L'autoinganno della sicurezza

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Nel marketing elettorale il prodotto sicurezza si è dimostrato il pezzo più pregiato e, come era prevedibile, ora il meccanismo, una volta messo in moto, può andare avanti da solo. Come nel discorso di Antonio ai funerali di Cesare o, peggio ancora, come nella favola dell’apprendista stregone nessuno sembra più in grado di controllare la spirale ‘securitaria’. Le ronde padane hanno già prodotto i pogrom nei campi nomadi della Lombardia, fino all’elezione a sindaco, a furor di popolo, del caporione leghista artefice della distruzione dell’insediamento rom di Opera, nell’hinterland milanese. Le amministrazioni ‘rosse’ di Firenze e Bologna gareggiano nel reclutare una rete di controllori sul territorio, in funzioni di ‘sensori’ dell’amministrazione, dopo che Firenze si è già distinta con l’ordinanza sui lavavetri, clamorosa deroga all’elementare principio giuridico secondo cui le responsabilità sono individuali e non categoriali né tantomeno comunitarie. Altrettanto è successo a Roma, ai danni di un villaggio miserabile, solo perché lì abitava un assassino peraltro denunciato dai suoi stessi connazionali. Non è che stiamo davvero scherzando con il fuoco, rischiando di evocare qualche mostro in grado di spazzar via quel non molto che resta della nostra civiltà giuridica? Allora sì che il cinismo elettoralistico avrebbe compiuto il suo capolavoro…

Diventa allora interessante cercare di capire come si è arrivati a tutto questo. Tanto per cominciare dovremmo chiederci se basta l’oltraggio di un furto subito o la presenza pressante di qualcuno con un colore diverso della pelle per spiegare tutta questa enfasi sulla sicurezza. Eppure i dati sulla criminalità ci parlano di una situazione di sostanziale stabilità se non di piccola diminuzione della cosiddetta ‘microcriminalità’. Tutto questo mentre sono in impressionante aumento i dati sulla violenza domestica, che si produce al riparo delle nostre case, quelle dove ci sentiamo sicuri, quelle che vorremmo proteggere con muri, reticolati, porte blindate, cancelli automatici e sacchetti di sabbia. Per metterci al riparo dal nemico esterno, dallo straniero, dalla minaccia che viene da fuori.

Come nei film di Dario Argento tratteniamo il fiato attendendo l’attacco ma poi, repentinamente, l’assassino si materializza accanto a noi o alle nostre spalle. Il diavolo è in casa nostra ma è senz’altro preferibile pensare ossessivamente che si trovi al di fuori, che appartenga ad un altro mondo, sconosciuto e minaccioso, dove poterlo relegare senza mettere in discussione noi stessi, le nostre certezze, le nostre identità fasulle.

L’operazione ‘sicurezza’ permette a tutti noi, che ne siamo pertanto complici, di compiere questa traslazione dal ‘dentro’ al ‘fuori’. Usciamo immacolati e integri, per giunta rafforzati dal senso di sollievo di una lotta comune contro un’invasione aliena. Quale migliore meccanismo per rimuovere le nostre colpe ed esorcizzare i nostri problemi?

Non solo non abbiamo le carte in regola dentro le pareti domestiche (dove si consuma una rabbia primordiale soprattutto a danno delle donne e dei bambini, i soggetti più deboli con cui rifarsela impunemente) ma neppure nelle economie di scala. Deteniamo una serie di record non esattamente invidiabili: abusi edilizi, frodi alimentari, danni ambientali, boschi bruciati, evasione fiscale, infortuni sul lavoro, evasione contributiva e, soprattutto, infiltrazione criminale nell’economia legale compresi comparti di punta come banche, finanziarie, infrastrutture, moda, immobiliari. Siamo ossessionati dalla ‘sicurezza’ ma non certo dalla legalità e così, grazie all’operazione di ‘traslazione’, nessuno parla della criminalità economica e delle sue commistioni con la politica, verso le quali vige anzi il più ampio presupposto garantista contro il cupo ‘giustizialismo’.

Vogliamo vedere come ci siamo ridotti a tanto e quali responsabilità reali portano in tutto questo i partiti della sinistra?

L’assioma di partenza del teorema ‘sicurezza’ è semplice: bisogna mettersi dalla parte delle vittime e dare ai più deboli un senso di protezione. Attenzione al secondo passaggio: il pericolo non è meno serio per il fatto di essere anche solo ‘percepito’. Percezione, parola magica in questi tempi dove tutto è giocato sulla suggestione psicologica e sull’iper-soggettività. Ma percezione di che? Perché restare vittima di un furto o anche solo di un fastidio o di una molestia da parte di un lavavetri o di un mendicante pesa così tanto da poterci apparire come qualcosa di assolutamente intollerabile?

La mia impressione è che siamo feriti non tanto dal fatto in sé quanto dalla dimensione di solitudine e di vulnerabilità in cui ci troviamo a vivere questa esperienza. Questa sensazione così dolorosa, intrisa di rabbia e di vittimismo, non viene dal nulla, anzi, ci arriva da una combinazione di vere e proprie tragedie storiche che in forma strisciante si sono consumate a nostre spese negli ultimi decenni: la perdita del contatto con la comunità, la scomparsa di un’identità collettiva, l’assenza di rappresentanza politica. Qui sì che emergono con forza le tremende responsabilità di un ceto politico arrogante e presuntuoso che si è chiuso nella sua tracotante autoreferenzialità, fatta di clientele e servizi mirati. Il tutto condito da una ideologia ‘modernizzante’, preziosa cerniera per cucire insieme carriere e affarismo, per salutare come patetici e demodé tutti i riferimenti politici e sociologici non solo al popolo e alla classe operaia ma anche al ‘lavoro’ tout-court’. Al diavolo Cipputi, la casalinga di Treviso e tutto il relativo retroterra di ciarpame populistico… I neo-giacobini della nostra sinistra, quasi vergognosi di una tradizione di radicamento popolare e di lotte sociali, volentieri hanno lasciato cadere questi ceti residuali e insieme a loro hanno mandato in soffitta i rituali della vecchia e polverosa politica ottocentesca: basta con la presenza sul territorio, con il lavoro porta a porta, con la severità e la sobrietà della militanza. Roba da antiquariato. Le nuove sfide si vincono nel circuito mediatico, in Tv, su Internet, sui blog e, soprattutto, nei salotti della finanza o nei consigli di amministrazione delle Fondazioni, nelle società di gestione dei servizi.

Dove altro si misura la maturità e la capacità di governo di una forza autenticamente riformatrice? Con la stessa sicumera e lo stesso dogmatismo con cui veniva demonizzato il capitalismo ‘panacea di tutti i mali’, così siamo passati all’esaltazione acritica e ultrafideistica del mercato e ai poteri salvifici della concorrenza. Con l’entusiasmo del parvenu rimasto a lungo fuori dalla stanza dei bottoni. Con la cieca mediocrità di un conformismo che ha cambiato contenuto ma non la sua profonda natura, gregaria e opportunista.

Pensavano bastasse questo fervore per accreditarli come classe dirigente e invece….

Come è stato vissuto questo processo dal punto di vista dei lavoratori, dei pensionati, degli elettori e sostenitori della sinistra? C’è d meravigliarsi se si sono sentiti abbandonati, presi in giro, traditi? Specie se a questo processo si accompagnava un’assenza di tutela e di attenzione verso le fasce più fragili e deboli della popolazione, con la decurtazione del potere d’acquisto dei salari, la corrosione delle pensioni, il declino delle prestazioni assistenziali del welfare. Se a questa frustrazione profonda e dolorosa si aggiunge la brusca accelerazione della pressione immigratoria che si verifica a partire dalla fine degli anni ’80, ecco che allora lo straniero -che per 4 soldi accetta un’occupazione e per giunta chiede una casa e una protezione sociale- può apparire davvero come il nemico. Ti porta via il lavoro o comunque consente al tuo padrone di ricattarti, ti contende la casa popolare, bussa alla porta dei servizi sociali. E, magari, quando non trova di meglio si intrufola in casa tua per rubarti qualcosa o ti ferma per strada per venderti fazzoletti, o ti blocca al semaforo per lavarti il vetro, o ti si inginocchia davanti per strapparti l’elemosine. Lo trovi a dormire sui cartoni sotto casa tua o mentre spiega un sacco a pelo dietro il muretto di una fabbrica dismessa oppure rischi di pestarlo mentre corri a prendere il treno in stazione. Al mattino presto, sull’autobus, lo senti vociare parole incomprensibili al cellulare e ti scopri a scambiarti un cenno di biasimo e di complicità con il vicino di posto: “Ma dove siamo finiti?” “Che mondo è mai questo?” “Non siamo più padroni in casa nostra”. Ecco, la paura comincia così, figlia della solitudine, della rabbia, della nostalgia.

Rinchiusi nelle nostre soffocanti dimore domestiche, respinti ai margini di una vita urbana sempre più permeata di aggressività e di livore, in casa, sorpresa!, ci siamo ritrovati una compagnia. Un elettrodomestico che trasmette qualcosa a tutte le ore del giorno e della notte, un amico che placa le nostre ansie, anestetizza il nostro dolore. Qualcosa che rende meno spiacevole e faticoso il duro, quotidiano esercizio di mettere insieme pranzo e cena, rigovernare i piatti, fare le pulizie e, soprattutto, riempie quei pericolosi vuoti dove il silenzio e la solitudine potrebbero anche (Dio ce ne scampi!) costringerci a fare i conti con il mondo e anche con noi stessi.

E’ diventato il nostro amico più caro, il più affidabile, il più fedele. Lui non ci abbandona mai e ha sempre una risposta valida per tutte le questioni, dalla cucina alla salute, dal sesso alla depressione. Anche quando si è fatto più triviale e lascivo, tutto sommato non ci è dispiaciuto. Quegli urli, quelle parolacce, quei gesti scurrili, quelle intimità così messe a nudo in qualche misura ci parlano di noi e assolvono la nostra vita, nobilitandola e elevandola al rango di protagonista. Ci possiamo rispecchiare senza complessi di inferiorità perché ‘tutto è costruito intorno a noi’. E vadano a farsi fottere i politici, specie quelli della ‘sinistra’ che, dopo averci espropriato dei nostri sogni e dei nostri ideali, adesso vorrebbero toglierci anche quella macchinetta lì, solo perché è controllata da un loro avversario politico.

Sì, di quella macchinetta ci si può fidare. Anche se ormai usciamo di casa raramente puoi star certo che quello che ti dice è vero. Le immagini eccole lì, quelle non mentono. Senti cosa dicono anche stasera…Ecco, lo sapevo c’è stato un altro omicidio. Chi è stato? Eh, chi volevi che fosse!! Sempre loro, che domande…E uno dovrebbe stare tranquillo quando esce di casa? Io ho paura anche ad andare a far la spesa. A questo punto siamo ridotti. Senti cosa dice la signora, ha ragione. Bisogna metterli in galera e buttar via la chiave. La penso anch’io come lei.

Ecco, forse è andata proprio così. La televisione, con la mistica della ‘sicurezza’, ci ha dato tutte le risposte che cercavamo, fabbricandovi attorno un congegno perfetto per convogliare il consenso e plasmare l’opinione pubblica. Grazie ad una accorta cabina di regia la cronaca nera è stata sapientemente usata come arma politica, mascherata dietro la presunta oggettività e neutralità dei misfatti. Il modo di presentare e contestualizzare gli eventi, la selezione dei titoli, l’impostazione dei ‘lanci’, lo spazio assegnato nei notiziari in rapporto all’insieme dei prodotti informativi, hanno fatto sì che le vicende criminali venissero ‘percepite’ non solo come episodi delittuosi ma come dotate di una sorta di ‘aura’, politicamente leggibile e immediatamente spendibile anche sul piano emotivo come atto di accusa verso due grandi capri espiatori: l’immigrazione e la sinistra.

Un capolavoro del berlusconismo (marca Raiset) che ha facilmente tracimato anche sulla carta stampata, compresa quella di impronta progressista, scavando a fondo anche nella ‘cera molle’ di Veltroni e del Pd, terrorizzati all’idea di lasciare questa bandiera nelle mani della destra e assolutamente incapaci di accostarvisi con un minimo di senso critico.

Ma non è stato un complotto, intendiamoci, perché questa operazione non sarebbe mai riuscita se non si fosse innervata sul deserto di sgomento e di rabbia lasciato dai fallimenti della politica.

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