La via di Damasco

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Perché un viaggio in Siria? Perché adesso? Molti me l’hanno chiesto e in loro c’era la preoccupazione per una scelta che in qualche modo poteva risultare pericolosa. Sono partito per Damasco a fine aprile quando il nome della Siria era sulla bocca di tutti come prossimo possibile obiettivo degli Stati Uniti nella loro “guerra al terrorismo”.
A quel punto, volevo proprio capire se il paese che veniva descritto come un covo di terroristi e fanatici religiosi fosse realmente tale oppure no: perché il potere dei mass media è così invadente che alla fine hanno convinto tutti della pericolosità del luogo e hanno insinuato anche in noi la paura. E quando dico noi, intendo noi che ci illudiamo di non avere pregiudizi, noi che pensiamo di essere aperti nei confronti del mondo e di ciò che è diverso, che crediamo di non cadere negli stereotipi e nei luoghi comuni.
Che la Siria fosse un posto bellissimo era una certezza: basta sfogliare una guida e leggere qualche breve reportage per scoprire un posto abitato da secoli (Damasco e Aleppo si contendono il titolo della prima città abitata dagli uomini in modo continuativo), culla di una delle più antiche civiltà del mondo e di luoghi unici: dalle rovine di Palmira alle ruote ad acqua giganti di Hama, dal colonnato di Apamea alle città morte di origine bizantina, dai castelli dei crociati al teatro di Bosra. Ciò che non mi aspettavo era l’accoglienza, l’ospitalità, la disponibilità, la curiosità nei confronti dello “straniero” e la gentilezza di questo popolo.
Il mio viaggio è durato due settimane, non posso certo dire di avere avuto una conoscenza approfondita di questi luoghi e le mie impressioni sono una visione sicuramente parziale e incompleta. Sta di fatto che la Siria che ho conosciuto è molto diversa da quella che pensavo di trovare. è una nazione dove convivono differenti stili di vita e di pratiche religiose. Sciiti e sunniti, cristiani, ebrei e armeni, ognuno ha una sua zona nella città vecchia di Damasco, ma nel grande suk queste diverse anime si mescolano in un tutto armonico. Ed è strano ma anche piacevole vedere camminare fianco a fianco donne completamente coperte da un velo nero con altre in jeans e maglietta e tra questi due estremi ci sono quelle che mostrano solo gli occhi e altre che si limitano a coprirsi i capelli con il velo.
La pacifica convivenza di diverse tradizioni si ritrova anche nei monumenti. L’esempio più eclatante è rappresentato dalla moschea degli Omayyadi di Damasco: i mosaici che ne ricoprono la facciata, realizzati da artigiani bizantini, sono di tipo figurativo e non astrattamente geometrici come avviene abitualmente nell’arte islamica.
E le moschee, il fulcro attorno a cui ruota la giornata dei musulmani, non sono solo luoghi di culto, ma anche luoghi di ritrovo, oasi di pace in mezzo alla città dove i bambini vengono a giocare, la gente a riposarsi, a dormire o a chiacchierare e non solo a pregare.
Ogni persona che ho incontrato mi ha aiutato e mi ha fatto sentire a mio agio: l’autista del bus che mi dà indicazioni, la donna palestinese di Haifa che parla inglese e mi aiuta nella traduzione, i tassisti che mi insegnano le parole base della lingua araba, gente comune che mi accompagna o mi fa domande incuriosita dalla mia presenza, gli studenti di Aleppo che mi chiedono notizie sull’Italia. Tutti hanno paura del giudizio negativo che possiamo avere noi occidentali nei confronti della loro cultura. Se sentono qualcuno che parla bene di loro rimangono così felicemente sorpresi che non smettono di ringraziarti, mentre sono io che devo ringraziare loro.

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