La punizione dell’acqua

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Abbiamo incontrato Ali Rashid al Forum alternativo mondiale dell’acqua, svoltosi a Firenze a pochi giorni dallo scoppio della guerra contro l’Iraq. Ali Rashid è primo segretario della Delegazione generale palestinese in Italia.
Quale peso ha avuto il controllo delle risorse idriche nel conflitto israelo-palestinese?
Il problema del controllo delle risorse idriche non è all’origine del conflitto, ma ha assunto col tempo un peso crescente, soprattutto a partire dalla guerra del 1967, quando Israele deviò le acque del Giordano verso il deserto del Negev. Oggi assume una particolare importanza perché Israele continua a controllare le risorse idriche in Cisgiordania e Gaza attraverso le ordinanze militari emanate subito dopo quella guerra. Queste ordinanze assegnano la completa autorità sulle risorse idriche al governatore militare israeliano di Gaza e Cisgiordania, da cui dipende l’autorizzazione per la costruzione degli impianti idrici, e annullano tutte le autorizzazioni e i permessi precedenti. E quando ci riferiamo agli impianti idrici ci riferiamo semplicemente ai pozzi artesiani; ogni forma di irrigazione è impedita. I danni di questa politica sull’agricoltura palestinese sono gravi, alcuni irreversibili. L’obiettivo finale di Israele è quello di deviare tutte le risorse idriche verso Israele e verso il processo di colonizzazione ebraica.Già adesso l’82 per cento delle risorse idriche è utilizzato da Israele e dalle colonie ebraiche.
Si può parlare, quindi, di una vera e propria guerra per l’acqua.
Non esattamente. Il problema dell’acqua va inquadrato nella strategia complessiva del governo israeliano di violazione sistematica dei diritti dei palestinesi, con lo scopo di rendere loro la vita impossibile e costringerli ad andarsene. Nei territori palestinesi viene violata ogni forma di diritto, compreso quello all’acqua. L’acqua è utilizzata come uno strumento di punizione collettiva.
Nella prospettiva di un eventuale negoziato di pace, quali potrebbero essere i criteri da adottare per una soluzione del problema? È possibile una gestione comune dell’acqua da parte di israeliani e palestinesi?
Sul piano teorico le soluzioni non mancano. Il problema tuttavia è politico, non tecnico. Se non si arriva a una soluzione politica del conflitto diventa difficile immaginare una soluzione al problema dell’acqua. L’accordo di Oslo del 1993 aveva rinviato una soluzione definitiva di questo problema alla fase finale delle trattative. Solo che Israele non ci permette mai di arrivare a questa fase finale.
Da pochi giorni è scoppiata la guerra. Che cosa si aspetta? Si va verso una ridefinizione della carta geopolitica del Medio Oriente?
Quello di una ridefinizione della carta geopolitica del Medio Oriente è uno scopo che non è più nascosto dall’amministrazione americana. Siamo preoccupati. Le promesse fatte per la creazione di uno Stato palestinese non ci convincono: promesse simili furono fatte nel 1991 e non sono state mantenute. Non ci convince un’amministrazione che viola il diritto internazionale. Tutte le volte che si mette in discussione il diritto internazionale e l’Onu si danneggia la causa palestinese.
Si teme addirittura un’espulsione dei palestinesi verso la Giordania.
In Israele alcune forze estremiste, anche interne al governo, ritengono che bisogna approfittare della situazione eccezionale creata dalla guerra. Tuttavia l’ipotesi di un allontanamento dei palestinesi verso la Giordania potrebbe incontrare la contrarietà dell’amministrazione americana. Ci sarà sicuramente un certo trasferimento di popolazione dalla Cisgiordania alla striscia di Gaza.

Con quale stato d’animo i palestinesi affrontano questa guerra?
Prevale un sentimento di tristezza e quasi di stupore per l’arroganza con cui gli Stati Uniti agiscono in completa violazione del diritto internazionale. La cosa che ci consola è la forte opposizione della opinione pubblica mondiale. Gli Stati Uniti hanno la forza militare per distruggere qualsiasi avversario, ma la loro superficialità e arroganza non gli permette di affrontare in modo costruttivo la situazione mediorientale. Non saranno in grado di gestire la fase postbellica, anzi stanno andando verso una destabilizzazione dell’intera area.

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