non a sufficienza da parte dei colleghi di ufficio: “La solidarietà totale che ho trovato fuori da Mirafiori non fa breccia, per ora, nell’ufficio dove mi occupavo dei costi delle vetture in sviluppo”.

NON OSINO CHIAMARCI ESTREMISTI

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Marco Pignatelli

Marco Pignatelli, è un operaio di Melfi di 33 anni e da 11 lavora allo stabilimento lucano. A differenza dei suoi due compagni con i quali condivide una lettera di licenziamento, non è delegato del sindacato dei metalmeccanici. Però ha la tessera della Fiom. Ne condivide dunque lo status. Marco è un operaio da 1200-1300 euro al mese, addetto alle linee, disponibile allo sciopero come accaduto la notte dello scorso 6 luglio. La lettera, così com’ è accaduto ai suoi colleghi, l’ha ricevuta anche lui una settimana dopo e anche per lui è scattata immediata la solidarietà. Anche perché Pignatelli, Barozzino e Lamorte appena ricevuta la sospensione cautelare sono saliti sulla Porta Venosina, che sovrasta lo stabilimento. Anche per lui quello che è accaduto è incredibile perché lo sciopero si era svolto in condizioni normali e, anzi, era stata la stessa Rsu a protestare contro il comportamento di un preposto aziendale che aveva avuto uno “scontro” con i lavoratori. L’accusa di essere operai estremisti e violenti viene respinta secca-mente anche da Marco, il più giovane dei tre.

MI SPOSO IL 5 AGOSTO, NON HO PIÙ LAVORO

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Antonio Lamorte

Antonio Lamorte, di anni ne ha 35 e anche lui è delegato Fiom da circa tre anni. A Melfi ci lavora invece da 12 anni. Entrato a far parte anche lui dello stabilimento nel periodo di boom delle assunzioni, subito dopo la partenza di quello che fu definito “il prato verde” di Melfi e quindi giovanissimo, ha subito lo stesso trattamento di Barozzino: sciopero il 6 luglio, sospensione dal 7 luglio, lettera di licenziamento dal 14 luglio. Anche in questo caso l’accusa è aver bloccato i carrellini che portano i pezzi in linea. In realtà, si era trattato di un normale sciopero. Solo che si era concluso con un alterco con un responsabile dell’azienda, una “normale dialettica”, dicono i lavoratori. Al momento sembrava non fosse successo nulla e invece l’azienda ha preferito inviare la lettera più dura che un lavoratore possa ricevere. Particolarmente dura per Lamorte perché arriva alla vigilia di una data per lui molto importante. Il 5 agosto infatti dovrà sposarsi e la speranza è che l’impugnativa Fiom venga recepita e il licenziamento ritirato.

CONOSCO LE REGOLE, È STATO UNO SCIOPERO DEMOCRATICO

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Giovanni Barozzino

Giovanni Barozzino ha 45 anni e due figli. E’ operaio Fiat a Melfi dal 1996 e eletto nella Rsu da 9 anni e mezzo. All’ultima elezione di circa venti giorni fa è stato il più votato dello stabilimento. E ci tiene a rimarcare una cosa: “Noi siamo operai che hanno fatto sempre il loro dovere, lavoratori esemplari, non siamo quello che i giornali, alcuni giornali vogliono far credere”. La notte del 6 luglio, insieme ai suoi compagni, Barozzino ha scioperato e l’azienda il giorno dopo non l’ha fatto entrare in fabbrica sospendendolo cautelativamente. Una settimana dopo la lettera di licenziamento . L’accusa è di aver bloccato i carrellini che portano i materiali alle linee. “Ma invece non è successo nulla, solo uno sciopero, per di più unitario, comprensivo di Fim, Uilm, Fiscmic e Ugl. Uno sciopero civile, una manifestazione democratica ” ci spiega sottolineando che lui le regole le conosce bene. In fabbrica ha riscontrato una solidarietà unanime tra i lavoratori che hanno manifestato anche davanti a Confindustria e alla Regione.

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