L’Africa non è così lontana

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Tre amiche di lunga data e più volte compagne di viaggio, il bisogno di spezzare il ciclo continuo di lavoro e routine, il desiderio di Africa, la convinzione che scelte ragionate possano contribuire a forme più etiche di consumo e turismo.
Questi gli elementi di partenza per un breve viaggio che, grazie all’incontro con i programmi proposti dall’associazione “Il Colibrì”, ha individuato come destinazione due piccolissimi paesi dell’Africa occidentale, fuori dai circuiti tradizionali del turismo di agenzia e lontani dai riflettori degli inviati di Licia sulle falde del Kilimangiaro…
Nella grandiosa varietà del continente africano, ci ha rassicurato un tragitto con tappe e distanze realizzabili nei pochi giorni di vacanza a nostra disposizione. Ci è piaciuta subito la possibilità di mantenere l’autonomia di organizzare il nostro viaggio, avvalendosi dei consigli e dell’esperienza dei referenti del Colibrì prima della partenza e contando in seguito sulla compagnia e disponibilità di alcuni “amici” africani: Mathias, giovane pescatore di Gran Popo e Amone, collaboratore della ONG togolese G.R.A.D.

Impressioni di una Jowo

In effetti il sostegno e la presenza dei nostri referenti non sono mai mancati durante tutto il nostro viaggio e sul momento abbiamo più volte pensato…forse anche troppo! Il fatto di essere tre donne sole può aver spinto verso un certo eccesso di protezione; la nostra attitudine all’indipendenza può averci fatto sentire frenate nella libertà di movimento. A posteriori non posso che valutare positivamente la loro vicinanza che ci ha consentito l’accesso a situazioni e contesti difficilmente avvicinabili come semplici turisti (danze e cerimonie vudu, incontro con un féticheur (stregone, n.d.r.), villaggi e abitazioni familiari).
Anche uno sforzo minuzioso di descrizione non potrebbe bastare a riportare le impressioni, gli spostamenti fisici e di pensiero, i colori, i volti, i ritmi e i suoni che hanno riempito le nostre giornate africane. Pochi frammenti di vissuto e qualche immagine possono aiutare a ricostruire il nostro viaggio, troppo breve ma molto intenso. In un esercizio mentale non sempre facilissimo, ho tentato di sospendere gli schemi e i meccanismi della parte di mondo dove mi trovo a vivere, per provare ad immergermi e sperimentare quanto più possibile una dimensione così distante da quella abituale.
Girando diverse volte in America Latina, avevo già avuto esperienza della “creatività” che si può sviluppare nel settore dei trasporti quando si dispone di vecchi mezzi, scarsissime risorse e poche possibilità di privilegiare le questioni ambientali. Eppure, all’arrivo nell’afoso e caotico aeroporto di Cotonou uno stile diverso mi è apparso fin dal primo trasferimento in macchina. Nessun limite di età né di mezzi sembra esistere sulle strade polverose – solo poche vie di collegamento sono asfaltate – di questi paesi. Abbiamo visto sfilare ininterrottamente auto e motorini caricati fino all’orlo di cose e persone, in sfida ad ogni regola di fisica e matematica, ma anche al confine del nostro senso di sicurezza, di coscienza e prudenza. Nel brulichio continuo colpiva la grande abilità e naturalezza con cui tutto sembrava potersi muovere su due ruote: neonati e bambini legati al tradizionale tessuto sulla schiena delle madri, tavolini, mobili, per non parlare delle taniche di carburante nell’incessante commercio con la vicina Nigeria. In tutto il viaggio non abbiamo mai incontrato una stazione di rifornimento, senza per questo temere di poter restare senza benzina: ovunque è possibile ottenere i litri necessari dalle bancarelle sistemate ai bordi delle strade, con pile di bottiglie, bussolotti e taniche varie.
A prescindere da questi aspetti un po’ pittoreschi, le immagini di strada rimangono bene impresse nella mente. I confini tra interno e esterno, tra privato e pubblico sembrano improvvisamente sfumare in questi luoghi, dove gli spazi aperti accolgono gran parte delle attività: non solo mercati e bancherelle ma anche laboratori, officine, atelier di sarti (l’abbigliamento proviene ancora in gran parte dalla sartoria) e gli immancabili parrucchieri per le originali acconciature con trecce e treccine. Sempre in strada si mangia, ci si incontra, si gioca, si riposa (non è raro vedere qualcuno pisolare dove capita per riprendersi dall’afa!)
Il ricordo sonoro più forte è la voce allegra dei bambini che vedendoci gridavano “Jowo, Jowo, cadeau cadeau!”(uomo bianco, un regalo!).
Più che l’aspettativa di un dono sembrava semplicemente la curiosità e il divertimento a spingerli al saluto. In generale, ci hanno sorpreso l’apertura, la genuinità e la grande disponibilità con cui siamo state accolte durante tutto viaggio. Certo non sono mancati episodi in cui la nostra presenza ha suscitato spiacevoli effetti: più volte i bambini piccoli hanno cominciato a piangere disperati e sono rimasti letteralmente terrorizzati alla nostra vista…. segno evidente che l’incontro con il diverso, bianco o nero che sia, può davvero scatenare grande paura e diffidenza!

Le nostre tappe in Benin e Togo

Gran Popo è un piccolo villaggio di pescatori a 20 km dalla frontiera con il Togo e ha costituto la base per tutto il nostro soggiorno in Benin. Alloggiate in semplici bungalow in riva al mare, abbiamo trovato piacevoli momenti di relax in spiaggia, ma soprattutto abbiamo potuto osservare il faticoso lavoro dei pescatori con le loro piccole barche, le grosse reti, il grande coraggioso e la disinteressata generosità: è bastato mostrare il nostro interesse e accettare di “dare una mano” per pochi minuti nelle operazioni di spostamento delle reti per ricevere in dono un enorme pesce che è stato cucinato per noi da una famiglia del villaggio.
In ogni paese che visiti trovi una Venezia “locale”, anche il Benin possiede la sua attrattiva sull’acqua e anche in questo caso la visita vale!
Ganvié è un villaggio particolarissimo, costruito interamente su palafitte in legno, dove tutte le attività si svolgono sull’acqua: anche la “piazza” del mercato è costituita da una zona di scambio nella laguna del Lago Nokoué. Tutte le famiglie possiedono almeno una piroga; le donne ne portano una in dote e la utilizzano per il commercio che viene gestito in maniera piuttosto singolare: le mogli comprano il pesce dai loro mariti, lo rivendono ai mercati e usano il ricavato per le loro spese personali, oltre che familiari.
La scelta di usare il passaggio di un’imbarcazione a remi invece che a motore, solitamente preferita dai gruppi di turisti, ci ha aiutato ad apprezzare la visita con i tempi dilatati della vita locale.
Ouidah è una delle località più famose del paese. Unico porto del paese fino al 1908, ha conosciuto il periodo più fiorente tra l’800 e i primi del 900, principalmente grazie al triste primato del commercio degli schiavi provenienti dal Benin e Togo e imbarcati verso gli Stati Uniti, il Brasile e i Caraibi. Dare memoria al tragitto lungo il quale gli schiavi erano costretti a camminare fino al punto di imbarco è il modo che la città ha scelto per ricordare queste tragiche pagine di storia. Il suggestivo percorso della Route des Enclaves, lungo 4 km, è costeggiato da statue dedicate a episodi e leggende della città e termina in spiaggia con un monumento raffigurante, in maniera simbolica, la Porta del “non ritorno” per tutti gli schiavi deportati.
Ouidah è considerata anche il centro del vudu che è molto praticato in questa zona dell’Africa occidentale, come dimostra la grande varietà di feticci disponibili per strada e nei mercati. Alcuni dei luoghi depositari di queste usanze tradizionali, come la Foresta sacra e il Tempio dei pitoni (animali oggetto di culto), sembrano aver perso nel tempo la loro spontaneità, per adattarsi forse alle visite frettolose dei turisti. Un’atmosfera più naturale si sarebbe probabilmente potuta respirare durante il Festival del vudu che ogni 10 gennaio anima la città a partire dal 1997, anno in cui il vudu è stato ufficialmente riconosciuto come religione dopo essere stato vietato durante il periodo di governo marxista di Kérékou (1972-1989). Il rientro previsto per l’Italia non ci ha consentito di restare per la festa, ma ci ha dato il tempo comunque di assistere alla coinvolgente cerimonia di apertura del Festival internazionale di cinema Quintessence, organizzato dal regista beninese Jean Odoutan che da tempo collabora con la Cineteca di Bologna dove lavora una delle compagne di viaggio…quando si dice che il mondo è piccolo!…
L’unica tappa del nostro viaggio all’interno del paese è stata la visita di Abomey, l’antica capitale del grande regno di Daomey che nel XVII secolo era uno dei più potenti di tutta l’Africa occidentale. Gran parte dell’imponente Palazzo reale è andata distrutta a causa dell’incendio appiccato dal re Béhanzin per sfuggire all’avanzata coloniale dei francesi al termine del XIX secolo. Le strutture che hanno resistito all’incendio sono ben conservate, attraverso il Museo storico di Abomey, ma rischiano di deludere se osservati secondo i canoni del fasto e della maestosità tipici di altri luoghi monumentali: la sobrietà delle decorazioni, degli arredi e degli altri oggetti reali conservati nel Museo è sorprendente.
Poco più di un’ora di macchina e un po’ di calma e pazienza per espletare le formalità alla frontiera sono bastate per varcare il confine con il Togo.
A Vogan ci siamo immerse nella varietà vivace di merci, animali e cibi del grande mercato del venerdì, uno dei più importanti di questa zona dell’Africa. Quindi abbiamo dedicato una giornata all’unica tappa veramente mirata di tutto il nostro viaggio: visitare alcune scuole nella provincia di Vo coinvolte nel Progetto di lotta contro la dispersione scolastica che la ong locale G.R.A.D (Groupe de Recherches et Actions pour le Développement) (vedi box) segue da anni con il sostegno di partner europei tra cui l’associazione pratese Il Colibrì.
Il giro delle classi e l’incontro con una delegazione di insegnanti e parenti ci hanno dato la misura delle enormi difficoltà che la scuola si trova ad affrontare nelle zone rurali di questa parte del Togo. Le precarie condizioni strutturali rendono inagibili per diversi periodi all’anno le costruzioni con tetti in paglia, soprattutto durante le piogge stagionali. L’abbandono scolastico è fortissimo anche per la povertà, i problemi sanitari e il diffuso disagio sociale di molte famiglie. Anche i pochi fortunati che riescono a frequentare devono superare altre difficoltà dovute alla scarsità dei mezzi: mancano banchi e panche, i libri e i “quaderni” sono costituiti spesso da lavagnette e gessetti.
G.R.A.D. privilegia il metodo partecipativo per attuare i progetti, coinvolgendo il lavoro e l’impegno delle famiglie e di altri soggetti locali, ma conta esclusivamente su fondi provenienti da privati, visto che la cooperazione europea con il governo togolese è bloccata da anni. Siamo ripartite per l’Italia con la ferma intenzione di dare continuità alla nostra visita, attraverso azioni di sensibilizzazione e di solidarietà concreta. In aprile abbiamo organizzato una serata con cena e danze africane, il cui ricavato andrà a coprire buona parte delle spese necessarie per costruire il tetto della scuola di Boko Sadamé. È importante ricordare che è possibile contribuire in ogni momento al sostegno degli interventi strutturali e all’adozione a distanza di bambini e classi, attraverso il partner italiano Il Colibrì (vedi box) ma anche attraverso un’esperienza di un viaggio come questa.

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