La sinistra che verrà

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Se il presidente della Repubblica italiana si fa interprete dei mercanti d’armi, cosa dice la nostra sinistra? Niente, al massimo potrebbe disquisire sull’opportunità di vendere cannoni al paese cui Ciampi fa riferimento (la Cina), oppure si interroga su quali benefici potrebbero venire alle nostre imprese da un simile mercanteggio. Ma nemmeno è sfiorata dall’idea di rovesciare il paradigma presidenziale, affermando che sul commercio di morte non si costruisce alcun benessere e rilanciando l’orizzonte – almeno l’orizzonte, il «desiderio» – del disarmo, parola abbandonata dai più. Solo così si distinguerebbe dalla destra, nella pratica di una cultura di pace, in sintonia con la nostra Costituzione, anche quando si parla di economia. Del resto buona parte della nostra sinistra non ha mai detto una parola definitiva sulla guerra, in alcune circostanze l’ha persino fatta, battezzandola umanitaria. Totale rovesciamento di senso, apripista della democrazia da esportazione che illumina al meglio la profondità della crisi della rappresentanza democratica. Quello delle armi e della guerra è «solo» un esempio, ma ci indica il problema: il venir meno di una cultura politica autonoma in ciò che noi continuiamo a chiamare, magari per comodità, sinistra. Termine nato in un «parlamento» postrivoluzionario francese e che rischia di consumarsi in emicicli postdemocratici occidentali. E’ il riempimento di senso – e di pratiche – di quel termine, che oggi produce ripensamenti profondi nel mondo politico e nelle società europee, soprattutto tra chi è cresciuto identificandolo con l’orizzonte socialista e oggi fa fatica persino a dirsi anticapitalista. Mentre proprio quest’ultima qualifica andrebbe messa al centro.

Partendo da questa assenza, Alberto Asor Rosa aveva proposto nei mesi scorsi – dalle colonne di questo giornale – un incontro «a sinistra» per avviare un processo di costruzione di una cultura comune dopo gli sconvolgimenti dell’ultimo ventennio del secolo scorso, e da lì proporre a chi si candida a sconfiggere Berlusconi nelle urne gli spunti per un programma che metta in discussione il berlusconismo, l’autobiografia dell’Italia odierna: non solo una lista di (pessime) leggi da abrogare, ma una politica da reinventare. Una sfida alta che intende dar voce ai movimenti reali che nei primi anni del nuovo secolo si sono mossi contro le tragedie del liberismo, lo smantellamento della nostra Costituzione (materiale e istituzionale), aggiornando (nel merito e nel metodo) anche l’agenda del conflitto sociale e politico. Ma senza mai trovare interlocutori adeguati. Una sfida che sarebbe assurdo ridurre a soluzioni organizzative, ma che intende affrontare la natura delle ingiustizie della nostra epoca, in un terreno aperto privo di veti identitari. Soprattutto un percorso collettivo per un agire comune.

Questa proposta resta all’ordine del giorno e non solo per affrontare un anno e mezzo – o forse meno – in cui saremo sempre in campagna elettorale, bombardati dalla propaganda politica, con il rischio che le discussioni sugli equilibri interni al centro-sinistra, le leadership, gli organigrammi, finiscano per offuscare il merito e facciano degli apparati i protagonisti unici.

In questo percorso non partiamo da zero, perché nella crisi della democrazia rappresentativa si è innestato un meccanismo di «supplenza» in cui ha preso parola la partecipazione all’agire pubblico di gruppi e singoli: la guerra come tabù, la contestazione del primato di mercato e impresa sul lavoro e sugli individui, il rilancio del ruolo pubblico (che non significa solo stato) contro la privatizzazione dei beni comuni, i limiti sociali e ambientali cui vincolare le disinvolture finanziarie e uno «sviluppo» distruttivo, i diritti di cittadinanza propri della cultura europea contro l’americanizzazione selettiva che ha ridotto la Carta dell’Ue a un trattato liberista. Sono gli embrioni di cultura politica che devono confrontarsi per costruire una sinistra politica, anche per pesare sul programma del centro-sinistra, qualificandolo.

E’ su questo – ascoltando le domande che riempiono il confronto di questi mesi – che proponiamo un incontro pubblico e aperto, senza porre confini se non quelli determinati dal merito. Troviamoci a Roma il 15 gennaio: più aperto e partecipato sarà quest’incontro, più utile sarà; anche a chi si sta preparando a una lunghissima campagna elettorale. Sarebbe anche un bel modo per iniziare l’anno che verrà.

di Gabriele Polo

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