La verità non sta nel mezzo

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La guerra può essere una grande notizia, anzi uno spettacolare show illuminato da centinaia di riflettori, in cui ciascuna delle star del business dell’informazione, dispensatrici delle loro verità, si ritaglia uno spazio. A queste si contrappongono altrettante fonti di informazione indipendenti, ciascuna con la propria parzialità. Tale overdose di informazioni si presta a creare confusione in quanti vorrebbero davvero saperne di più.
Superfluo dire che la verità risiede nella intelligenza di ciascuno oltreché nelle individuali convinzioni che porteranno ognuno di noi ad affidarsi esclusivamente a fonti che gli sono affini per impostazione politica e capacità di persuasione.
Non si può dunque arrivare a conoscere la “fonte giornalistica più veritiera”, ma piuttosto prendere consapevolezza di una serie di elementi analitici utili a non cadere in alcuni tranelli tesi a plagiare l’opinione pubblica.
Trattandosi di una guerra, le principali fonti di informazioni sono quelle militari. Non serve dunque spiegare che ciascun ministro elargirà notizie che sono funzionali alla propria strategia. Sarà così più chiaro il motivo della gara di dubbi “senza conferme né smentite” insinuati da strateghi e generali anglo-americani circa la morte di familiari e membri del governo di Saddam Hussein o in relazione alle sconfitte, con tutto il carico di perdite di vite umane conseguente, mai riconosciute da parte del governo iracheno.

In Italia, per essere più specifici, ogni notizia è stata oggetto di dibattiti condotti al solo scopo di contrapporre le ragioni del governo berlusconiano a quelle dell’opposizione. I pacifisti sono stati delegittimati dall’essere un movimento autorappresentativo e inquadrati secondo pregiudizi politici che ne hanno ignorato le ragioni o le hanno esaltate a seconda dell’interesse delle varie parti.
Le fonti di informazione indipendenti, invece, hanno talvolta subito l’assegnazione di un ruolo: quello di chi svela le bugie prodotte dai mezzi di informazione ufficiale. Una scelta per tutti gli indipendenti aderenti alla iniziativa di Peacelink, Mediawatch ovvero osservatorio dei media ufficiali in tempo di guerra, e un rischio per molti altri che nella fatica di smentire versioni false delle notizie hanno partecipato attivamente alla tessitura di una rete imbastita apposta per contenere parti e controparti.
Rari gli esempi di informazioni provenienti direttamente dagli scudi umani internazionali presenti in Iraq e dai familiari o concittadini delle vittime civili. Queste ultime sono state oggetto delle più grandi omissioni da parte di giornalisti doc e opinionisti a vario titolo: per timore di schierarsi dalla parte sbagliata (“dietro ogni civile si potrebbe nascondere un terrorista kamikaze”) o per adesione alla filosofia militare delle “vittime collaterali” per una “guerra di liberazione” necessaria.
Ciò che non abbiamo visto né letto, insomma, è la verità vera. Quella che risiede nei luoghi in cui ogni guerra avviene e nei ricordi che ciascuno di noi forse ha rimosso. La storia – e anche in questo caso dipende da chi ce la racconta – ci insegna tanto di più di ogni altra pagina scritta in questa nostra “società dello spettacolo”.

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