L’acqua del popolo

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Garantire l’accesso all’acqua come diritto fondamentale, obbligare a forme di gestione esclusivamente pubbliche, favorire la partecipazione dei cittadini alle scelte e promuovere un utilizzo sostenibile delle risorse. Non sono più solo gli obiettivi di movimenti e associazioni che lavorano per il diritto all’acqua, ma anche quelli di una precisa proposta di legge regionale di iniziativa popolare, presentata a Firenze nel corso del Forum Toscano 2005. Una proposta che nasce da lontano.

Innanzi tutto dalle idee e dai principi contenuti nel Contratto mondiale dell’acqua, in cui si riconoscono movimenti, organizzazioni, gruppi in tutte le parti del mondo. Il punto di partenza è un semplice dato: più di un miliardo e trecentomila persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile; e se le cose non cambiano, entro pochi anni diventeranno tre miliardi. Per una vera inversione di tendenza, i meccanismi da mettere in moto sono tanti e ciascuno deve fare la sua parte. Sia a livello individuale, con la consapevolezza che l’acqua è un risorsa da non sprecare, che a livello collettivo, con politiche coerenti con questi principi.
Ecco allora che in Toscana, regione all’avanguardia nell’attuazione della legge Galli, che ha ridisegnato i servizi idrici promuovendo l’ingresso dei privati nella gestione, nasce l’idea di tradurre i principi, sui quali tutti a parole concordano, in una legge. Sulla quale non tutti concorderanno. Perché la proposta non si limita ai principi, ma prevede cose ben precise: non solo la proprietà di reti e infrastrutture, ma anche la gestione del servizio idrico integrato deve rimanere totalmente in mano pubblica. Quindi tutte le forme di gestione privata o mista, nate a seguito della legge Galli, dovranno decadere entro il 2008. In ogni Ato, ambito territoriale ottimale (le aree geografiche in cui è stato suddiviso il territorio: in Toscana sono 6) il servizio sarà affidato ad una società interamente partecipata dagli enti locali o da altri organismi pubblici, a meno che qualche Comune non abbia deciso di tornare ad una gestione in proprio, che sarà salvaguardata. Tutti i cittadini – dice sempre la proposta di legge – hanno diritto a 40 litri di acqua al giorno, sempre e comunque gratuita, anche in caso di morosità; è questa la quantità individuata a livello mondiale come corrispondente ai bisogni essenziali della persona. Oltre, si pagherà una tariffa, determinata per legge e basata anche su scaglioni di reddito; oltre i 100 litri al giorno la tariffa salirà, via via, del 150% ogni 50 litri in più, in modo tale da scoraggiare gli sprechi. Ma non è tutto: per garantire una gestione trasparente e democratica, la proposta elenca una serie di atti e di materie sulle quali i Sindaci saranno tenuti a consultare i Consigli comunali, che discuteranno in sedute aperte alla cittadinanza. In ogni Ato inoltre verrà istituita una Consulta del diritto all’acqua, formata da utenti e lavoratori, che dovrà essere interpellata ogni volta che si tratta di decidere su atti di pianificazione, tariffe, bilanci, progetti di opere particolarmente rilevanti, contratti con i gestori, qualità dell’acqua e altro ancora.
Complicato da far approvare? Sicuramente. Perché in Toscana, nei fatti, è difficile ipotizzare un cambiamento così radicale, proprio nel momento in cui la riforma, sul fronte delle forme di gestione, sta arrivando alla sua completa attuazione. Eppure solo traducendo i principi in proposte concrete, testi su cui chiamare le amministrazioni e i politici a discutere, si può pensare di incidere nelle scelte fondamentali, o per lo meno di promuovere una discussione vera e aperta alle problematiche globali, e non solo locali. Si tratterà ora di capire i prossimi passaggi, con la complicazione che la legislatura sta finendo e la proposta di legge andrà quindi presentata al prossimo Consiglio regionale. Intanto, è possibile che proprio nell’ultima seduta, a metà febbraio, l’assemblea approvi un’attesa proposta di legge che riguarda tutti i servizi pubblici e che, per l’acqua, prevede che almeno il 51% rimanga in mano pubblica.

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