La ricetta del dottor WTO

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La cosa tremenda è che ci sembra normale, non ci scandalizza mica più. WTO vuol dire organizzazione mondiale del commercio, ma il fatto che si occupi non solo di merci e scambi, ma anche di beni comuni, servizi, ambiente, sanità, diritti, è entrato nel senso comune. È lì che vengono prese le decisioni, si sa, tanto vale che quella “t” di trade si tolga di mezzo. Tanto tutto è “t”, tutto è merce. Salute compresa: i farmaci non sono un diritto, sono un mercato. Eppure.
Eppure, il fatto che in Africa negli ultimi due anni sono morte quattro milioni di persone di Aids (per non parlare delle altre malattie) mentre nel WTO si discuteva blandamente su cosa vuol dire di preciso “grave minaccia alla salute pubblica”, forse qualcosa ha smosso. E un accordo sembra trovato, o almeno così sembrava il mese scorso. Il WTO aveva approvato una procedura per permettere ad un Paese, in crisi dal punto di vista sanitario, di produrre farmaci generici senza pagare il brevetto alle multinazionali, o di importarli da altri Paesi che avevano ottenuto il diritto di produrli.
Il Vertice di Cancun avrebbe dovuto ufficializzarlo, ma nonostante il suo fallimento, l’accordo pare considerato da tutti valido.
Di tutto questo abbiamo parlato con Roberto Meregalli, della Rete Lilliput e della campagna “Questo mondo non è in vendita”.
Vogliamo fare un po’ di storia?
La possibilità di un accordo si è cominciata a intravedere due anni fa, nel vertice ministeriale di Doha (novembre 2001), quando i Paesi aderenti al WTO riconobbero i problemi generati dall’accordo TRIPs (che regola il tema dei diritti di proprietà intellettuale) rispetto al diritto di ogni essere umano di essere curato con i farmaci necessari per le malattie gravi. La soluzione adottata fu una dichiarazione che non modificava alcun articolo del TRIPs, ma semplicemente lo interpretava, in maniera tale che in condizioni di gravi crisi sanitarie ogni Paese potesse sfruttare il meccanismo di “licenza obbligatoria” per produrre farmaci generici a prezzi molto ridotti, senza pagare il detentore del brevetto.
Gli Stati Uniti permisero questo accordo?
Sì, anche perché era il periodo degli attacchi all’antrace e questo ha contato molto dal punto di vista emotivo. Chi si sentiva minacciato doveva poter produrre farmaci e antidoti.
E i Paesi che non erano in grado nemmeno di produrre i farmaci generici, mettiamo perché non avevano le materie prime o non conoscevano tecniche e tecnologie necessarie?
È precisamente questo il problema che a Doha era rimasto aperto. I Paesi del WTO promisero di trovare una soluzione entro un anno, e la soluzione è arrivata, con un po’ di ritardo, alla fine di agosto: i farmaci generici possono essere esportati (e quindi importati), se il Paese produttore ha la licenza obbligatoria, l’importatore si trova in una situazione di crisi sanitaria ed entrambi si impegnano a non far entrare questi farmaci nei circuiti commerciali ordinari.
Come funziona praticamente la procedura?
Il Paese importatore deve notificare al TRIPs Council (il comitato che “gestisce” l’accordo) la sua situazione di crisi sanitaria, specificare di quali medicinali ha bisogno e in quali quantità; i dati saranno pubblicati su una apposita sezione del sito Internet del WTO. Inoltre deve dichiarare di non essere in grado di produrre tali farmaci e che, se questi sono coperti da brevetto nel proprio territorio, sta avviando una procedura di licenza obbligatoria secondo le regole codificate nel TRIPs. Il Paese esportatore deve a sua volta segnalare al TRIPs Council i medicinali e le relative quantità prodotte, oltre ovviamente alla loro destinazione; i farmaci avranno imballaggi particolari proprio per essere facilmente identificati.
Tutto bene dunque? È un accordo che, una volta operativo, risponderà alle esigenze dei Paesi del Sud del mondo?
Indubbiamente è meglio di altre possibili soluzioni. Non ci sono, ad esempio, limitazioni a specifiche malattie; l’opposizione Usa consisteva proprio nella volontà di limitare la soluzione ad un elenco ristretto di malattie, mentre i Paesi in via di sviluppo hanno sempre ribattuto che non esistono malattie di serie A e malattie di serie B. Gli Usa avevano anche tentato di creare un elenco di Paesi che non avrebbero avuto il diritto di usare questa soluzione, mentre l’accordo non ha preso in considerazione questa richiesta e non esclude nessun Paese.
Ma…?
Be’, non vi sarà sfuggito che il sistema è tutt’altro che rapido ed efficace come promesso a Doha. Oltretutto, alla soluzione è stato allegato un testo per rassicurare le multinazionali farmaceutiche e questo non promette nulla di buono. Soprattutto non vi sarà sfuggito che il WTO, attraverso il Comitato TRIPs, espande ulteriormente il suo ambito di supervisore, perché diventa il punto di transito di tutte le richieste dei Paesi poveri. Insomma si tratta di una soluzione che contribuisce ad espandere il suo potere in un settore in cui non dovrebbe avere alcuna competenza: che ci sta a fare l’Organizzazione Mondiale della Sanità?
C’era una soluzione migliore?
Certo ed era già pronta. Il TRIPs comprende uno specifico articolo che consente di “violare” gli obblighi rispetto al detentore del brevetto in casi di emergenza. Bastava una dichiarazione che considerasse le emergenze sanitarie fra queste ed il problema sarebbe stato risolto senza creare complicate procedure.

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