L'acqua è preziosa. Allora perché la svendiamo? De Zordo: "Urgono nuove regole per concessioni di acque minerali"

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Riceviamo e pubblichiamo

In Toscana un limite al consumo di acqua potabile è stato imposto con ordinanze dei sindaci ai cittadini, a cui si richiede di attuare sacrosante norme antispreco, ma nessun limite viene richiesto al prelievo dell’oro blù da parte delle aziende di imbottigliamento di acque minerali che per concessione prelevano la prelevano per rivendere sul mercato. Anche in Toscana le aziende che hanno la concessione pagano canoni irrisori se paragonati al volume d’affari e ai profitti stratosferici dell’acqua in bottiglia, malgrado lo scandalo nazionale sia emerso più volte all’attenzione dell’opinione pubblica (si veda il dossier del 2011 di Altraeconomia e Legambiente Acque minerali: la privatizzazione delle sorgenti in Italia ) .

In questa crisi idrica in cui le falde inesorabilmente si abbassano colpisce che nessuna limitazione al prelievo vien richiesta alle aziende imbottigliatrici: un ulteriore regalo in un momento in cui le Regioni dovrebbero, al contrario, mettere limiti e attivare urgentemente anche una revisione dei canoni di concessione per l’imbottigliamento dell’acqua ottenendo un forte incremento dei fondi incassati. Oggi le Amministrazioni coi canoni in gran parte dei casi non riescono nemmeno a raggiungere una quota sufficiente a coprire le spese necessarie per i controlli o per lo smaltimento delle bottiglie di plastica utilizzate.

Anche la Toscana insieme a molte altre regioni ha applicato solo parzialmente le indicazioni contenute nelle linee guida nazionali approvate nel 2006 e ha delegato ai Comuni i costi delle concessioni che variano da 0,50 a 2,00 euro al metro cubo: così, anche con l’inserimento del contatore, resta irrisorio il rapporto tra spese di concessione e profitti, mentre andrebbero aumentati i canoni e fissate tariffe adeguate: così avremmo meno pubblicità sui media e minor bisogno indotto di acqua in bottiglia, con il vantaggio di vedere in giro meno camion carichi di bottiglie e meno plastica tra i rifiuti.

Oggi sentiamo addirittura ventilare l’ipotesi che si carichino in bolletta i costi straordinari che i gestori devono sostenere nel corso di questa crisi idrica (per la Toscana circa 6 milioni di euro): sarebbe il danno aggiunto alla beffa. I cittadini pagano due volte, mentre le aziende di acque minerali continuano a far profitti: ormai è arrivato il momento di capovolgere questo paradigma e investire nel servizio e nelle infrastrutture necessarie il ricavato di concessioni che in un paese civile non dovrebbero neanche esistere ma che, finché ci sono, devono almeno servire al miglioramento del servizio per tutti. Così come dovrebbero essere reinvestiti gli utili annui delle società di gestione, anziché distribuirli in gran parte ai soci proprietari come ha fatto anche Publiacqua spa che nel 2011 ha destinato solo il 27% degli utili agli investimenti e ha distribuito ben 11,5 milioni di euro ai soci proprietari tra cui Acea.

Una cosa è certa: mentre il dibattito pubblico/privato per la gestione del servizio idrico è ancora in corso dopo i risultati dei Referendum nei quali 1 milione e 400mila cittadini si sono espressi contro la privatizzazione del servizio idrico, in Italia esiste già una forma di privatizzazione dell’acqua, o meglio delle sorgenti concesse a prezzi ridicoli alle società che imbottigliano. Se non per motivi culturali e ambientali, almeno per logiche di spending review cosa aspetta la Toscana a cambiare le regole delle concessioni di acque minerali? O alcuni soggetti sono esentati dai tagli e dai sacrifici che anche questa regione chiede ai suoi cittadini?

perUnaltracittà-lista di cittadinanza

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