L’alternativa partecipata

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“La città è un organismo vivo, e come tale non smette mai di crescere, cambiare, modellarsi a seconda di chi ci vive – spiega il professor Giancarlo Paba, dell’Università di Firenze – “L’urbanistica partecipativa è una maniera per coinvolgere un vasto numero di attori sociali istituzionali (associazioni, sindacati, università, categorie economiche) e promuovere il protagonismo diretto dei cittadini, in quanto abitanti del luogo che vivono, per quel che riguarda le modifiche e i cambiamenti da realizzare in determinate aree”.
Alle Piagge, questa partecipazione finora quasi non c’è stata. “I primi tentativi di urbanistica partecipativa risalgono al ‘69 (quando non vi erano ancora le Piagge, nate tra il ’79 e l’84) – ci racconta Francesca Manuelli, che sta completando una tesi di laurea sulle Piagge, suo “quartiere di adozione” – quando gli abitanti di Brozzi iniziano un percorso di dialogo con l’Amministrazione per ricostruire le case distrutte dall’alluvione. Percorso che comunque non andò a buon fine perché gli uffici comunali alla fine decisero un loro piano senza prendere in considerazione le proposte del Comitato cittadino”.
Da allora non vi sono stati altri sforzi, soprattutto da parte dell’Amministrazione, fino al tentativo del Contratto di Quartiere. Progetto che però “seppur nella buona fede di chi l’ha proposto, si è dimostrato insoddisfacente. Aveva vincoli troppo stretti e tempi troppo scadenzati: questo ha bloccato ogni possibilità di autorealizzazione e impedito l’utilizzo di piccole imprese” sostiene Giancarlo Paba. “Continuiamo a creare solo luoghi “recintati”: di consumo, come i centri commerciali, o per il tempo libero, come il Warner Village [n.d.r. nuovo complesso di cinema, ristoranti e svago costruito a Firenze Nord]. Le periferie sono i luoghi dove invece possono nascere nuove attività di animazioni artistiche, studi giovanili, mercatini di quartiere… utilizziamo le aree dismesse invece di privatizzarle!”.

Se sono gli abitanti che caratterizzano il quartiere, allora bisogna da un lato fare pressione sull’amministrazione, ma dall’altra realizzare microinterventi da parte dei cittadini stessi: curare balconi e giardini, promuovere attività condominiali. Questo favorisce un clima collettivo che migliora sicuramente il quartiere. Ma, secondo Manuelli “vi è una mancanza di responsabilità, di sentire proprio un luogo, cosa che favorirebbe invece un interesse maggiore negli spazi comuni”.
La periferia viene vista come luogo di degrado, invece bisogna guardare alle risorse del quartiere: quelle naturali (zone non edificate, verde pubblico, ecc.) e quelle culturali (luoghi di aggregazione, edifici di interesse storico o architettonico…) e valorizzarle il più possibile. Poi favorire la nascita di attività sia commerciali che ricreative che partano dai cittadini stessi.
Alle Piagge c’è bisogno di partecipazione non solo per l’urbanistica, ma anche per organizzare e gestire il supporto di fronte ai disagi degli abitanti. Non è possibile vivere in mezzo ai problemi tipici dei quartieri popolari, e restare con le mani in mano, aspettando l’intervento calato dall’alto (e quindi spesso poco efficace perché non contestualizzato) degli aiuti istituzionali.
È così che è nata nel 1995 la Comunità di Base, con il lavoro di don Alessandro Santoro e dei molti cittadini volontari che promuovono e partecipano alle attività per il quartiere (v. pag 12); le attività sono cresciute o cambiate negli anni, ma il metodo è sempre lo stesso: dare ad ognuno delle responsabilità. Tra queste evidenziamo il Fondo Etico e Sociale. Un progetto, operativo da circa 2 anni, che propone di investire una parte dei propri risparmi in un fondo che viene poi utilizzato per prestiti di utilità sociale: una strada molto concreta per migliorare la vita e le relazioni umane del quartiere.

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