11 dicembre 2018

Latte di casa mia

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Ogni tanto accade che fenomeni industriali, tradizionalmente percepiti soltanto a tinte scure, di cura dei dipendenti e, soprattutto, di partecipazione dei cittadini, anche se mediata dal Comune di appartenenza. È il caso della Mukki Latte che è riuscita a creare un colorito legame fra produttori, fornitori e consumatori, tutto fondato sul semplice principio per cui il prodotto in vendita è frutto del lavoro di piccoli produttori, di una grande industria di trasformazione e di un azionariato comunale che è veramente espressione della volontà degli amministrati.
Queste tinte colorate hanno iniziato a sbiadirsi da quando i comuni titolari del capitale della Mukki hanno manifestato la volontà di cedere le loro partecipazioni a privati: ora, senza voler identificare il problema nella cessione in sé, dobbiamo comunque prendere atto che le nubi hanno cominciato a formarsi proprio all’indomani dell’annuncio di questa volontà di vendere.
Tutto ciò a riprova che il latte non è come la coca cola o il detersivo, il latte è un prodotto della natura e come tale è fisiologicamente percepito e preteso come legato alla cultura del territorio e del rispetto delle sue regole: a maggior ragione in Toscana che non è una regione lattiera e dove le pur poche stalle esistenti, sparpagliate, piccole e dislocate in zone diverse (es. alto Mugello), svolgono comunque un ruolo molto importante per il mantenimento di un equilibrio ambientale prezioso.
La storia recente ci ha inoltre dimostrato che quasi sempre le privatizzazioni effettuate dagli enti locali, a differenza di quelle realizzate in ambito statale, determinano il rafforzamento di una concentrazione, anziché contribuire ad una liberalizzazione del mercato.
Si ricordino, a titolo dimostrativo, i casi delle cessioni delle farmacie comunali di Bologna e Firenze che sono finite in mano a multinazionali con cui è poi difficile dialogare, ottenendo il risultato opposto a quello della competitività di un mercato concorrenziale a vantaggio dell’utente. Se le farmacie di Firenze fossero state vendute una o due alla volta a soggetti privati diversi, anziché ad una multinazionale del farmaco, probabilmente si sarebbero create condizioni più favorevoli per il cittadino.
Anche per la Mukki è probabile l’avvento di un privato di grandi dimensioni: continuerà ad occuparsi di quelle piccole stalle dell’alto Mugello? Se ci accorgessimo del contrario non potremmo tornare indietro perché le operazioni di cessione delle partecipazioni comunali sono irreversibili; è finanziariamente impensabile un riacquisto di partecipazioni azionarie di una società oramai uscita dall’orbita comunale.
Però, in questo caso, il meccanismo della vendita pare essersi momentaneamente bloccato e siccome nessuno di noi vuol pensare che ciò sia stato architettato al fine di aprir la via alla trattativa privata, preferiamo cullarci nel sogno che i Comuni azionisti (o per dirla chiara il Comune di Firenze) facciano marcia indietro.
Il Comune e la Regione Toscana hanno il diritto e il dovere di continuare a vivere assieme alla Mukki utilizzandola anche come veicolo di comunicazione e mescolando il tutto in un calderone che oltre ad avere il sapore della cultura del territorio è condito con ottimi risultati aziendali di produzione di utile e di crescita del valore delle azioni. Bilanciare la perdita di “partecipazione” dei cittadini con l’eventuale “guadagno” della operazione di dismissione, sarebbe un errore; e intendo riferirmi direttamente a quella partecipazione che è libertà, come diceva e continua a dire Giorgio Gaber. di Gibbi

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