La verità per ricominciare

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6.500 pagine, 17mila testimonianze, 22 mesi di indagine. La Commissione della Veritá e Riconciliazione del Perú ha consegnato nelle mani del Presidente Toledo il rapporto finale su 20 anni di violazioni dei diritti umani. È stato presentato il 28 agosto scorso, e la questione è tornata in primo piano da quando Martis Rivas, capo dello squadrone della morte “Grupo Colina” ha dichiarato che riceveva gli ordini direttamente dall’ex presidente Alberto Fujimori.

Sono stimati in 69.280 i morti o desaparecidos. La maggior parte delle atrocità commesse sono state attribuite alla guerriglia. L’accusato numero uno è il gruppo maoista “Sendero Luminoso”, giudicato responsabile del 54% delle vittime, mentre il movimento “Tupac Amaru” solo dell’1,5%. Le forze di sicurezza dello Stato sono definite responsabili della scomparsa di almeno 7mila persone. Cifre che superano di tre volte la cifra prevista. Cifre a parte, la nota più interessante è l’attribuzione delle responsabilità politiche e penali. Gli ex Presidenti Fernando Belaúnde (1980-1985) e Alan García (1985- 1990) sono stati accusati di essere “carenti nel comprendere e nel gestire adeguatamente il conflitto armato”, mentre per Alberto Fujimori (1990-2000) si parla di vera e propria responsabilità penale.

Paradossalmente il rapporto finale della Commissione è stato presentato alla cittadinanza ad Ayacucho (l’angolo della morte in quechua), teatro di crimini e violazioni orrende perpetrate da Sendero Luminoso e dalla repressione governativa negli anni ’80.

Il rapporto viene presentato in un contesto sociale in fibrillazione, fatto di marce, scioperi, blocchi stradali, contro una politica economica recessiva, contro uno stile di governo poco in sintonia con i sentimenti quotidiani della popolazione. La nostalgia autoritaria fa capolino in molti settori conservatori. La fragilitá della “democrazia” toledista, viene spesso confrontata con la stabilitá della “dittatura” fujimorista. Il rapporto finale della Commissione ha acceso un vespaio di dichiarazioni contrastanti, evidenziando una profonda rottura tra la societá civile e i poteri forti, che da vari mesi portano avanti una campagna di dura opposizione alla Commissione. Mentre dall’altra parte sono state presentate 22.000 firme, raccolte dal movimento cittadino “Para que no se repita” (Affinché non si ripeta, n.d.r.).

Diverse ONG internazionali come il coordinamento Forum Solidaridad Perù, si stanno muovendo nella direzione di una capillare diffusione del rapporto finale, per animare il dibattito non solo a Lima ma anche nelle realtà periferiche andine e amazzoniche, e per mantenere acceso l’interesse ad una costruzione democratica dal basso, che sia frutto della coscienza di migliaia di cittadini impegnati in prima persona per la giustizia e la pace. In un contesto difficile, segnato da povertà strutturali, riaffiora la dignità caratteristica di un popolo che non si arrende, ma lotta e si rimbocca le maniche.

* giornalista, operatore di reti internazionali ed educatore di strada.
Fondatore dell’Osservatorio Indipendente sulla Regione Andina SELVAS (www.selvas.org). Lavora a Lima nella cooperazione internazionale.

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