Lampedusa, un'esplosione prevista, anzi, programmata

image_pdfimage_print

Angelo Miotto da PeaceReporter

Esasperazione. Gli attori che si stanno muovendo in queste ore a Lampedusa fra gli scontri e il disordine, hanno questo in comune.

Ma le radici dell’esasperazione risiedono, tutte, nella pessima gestione politica – dolosa – dei flussi migratori sull’isola.

Una politica voluta e decisa a tavolino che sceglie un avamposto di frontiera in cui arrivano centinaia e centinaiai di rifugiati, li tiene lì fermi in attesa della rivolta, perché possa esplodere la scintilla che porterà all’emergenza, alla richiesta di misure eccezionali, allo scatenamento di sentimenti razzisti di varie sfumature, fino all’odio per il ‘diverso’, lo straniero. Con tanta paura, militarizzazione e fiumi di titoli allarmistici e vocaboli criminali che formano un nuovo lessico dell’intolleranza.

Nelle ore della ‘caccia all’uomo’, delle scazzottate e degli spintoni per le strade dell’isola, delle cariche della polizia in antisommossa contro una folla di cittadini tunisini che minacciavano di far esplodere delle bombole a gas dentro un ristoro del Porto vecchio, in queste stesse ore ancora una volta dalla politica arrivano le parole più indegne. Sono lo specchio di cosa voglia dire per la politica del governo gestire i flussi migratori: solo uno strumento in più di consenso elettorale e di massa che gioca sulle paure, le emergenze, gli esodi biblici (così li descrisse il ministro degli Interni Maroni), nella divisione fra il ‘noi’ e il ‘loro’. Il linguaggio dice tutto.

Il sindaco di Lampedusa. Esasperato, certo. Ma che non è nuovo alle parole esasperate per ottenere attenzione da Roma.”Siamo in guerra”, dice e aggiunge che ha una mazza da baseball nel cassetto e che intende usarla se necessario. E non è razzismo. Testuali parole: “Alle associazioni umanitarie dico: non vi permettete di accusare di razzismo i lampedusani, hanno dato fin troppo. Siamo in guerra, la gente a questo punto ha deciso di farsi giustizia da sola”. La traduzione: un pubblico ufficiale giustifica e invita al linciaggio.

Un sottosegretario del governo. Si chiama Daniela Santanché: “Sto dalla parte dei lampedusani, senza se e senza ma. Stanno sopportando da troppo tempo quello che nessuno vorrebbe”. Fa il tifo, insomma. E la sua mini formazione annuncia un sit-in di solidarietà con i lampedusani. Paradossale. Da Maroni, solo silenzio.

La Lega, partito di maggioranza. Parla il vice presidente dei senatori del Carroccio, Lorenzo Bodega. Infila un concetto razzista dietro l’altro. Ecco la sequenza: «Come volevasi dimostrare, se ce ne fosse stato bisogno, queste persone nordafricane attraverso forme di violenza vogliono comandare a casa nostra. La vergogna è che nel nostro paese vi sono ancora persone che ostinatamente cercano di trovare delle giustificazioni a tali comportamenti. La solidarietà sicuramente trova alloggio nei nostri cuori ma quando la presenza clandestina di persone extracomunitarie genera violenza, questa è da combattere con tutti i mezzi possibili a disposizione”. Conclude: “Lotta dura senza paura”. Roba da cortei politici di una volta, non da crisi umanitaria in corso.

Gli accordi con la Tunisia sono stati firmati dal leghista Maroni ad aprile di quest’anno e successivamente rivisitati. Il nodo politico sta tutto lì: nell’amministrazione di flussi che hanno fasi alterne in maniera da non turbare gli equilibri del territorio e di una cittadinanza che, come abbiamo scritto su E il Mensile di agosto, capisce ben oltre il politico di turno, spesso aiuta, tollera e condivide.

Laura Boldrini, portavoce in Italia dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati: “Sì, si poteva prevedere e infatti noi l’avevamo previsto. In un comunicato di pochi giorni fa avevamo messo in guardia le autorità. Avevamo notato un aumento della tensione fra gli immigrati. Il centro di Contrada Imbriacola poteva contenere 850 migranti e invece lì dentro ce n’erano 1.200”.

La Caritas: “La sensazione è che gli accordi fra il governo italiano e quello tunisino sul controllo dei flussi di immigrati, in questo momento non funzionino”. A parlare all’Adnkronos è Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas italiana. “Nelle ultime settimane sono sbarcati infatti a Lampedusa, in modo imprevisto, alcune centinaia di tunisini. Certo è che la soluzione non può essere quella di trattenerli per un lungo periodo sull’isola con la prospettiva di essere rimpatriati, questa situazione genera inevitabilmente tensioni”.

Il 19 settembre, le agenzie battevano un miglioramento dell’accordo Italia Tunisia: fonti del Viminale,affermavano che dai due voli a settimana con 30 immigrati si sarebbe passati a un numero più’ frequente e con 50 immigrati a bordo. Il sindaco dell’isola ne chiedeva 100 a volo e un volo a cadenza quotidiana per tre settimane di fila.

Le radici dell’esasperazione sono tutte lì, più che mai evidenti. E parlano di una sottocultura razzista e strumentale al consenso, quello che scaturisce dalle emergenze senza fine. Non c’è solo la politica, basta scorrere le righe a volte troppo veloci che corrono sui media. Hanno ragione quelli che si sono battuti per eliminare le parole sbagliate dal lessico che si normalizza sugli standard di chi vuole che il ‘noi’ e il ‘loro’, che la razza e l’extra, che il clandestino e l’uomo nero spariscano per sempre dal nostro comune linguaggio. Disarmiamo il vocabolario, cambiamo politica e taglieremo i tentacoli dell’esasperazione emergenziale.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *