Ladri di terra. Il nuovo sfruttamento dell'Africa

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di Gianni Ballarini da Nigrizia

L’ultimo ad aprire la porta allo shopping terriero è stato il governatore del Katanga, area dell’Rd Congo grande quanto la Francia. Moïse Katumbi ha messo a disposizione di investitori stranieri 14 milioni di ettari di terreno coltivabile. «Voglio diversificare. Il nostro futuro è l’agricoltura. Non le miniere», sarebbe un vero e proprio record planetario: 140mila km2 di terra coltivabile, un’area grande poco meno della metà della superficie italiana, messa a disposizione dei cacciatori di terra. Che sono molti in questo periodo. E sono soprattutto i terreni africani a finire sotto la pressione della speculazione e degli investimenti commerciali. Secondo i dati forniti dalla Banca mondiale, sarebbero attualmente 35 milioni gli ettari acquistati o affittati nel continente da paesi stranieri o da multinazionali per essere coltivati. Il paese “privilegiato” da sempre è l’Etiopia (oltre 3 milioni gli ettari, gestiti da almeno 36 paesi o multinazionali stranieri).

Ma sono molti, in realtà, gli stati dell’Africa subsahariana che stanno cedendo larghe fette del proprio territorio per soddisfare la sicurezza alimentare straniera, a scapito della propria. Perché ormai siamo entrati nell’era in cui «il cibo è diventato un motore nascosto della politica mondiale» (titolo della rivista Foreign Policy di maggio-giugno 2011). Gli analisti parlano di geopolitica del cibo. Questo, perché il boom dei consumi nei paesi emergenti, sommato a una lunga serie di estremi climatici (incluse siccità e inondazioni), spedisce alle stelle i prezzi di moltissime materie prime, con il rischio che il carovita degeneri in scontri di piazza nelle nazioni più povere.

A impennarsi non è solo il prezzo del petrolio, la regina delle materie prime, perché è quella che impatta più direttamente l’economia. Ma, in un anno (da aprile 2010 ad aprile 2011), i prezzi cerealicoli sono saliti del 71% (fonte: Organizzazione dell’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura, Fao). E sappiamo che nei paesi in via di sviluppo, o in alcuni paesi emergenti, la spesa alimentare è la voce più elevata per le famiglie: una fiammata di questi prezzi mette in crisi equilibri di per sé già precari.
La terra coltivabile diventa, così, più preziosa dell’oro. Anche perché se ne trova sempre meno. Secondo i dati di Actionaid, sui 4 miliardi di ettari potenzialmente arabili nel mondo, più della metà è compromesso da erosione, desertificazione e inarrestabile avanzamento delle città. Inoltre, la terra è sempre meno dedicata alla produzione di cibo. Ad esempio, il 40% circa del mais Usa è dirottato sui biocombustibili. Così, si fa incetta di terra dove ce n’è.

Olivier de Schutter, relatore sul diritto al cibo dell’Onu, in un recente inventario ufficiale ha censito ben 389 acquisizioni di larga scala di terra agricola in 80 paesi. Solo il 37% degli interventi è mirato a produrre cibo, mentre il 35% è destinato alla produzione di agrocarburanti. Per la Banca mondiale, è nell’Africa subsahariana dove si concentra la maggior parte (circa il 45%) della terra adatta alla coltivazione non ancora sfruttata. Da qui la caccia alla terra africana. A dare il via al fenomeno del land grabbing (l’accaparramento delle terre) nel continente è stata l’Arabia Saudita. Re Abdullah, dopo essersi accorto che il petrolio portava miliardi di dollari ma non produceva cibo, decise di comprare migliaia di ettari di campi sull’altra sponda del Mar Rosso, nel Corno d’Africa. I suoi uomini si misero a coltivare riso e cereali in Etiopia.

E nell’agosto del 2009 il re festeggiò il primo raccolto. L’Arabia fu l’apripista. Poi arrivarono in massa tutti gli altri: da Pechino a Dubai, da Washington a Nuova Delhi e giù giù fino a Roma. Secondo l’International Land Coalition, le imprese italiane sarebbero partite alla conquista di almeno un milione di ettari in Africa (e un altro milione è stato acquistato da Benetton in Argentina). Tra le imprese coinvolte, c’è l’Eni nell’Rd Congo (180mila ettari), l’Agroils di Firenze in Marocco, Senegal, Camerun, Ghana (250mila) e il gruppo finanziario Green Waves, che ha preso il controllo di 250mila ettari coltivati a girasole per biocarburanti in Benin.

In molti paesi africani la terra non si può acquistare, ma affittare per periodi che possono arrivare fino a 99 anni. È quello che è successo, ad esempio, in Sud Sudan, dove, tra l’inizio del 2007 e la fine del 2010, sono stati ceduti a 28 compagnie straniere 2,64 milioni di ettari di terreno. Si tratta di una superficie più grande di tutto il Rwanda. Il contratto di maggior valore è stato firmato da Al-Ain Wildlife, una società degli Emirati Arabi Uniti, che ha acquisito i diritti di sfruttamento turistico su oltre 2 milioni 200mila ettari nel parco nazionale di Boma.

Altri accordi coinvolgono le americane Nile Trading and Development e Jarch Management: le concessioni riguardano rispettivamente 600mila ettari di terreni agricoli nello stato dell’Equatoria Centrale e 400mila ettari in quello dell’Unità. Stiamo parlando di un paese assai fragile. Di uno stato nascente, che si proclamerà indipendente il 9 luglio prossimo. Con una classe politica inadeguata. Dove, secondo il Programma alimentare mondiale (Pam), 9 persone su 10 vivono con meno di un dollaro al giorno e circa un terzo (3,3 milioni) della popolazione locale vive in condizioni di moderata o grave crisi alimentare. In questo contesto, togliere la terra significa intaccare i livelli di sopravvivenza.

Non è vero, dicono gli ottimisti. Gli stati africani possono sfruttare questa ondata di investimenti per fornire posti di lavoro e sviluppo per le comunità locali. Non solo si mettono in produzione aree abbandonate a sé stesse, ma si trasferisce know how alla popolazione. Per la verità, quello che sta succedendo in molti posti africani è che le comunità che per tradizione, ma senza un atto legale, coltivavano la terra da generazioni, vengono sfrattate senza un’adeguata spiegazione. Il land grabbing rischia di non incidere minimamente sullo sviluppo dei paesi dov’è praticato. Neppure sotto l’aspetto occupazionale. Nel 2010 la Fao ha invitato i governi africani a evitare le cessioni massicce di terra. Il suo direttore generale, Jacques Diouf, ha parlato di neocolonialismo e di terza fase della globalizzazione. Gli africani lo chiamano furto della terra.

0 Comments

  1. ABCATJIA1943

    Ma sappiamo che vita hanno fatto gli avi degli abitanti del Katanga, quando questo stato ebbe come padrone il re del Belgio Leopoldo? L’unica cosa che potevano fare era lavorare,lavorare, lavorare, erano i dannati delle piantagioni di caucciù, i siringeiros che dalla mattina alla sera estraevano dalle piante la linfa che serviva a fare quelli che adesso sono i pneumatici Pirelli, Firestone, Bridgestone etc. Dalla schiavitù dopo mille e mille peripezie, e centinaia di migliaia di morti sono finalmente diventati nel 1960 uno stato democratico. Se oggi, vogliono trasformare parte del loro immenso territorio in agricoltura perchè annullare questo sogno? Chi siamo noi per crederci superiori ai cittadini di quella nazione? Quanto abbiamo sbagliato noi per diventare quella “grande nazione” che siamo oggi? Ma facciamoci il piacere!!!! Impariamo intanto a vivere e gestire bene il nostro Paese, e poi andiamo ad insegnare a vestire le bambole in quello degli altri!!!!

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