21 settembre 2018

L’abbandono delle Biblioteche nazionali. Firenze e Roma ignorate dallo Stato

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L'ingresso della biblioteca sui lungarni
L'ingresso della biblioteca sui lungarni

di Paolo Di Stefano

Le cifre, nella loro brutalità, dico­no già molto. E confrontando, a titolo di esempio, gli stanziamen­ti dello Stato italiano per le due Bibliote­che nazionali centrali, di Roma e Firen­ze, con quelli francesi per la famosa Bi­bliothèque Nationale (BnF) di Parigi, si rimane interdetti. Il rapporto è di circa uno a venti: per la sola gestione, 4.5 mi­lioni all’anno da noi contro i cento milio­ni francesi. Eppure, quanto a dotazioni, i due istituti italiani nel loro complesso equivalgono a quello parigino. Siamo at­torno ai 12-14 milioni di «unità biblio­grafiche ». Ma è sulla questione del per­sonale che si sono concentrate le più re­centi polemiche italiane dovute alla mi­nacciata (e in parte già realizzata) chiu­sura di alcuni servizi al pubblico delle nostre due maggiori biblioteche: meno di 500 impiegati tra Roma e Firenze, 2600 a Parigi. Un rapporto di 1 a 5.

Per capirci qualcosa nel dedalo delle biblioteche italiane è necessario un bre­ve excursus storico. Che Paolo Traniello, docente di Biblioteconomia a Roma 3 e autore di numerosi saggi sull’argomen­to, ha ben chiaro: «Con l’Unità le varie biblioteche esistenti furono assorbite nell’amministrazione statale e oggi la si­tuazione è rimasta quella ottocentesca». Bisogna distinguere due grandi gruppi: le biblioteche pubbliche dello Stato e le biblioteche gestite dagli enti locali, che sono diverse migliaia e la cui consisten­za varia, dalla Sormani di Milano alle mi­nuscole realtà rionali, in netta crescita. Le statali, che fanno riferimento al mini­stero dei Beni culturali, sono 36, tra cui istituti di grandissimo pregio (dalla Brai­dense alla Marciana, all’Angelica): «No­ve — ricorda Traniello — portano anco­ra sulla carta la definizione di nazionali, perché svolgevano funzione nazionale nei rispettivi stati preunitari e diverse so­no le biblioteche universitarie, che si tro­vano negli antichi atenei, da Pavia a Pa­dova a Pisa».

Sono due, invece, le Nazionali a tutti gli effetti, ovvero le Nazionali centrali, quella di Firenze, che nacque nel 1861, e quella di Roma, fondata nel 1875. Che co­sa significa «a tutti gli effetti»? Significa che hanno compiti che le altre non han­no: conservare l’intero patrimonio bi­bliografico italiano (i libri e i periodici, oltre al ricchissimo tesoro dei fondi anti­chi), acquisire e catalogare le nuove pub­blicazioni (un flusso di 50-60 mila novi­tà librarie e circa 300 mila numeri di te­state all’anno), informare il pubblico at­traverso bollettini completi. Per le nuo­ve acquisizioni vige in Italia il diritto di deposito legale, per cui l’editore è tenu­to a inviare alle due Centrali copia delle sue produzioni. Insomma, le Biblioteche nazionali rappresentano, come ovunque nel mondo, la cultura del Paese, la custo­discono e la tramandano alle generazio­ni future. «Il numero abnorme di biblio­teche statali — precisa Traniello — è un gravame notevole sulle spalle dell’ammi­nistrazione, specie per il personale, che assorbe la gran parte degli stanziamen­ti ».

Nasce da qui il recente casus belli. Se da una parte le entrate per la gestione so­no state decimate, è anche vero che da un decennio circa gli impiegati dei due istituti sono progressivamente diminui­ti (quasi dimezzati), e i direttori faticano a mantenere gli stessi orari di servizio al pubblico. Così, dopo Roma, anche Firen­ze ha deciso che da luglio chiuderà la di­stribuzione pomeridiana, a differenza di quel che accade a Parigi, dove il servizio funziona fino alle otto di sera, domenica compresa. Due giganti moribondi e ab­bandonati. L’ultima preoccupazione dei politici, in questo momento. Anche se le due Nazionali ospitano quotidianamen­te studenti, ricercatori, studiosi: sui 700 mila in totale.

Forse sarebbe una passo avanti se l’anomalia italiana della doppia Naziona­le fosse rivista: in fondo negli altri Paesi ne basta una. Ida Antonia Fontana dirige la sede di Firenze: «È difficile razionaliz­zare un sistema così stratificato. Anche in Germania ci sono una sede centrale a Francoforte, una distaccata a Lipsia e una sezione audiovisiva a Berlino. Cadu­to il Muro, i vari Stati dell’Est misero a disposizione enormi finanziamenti per costruire bellissime biblioteche naziona­li: in Croazia, in Estonia… Erano la dimo­strazione fisica dell’indipendenza». E da noi? «Si potrebbe dire che Roma, dove confluirono i fondi dei conventi e dei monasteri soppressi, è la biblioteca del­la cultura religiosa, mentre Firenze è la cultura civile. Come si fa a riunirle?».

La direttrice Fontana risale piuttosto a una «scellerata» legge del ’79 per met­tere a fuoco i problemi attuali: «Si riem­pirono di organici i cosiddetti giacimen­ti culturali, facendo pervenire giovani in esubero, e da allora non sono più state fatte assunzioni». Il risultato è che il per­sonale è invecchiato, e negli ultimi tredi­ci anni sono andati via 150 impiegati senza essere sostituiti: «La loro esperien­za e i loro saperi sono andati perduti e non sono stati trasmessi a nessuno, gli ultimi lavoratori hanno sui sessant’an­ni… Così si è creata una cesura incolma­bile nel passaggio di competenze e si so­no prodotti problemi quotidiani urgenti per mancanza di persone che possano fa­re anche i lavori pesanti richiesti da una struttura come la nostra, nei cui magaz­zini arrivano tra i 70 e i cento pacchi al giorno». Il risultato è un arretrato preoc­cupante nella catalogazione: 150 mila vo­lumi e la metà delle 15 mila testate in ar­rivo continuo.

C’è poi il capitolo informatico: le sche­de digitali da compilare, un sistema SBN che offre informazioni online su un cata­logo unico nazionale, il «Tesaurus» da implementare ogni sei mesi, la consape­volezza che le schede elettroniche sono più deperibili della carta. Resta il sospet­to che si possa verificare uno spreco di energie se Roma e Firenze catalogano gli stessi volumi: «Già adesso le due biblio­teche interagiscono — osserva Fontana — e presto andranno ad agire come po­lo unico, in modo che la catalogazione nostra serva a Roma e viceversa. In futu­ro Roma dovrebbe lavorare soprattutto sulla fruizione e noi sulla catalogazio­ne ». Anche Traniello ritiene inutile un’eventuale riduzione a una sola Nazio­nale ma dice: «Potrebbero trasformarsi in una sola struttura pur mantenendo le due sedi: la cosa più importante è che le altre biblioteche vengano trasferite agli enti locali e le universitarie alle rispetti­ve università, in modo da sgravare il mi­nistero. È la formula adottata con succes­so in Spagna, dove la gestione di trenta biblioteche è passata alle comunità auto­nome ».

Sulla enorme sproporzione finanzia­ria rispetto agli altri paesi insiste Osval­do Avallone, da sei anni direttore della Biblioteca nazionale di Roma. Avallone lamenta la riduzione del personale da 400 a 280 unità: «Andando avanti così fra dieci anni non ci sarà più nessuno e la trasmissione di saperi si perderà del tutto». Se dovesse parlare con il mini­stro competente? «Chiederei il ripristino delle risorse che c’erano nel 2001, in mo­do da recuperare la piena funzionalità della Biblioteca. Come funzionario pos­so solo dire che a differenza dell’Alitalia noi rappresentiamo la vera identità na­zionale, la memoria storica, le radici, il presente e il futuro». Si ricade sulle col­pe della politica. Con un’avvertenza: «La tradizione di insensibilità per le bibliote­che è una costante di tutti i governi, sen­za eccezioni».

[Fonte Corriere della Sera]

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