Lavorare all'Ikea: una testimonianza

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‘Noi crediamo nei sacrifici, nel lavoro duro e sodo, perchè è solo impegnandosi che si ottiene i risultati voluti. La parola ‘2guadagno’ è una parola meravigliosa. Questi sono i nostri valori, i valori Ikea’. Così sentenzia il signor Kamprad, l’uomo più ricco del mondo con la sua Ikea che frutta 9,6 miliardi di dollari l’anno. Gli opuscoli di indottrinamento o formazione, secondo come la si guarda, sono solo l’aspetto più manifesto della complessa strategia Ikea. Quello delle ‘risorse umane’ e della loro gestione – leggi: come spremere il massimo dal lavoro, senza che finisca per organizzarsi – è uno dei capitoli più importanti del bilancio aziendale; tanto importante che nei contratti è espressamente fatto divieto agli attuali 65mila dipendenti sparsi in 55 nazioni, di rivelare alcunchè sull’organizzazione del loro lavoro, perchè informazione ‘protetta’ da copyright.
Sotto anonimato, un lavoratore del negozio di Firenze ha accettato di raccontarci Ikea da un altro punto di vista. Quella che segue è una sua lucidissima spiegazione della vita-Ikea: ‘C’è un’ideologia che serve ad un’integrazione: il capo conta come tutti gli altri, si veste nello stesso modo e mangia allo stesso tavolo, lo chiami per nome e condividi i suoi stessi obiettivi. Questo a livello teorico. A livello pratico i capi hanno un grandissimo potere, non autorità ma autorevolezza: è molto importante stargli simpatici, uscirci la sera, essere stimati da loro e confidarsi. Molto spesso chi non è stimato dai capi soffre. La versione ufficiale è che siamo tutti uguali, ma in realtà c’è una gerarchia molto differenziata nei reparti: più cresci di ore, più potere informale hai su quelli che hanno meno ore di te. Per aumentare ore e prestigio si deve entrare nelle grazie di un capo: scherzi, pacche sulle spalle, obbedire sempre, non lamentarsi mai e non parlare di sindacato. All’Ikea il prestigio sociale e di gruppo è una leva fondamentale. I reparti sono organizzati come piccole comunità, lìillusione o anche solo la finzione di un rapporto paritario di stima e amicizia è il veicolo primo per inoculare sentimenti di frustrazione e desiderio di distinguersi, di essere stimati e premiati. Nel costruire queste illusioni e metterle a profitto questa azienda è davvero un gigante planetario, è arduo distinguere tutto ciò dal mobbing, si può dire che è una specie di mobbing preventivo e costante, e si può anche capire quanto frutti. Soprattutto se si considera che Ikea esige orari frammentati e sparsi nell’arco della settimana, che per di più cambiano ogni mese e rendono impossibile organizzare il tempo libero, anche se si fanno poche ore. Pensate a quanto sarebbe importante un’organizzazione tra lavoratori, ma qui c’è bisogno di un lavoro pre-sindacale, di stringere un rapporto vero con le persone, di rompere questa sorta di piéce teatrale quotidiana’. A fine gennaio dovrebbero tenersi le prime elezioni dei delegati dei lavoratori – Rsu, sarà molto interessante vedere come reagirà Ikea, perchè fra tutte le sue promesse di felicità terrena, la rappresentanza dei lavoratori non è proprio contemplata.

LONZI&LACOPPOLA

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