19 settembre 2018

La velocità del sogno

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L’alba sulle montagne del Sudest messicano non corre. Come non avesse fretta, si crogiola in tutti e in ciascun angolo, come un amante paziente ed affezionato. La nebbia le scivola dalla mano, con il suo lungo abito di nuvola, e riesce a coprire la luce più intensa, l’accerchia, la circonda con la sua coltre di nuvola, la racchiude in un ampio circolo. Dalla metà del cielo, la luna batte in ritirata. Una voluta di fumo si confonde con la foschia, lentamente, con la stessa lentezza con la quale la nuvola, sotto l’ampio volo del suo nagua, copre le capanne sparse. Tutti dormono. Tutti meno l’ombra. Tutti sognano. Soprattutto l’ombra. Tende appena la mano ed afferra una domanda.

Qual è la velocità del sogno?

Non so. Forse è… Ma no, non lo so…
In realtà, qua, quello che si sa, si sa in maniera collettiva.
Sappiamo, per esempio, che siamo in guerra. E non mi riferisco solo alla guerra propriamente zapatista che non cessa di soddisfare le btamosie di sangue di alcuni mezzi di comunicazione e di alcuni intellettuali ‘di sinistra’, così attenti, gli uni, alla quantità di morti, feriti e scomparsi, e gli altri a tradurre i morti in errori ‘per non aver fatto quello che io avevo detto loro di fare’.
Non solo, parlo anche di quella che noi chiamiamo ‘IV Guerra Mondiale’ dichiarata dal neoliberismo e contro l’umanità. Quella in atto su tutti i fronti e in ogni luogo, comprese le montagne del Sudest messicano. La stessa che in Palestina e in Iraq, in Cecenia o nei Balcani, in Sudan o in Afghanistan, con eserciti più o meno regolari. Quella che il fondamentismo dell’una e dell’altra fazione porta in tutti gli angoli del pianeta. Quella che, assumendo forme non militari, miete vittime in America Latina, nell’Europa Sociale, in Asia, in Africa, in Oceania, nel Lontano Oriente, con bombe finanziarie che mandano in pezzi interi stati nazionali ed organismi internazionali.
Questa guerra che, secondo noi (insisto: tendenzialmente) vuole distruggere/spopolare territori, ricostruire/riordinare le geografie locali, regionali e nazionali e creare, con il ferro e con il fuoco, una nuova cartografia mondiale. Quella che, sul suo percorso, continua a lasciare la sua firma: la morte.
Forse la domanda ‘qual è la velocità del sogno?’ dovrebbe essere accompagnata dalla domanda ‘qual’è la velocità dell’incubo?’
Ancora alcune settimane prima degli attentati terroristici dell’11 marzo 2004 in Spagna, un giornalista-analista politico messicano (di quelli a cui quando si dà un dolcetto si sciolgono in lodi ridicole) lodava la visione ‘dello Stato’ di José María Aznar.
L’analista diceva che, affiancando gli Stati uniti e la Gran Bretagna nella guerra contro l’Iraq, Aznar aveva ottenuto una promettente possibilità di espandere l’economia spagnola e che l’unico costo che doveva pagare era il dissenso di una ‘piccola’ parte della popolazione spagnola, ‘i radicali che non mancano mai, perfino in una società tanto fortunata come quella spagnola’, ha detto ‘l’analista’. Aggiungendo che gli spagnoli avrebbero dovuto solo aspettare comodamente seduti che l’affare della ricostruzione dell’Iraq si mettesse in marcia ed allora sì, avrebbero cominciato a riscuotere carrettate di denaro. Insomma, un sogno.
La realtà non ha tardato a passare per riscuotere il vero conto della ‘visione dello Stato’ di Aznar.
Quella mattina dell’11 di marzo si realizzava quella ccircostanza per cui l’Iraq non sta in Iraq, voglio dire non solo in Iraq, bensì in tutto il mondo. Alla fine, la stazione di Atocha è divenuta sinonimo di incubo.
Prima dell’incubo c’era il sogno, ma il sogno neoliberista. Molto prima degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 in territorio statunitense, la guerra contro l’Iraq si era messa in moto. Non c’è niente di meglio di una foto per riandare a quell’inizio…
Suolo piatto, rossiccio. Sembra essere duro. Forse argilla o qualcosa di simile. Uno stivale. Solo, senza il suo compagno. Abbandonato. Senza un piede che lo calzi. Alcune macerie sparse. In realtà, lo stivale sembra una maceria in più. È tutto quello che c’è nell’immagine, cosicché è la didascalia della foto a chiarire che si tratta dell’Iraq. La data? 2004, settembre.
Non si riesce a distinguere se è lo stivale di qualcuno che è morto, che l’ha abbandonato nella fuga, o se si tratta semplicemente e normalmente di uno stivale buttato via. Non si sa neanche se è lo stivale di un soldato statunitense o britannico, o di un combattente della resistenza, di un civile iracheno o di un altro paese.
Tuttavia, nonostante la mancanza di altre informazioni, l’immagine dà un’idea di quello che è l’Iraq del ‘dopoguerra’ di Bush: violenza, morte, distruzione, desolazione, confusione, caos.
Tutto un programma neoliberista.
Se il falso argomento che la guerra contro l’Iraq era una guerra ‘contro il terrorismo’ è venuto meno, le vere ragioni emergono ora, più di un anno dopo che, con l’aiuto dei carri armati da guerra statunitensi, è stata abbattuta la statua di Hussein ed un euforico Bush ne ha eretta un’altra a se stesso dichiarando la fine della guerra. (Probabilmente, la resistenza irachena non ha ascoltato il messaggio di Bush: il numero di soldati statunitensi e britannici morti e feriti non ha fatto altro che aumentare da quando ‘è finita la guerra’, ed ora si aggiungono le morti di civili provenienti da varie nazioni).
L’ideologia neoconservatrice negli Stati Uniti ha un sogno: costruire la ‘disneyland’ neoliberista. Invece del ‘villaggio modello’, come dettano i manuali di contro-insurrezione degli anni sessanta, si è tentato di costruire una ‘nazione modello’. Si è scelto allora il territorio dell’antica Babilonia.
Il sogno della costruzione di un ‘esempio’ di quello che deve essere il mondo (sempre secondo i neoliberisti) si è nutrito della ‘(…) più apprezzata credenza tra gli architetti ideologici della guerra (contro l’Iraq): che l’avidità è buona. Non solo buona per loro ed i loro amici, ma buona per l’umanità e certamente buona per gli iracheni. L’avidità crea guadagni, i quali creano crescita, la quale crea lavoro, prodotti e servizi e qualunque altra cosa di cui qualcuno possa aver necessità o desiderio. Il ruolo di un buon governo, quindi, è quello di creare le condizioni migliori perché le corporations, le multinazionali, sviluppino la loro avidità senza fondo, in modo che, a turno, possano soddisfare le necessità della società. Il problema è che i governi, anche i governi neoconservatori, hanno raramente l’opportunità di sperimentare quanto sia corretta la loro sacra teoria: nonostante i loro enormi sforzi ideologici, perfino i repubblicani di George Bush, nei loro stessi vertici, sono eternamente sabotati da impiccioni democratici, sindacati ostinati ed allarmati ambientalisti. L’Iraq doveva cambiare tutto questo. In un luogo della Terra, finalmente la teoria sarebbe stata messa in pratica nella sua forma più perfetta e pura. Un paese di 25 milioni di abitanti non sarebbe stato ricostruito come era prima della guerra: sarebbe stato cancellato, sarebbe scomparso. Al suo posto sarebbe sorta una luccicante sala d’esposizione per le politiche del laissez-faire, un’utopia come il mondo non aveva mai visto’. (‘Baghdad anno zero. Il saccheggio dell’Iraq dietro un’utopia neoconservatrice’, Naomí Klein, Harper’s Magazine, settembre 2004).
Invece l’Iraq è un esempio, sì, ma di ciò che aspetta il mondo intero se i neoliberisti vincono la grande guerra, la IV Guerra Mondiale: disoccupazione quasi al 70 per cento, l’industria ed il commercio paralizzati, aumento esorbitante del debito estero, muri anti-attentato ovunque, crescita esponenziale del fondamentalismo, guerra civile… ed esportazione del terrorismo in tutto il pianeta. Non voglio sommergervi con qualcosa che quotidianamente trovate nei notiziari: offensive militari della coalizione (attenzione: in una guerra che ‘è già finita’), mobilitazione della resistenza irachena, attentati, attacchi ad obiettivi militari e civili, sequestri, esecuzioni, nuove offensive della coalizione, nuova mobilitazione della resistenza irachena, eccetera. Sono sicuro che potrete trovare esaurienti informazioni sulla stampa di tutto il mondo. In lingua spagnola, senza dubbio la miglior fonte è il quotidiano messicano La Jornada che conta tra i suoi collaboratori alcuni degli analisti più seri e documentati sulla questione dell’Iraq.
La cosa sicura è che questo video l’abbiamo già visto prima da altre parti… e continuiamo a vederlo: Cecenia, i Balcani, Palestina, Sudan, sono solo esempi di questa guerra che distrugge nazioni per cercare di ‘riconvertirle’ in ‘paradisi’… e finiscono per essere trasformate in inferni. Uno stivale abbandonato sulle terre dell’Iraq ‘liberato’ riassume il nuovo ordine mondiale: la distruzione di nazioni, la desertificazione di qualsiasi segno di umanità, la ricostruzione come riordinamento caotico delle rovine di una civiltà.

Tuttavia, ci sono altri stivali, anche se pochi…
Stivali rotti. Sì, gli stivali dell”insurgenta’ Erika sono rotti. Nella punta destra davanti, la suola è staccata e conferisce allo stivale l’aspetto di una bocca affamata. Le dita non sono ancora visibili, cosicché la Erika non sembra essersi accorta che i suoi stivali, precisamente il destro, sono rotti.
Fin dai primi giorni in montagna, guardare verso il basso è diventata per me un’abitudine. La calzatura normalmente è uno dei sogni/incubi del guerrigliero (Altri? Lo zucchero, avere i piedi asciutti ed altre ossessioni piuttosto umide), cosicché egli le dedica buona parte della sua attenzione. Forse per questo motivo si prende la mania di guardare sempre i piedi degli altri.
La insurgenta Erika è venuta ad avvisarmi che avevano appena pubblicato il racconto ‘L’arancia magica’ (ultima produzione di Radio Insurgente che racconta di… bene, è meglio ascoltarlo). Io le rispondo che ha lo stivale rotto. Lei abbassa lo sguardo e mi dice ‘anche tu’. Saluta militarmente e va via.
La Erika si cambia perché tra poco giocheranno a pallone due squadre di ‘insurgentas’, una si chiama ‘8 Marzo’ e l’altra ‘Le Principesse della Selva’. Non so molto di calcio ma, a mio parere, le ‘principesse’ giocano con un stile abbastanza lontano dalle buone abitudini della corte reale, e quelle del ‘8 Marzo’ giocano come si trattasse dell’insirrezione del primo gennaio [del 1994, quando l’Esercito zapatista insorse in Chiapas, ndt.]. Cioè, buona parte di loro finisce in infermeria. Ogni volta che giocano, le addette alla sanità tengono la barella a lato del campo. ‘Per non fare il giro’, dicono.
Hanno poi pareggiato. Cioè, le ‘insurgentas’ hanno pareggiato giocando a calcio. Sono andate ai rigori perché continuavano ad restare in pareggio. La ‘insurgenta’ Erika viene a dirmi questo. La Erika è la consulente sentimentale delle ‘insurgentas’, ma questa volta non viene a raccontarmi che ad una compagna ‘duole il cuore’ per il mal d’amore, ma che la partita è finita e lei va a parlare con il villaggio, più in concreto con le donne dei villaggi. Si presenta come civile, cioè con abiti civili. Questo è quello che dice. Perché io vedo che porta degli stivali fabbricati dall’artigianato zapatista e che hanno sul lato il marchio ‘Ezln’.
‘Mmh, se porti quegli stivali, allora tanto vale che indossi l’uniforme completa’, lei dico cercando di essere sarcastico. La Erika se ne va. Dopo un momento ritorna con l’uniforme. ‘Dove vai?’, le domando. ‘Al villaggio’, risponde. ‘Ma come ti viene in mente di andarci in uniforme?’, le domando/rimprovero. ‘Perché così mi hai detto.’, mi dice di averle detto. Capisco che è inutile tentare di spiegare le qualità della sottile ironia, quindi le ordino: ‘No, mettiti in abiti civili e togliti quegli stivali’. Se ne va. Dopo un attimo ritorna con abiti civili… e scalza. Ho sospirato, che cos’altro potevo fare?
Non credete alla Erika, il mio stivale non è rotto. È scucito, e non è la stessa cosa. Si staccato un occhiello ed è per questo che l’incrocio delle stringhe sembra il sistema politico nel neoliberismo, cioè, un groviglio in cui non si sa dove va la destra e dove va la sinistra. Sto spiegando questo a Rolando quando arriva…
La Toñita Prima-Generazione, cioè la Toñita I (quella del bacio negato perché ‘pizzica tanto’, quella della tazzina rotta, quella dell’olote di mais promosso a bambola): ha già 15 anni. ‘Cioè ha compiuto i 14 ma è entrata nei 15, cioè va per i 16’, mi dice suo papà, un responsabile zapatista dei più vecchi tra noi.
Io mi siedo, senza confessare che non ho mai capito le misure matematiche che regolano i calendari nelle comunità ribelli zapatiste (dopo aver tentato inutilmente di spiegarmelo, il Monarca si rassegna ed aggiunge solo: ‘Credo che sia perché così è il nostro modo, che effettivamente è molto diverso’).
Il papà della Toñita I (cioè della Toñita Prima-Generazione) è venuto perché io la vedessi, perché sono paassati più di dieci anni da quando l’ho vista l’ultima volta. Dieci anni non passano invano, cosicché la Toñita I non solo non mi nega un bacio, ma senza che io riesca a dire niente mi abbraccia e mi stampa un bacio sulla guancia ovattata dal passamontagna, e diventa tutta rossa (la Toñita I, non il passamontagna). Io non dico niente ma penso ‘Mmh, si mette male… e non mi sono tolto il passamontagna neanche per lavarmi’.
Intanto la Toñita I tira fuori dal suo zaino degli stivali e se li mette. Io sto per domandarle perché si mette gli stivali dopo avere camminato scalza per sei ore dal suo villaggio a qui, invece di metterseli per il cammino e toglierseli all’arrivo, ma la Toñita I mi precede e mi domanda se può andare ‘là’, e indica dove c’è un gruppo di ‘insurgentas’. La Toñita I sa quello che si può ottenere con un bacio, anche se sul passamontagna, così non aspetta la risposta e corre via.
Mentre la Toñita I corre a vedere se la lasciano giocare nella partita di calcio delle ‘insurgentas’, il padre mi racconta del suo villaggio (che io ho sempre chiamato, stando attento che nessuno mi sentisse, ‘Cime tempestose’). Sono riuscito a vedere la cicatrice di una ferita sul braccio sinistro della Toñita I, così gli domando cos’è. Il papà della Toñita I mi racconta che un giovane del villaggio voleva portarsela nella latrina. (Nota: chiarisco all’ignaro lettore di queste righe che la latrina in alcuni villaggi non adempie solo alle sue odorose funzioni igieniche, ma suole essere anche luogo di incontro di coppie. Non sono pochi i matrimoni in comunità che hanno come origine il per nulla romantico luogo della latrina. Fine della Nota). Il caso vuole che la Toñita I non ha voluto andare alla latrina. ‘Cioè non le piaceva’, mi conferma suo papà. Allora il ragazzo ha cercato di obbligarla e, ‘dato che non le andava’ – ribadisce suo papà – hanno lottato. La Toñita I è riuscita a fuggire ma, come succede, la cosa si è risaputa ed è giunta fino all’assemblea del villaggio. Il papà della Toñita I mi racconta che la volevano mettere in prigione. Io lo interrompo: ‘Perché, se è lei che è stata aggredita ed ha persino il braccio ferito?’. ‘Ah, Sup, avessi visto com’era ridotto il giovanotto… – mi dice il papà – praticamente è rimasto menomato, il fatto è che la Toñita, come si dice, è molto selvaggia’.
La Toñita I, oltre ad un viso grazioso, ha un fisico forte, cioè, come spiegarvi? Beh, per farvi capire vi dirò solo che Rolando vuole che giochi al centro della difesa nel torneo zapatista di calcio.
‘Ma la squadra delle ‘insurgentas’ è già al completo’, dico a Rolando. Lui aggiunge solo: ‘Non è per la squadra delle ‘insurgentas’, io la voglio per la squadra degli uomini’. In quel momento passano le addette alla sanità con due ‘insurgentas’ piuttosto peste. La Toñita I sta piangendo perché per colpa sua hanno rifilato due rigori alla squadra. A questo punto capisco Rolando, mi rivolgo al papà e gli domando: ‘La Toñita non ha detto se vuole diventare insurgenta?’.
La Toñita I si è tolta gli stivali e li ha messi nel suo zaino. Se ne va con suo papà, camminando scalza. Non è molto che se n’è an

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