La protesta al supermarket

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fatti in un paese lontano, non verranno mai alla luce qui, tra chi compra. Ma non è così, e prima ce ne rendiamo conto, prima possiamo attivarci per cambiare la situazione.
Noi esprimiamo un voto non solo durante le elezioni, ma soprattutto ogni volta che compriamo qualcosa. Acquistare significa scegliere un prodotto piuttosto che un altro, quindi votarne uno invece di altri.
Come consumatori abbiamo quindi un forte potere decisionale, che possiamo sfruttare quando un bene viene prodotto in violazione dei diritti di chi lo lavora, o delle norme sanitarie o ambientali o quando la società produttrice sostiene regimi dittatoriali o guerre.
Possiamo partecipare ad una campagna di “boicottaggio”: consiste nell’interruzione organizzata e temporanea dell’acquisto di uno o più prodotti per forzare le imprese a modificare determinati loro comportamenti “sbagliati”. Non è semplice cambiare le abitudini nel fare la spesa, o informarsi su tutti i prodotti e le marche sul mercato. Ma facendo uno sforzo iniziale e procedendo per piccoli passi (magari un settore alla volta) , è possibile diventare “consumatori critici” capaci di un acquisto consapevole e utile.
Le conseguenze per le imprese
Quando si organizza una campagna di questo tipo bisogna tenere ben presente qual è il possibile danno economico e di immagine che la società rischia di subire. La Nestlè, per esempio, che punta a vendere prodotti per bambini come la cioccolata o il latte, nel momento in cui viene boicottata subisce un danno relativamente piccolo economicamente, ma grosso a livello di immagine, perché chi la contesta fa sapere che la multinazionale promuove l’uso del latte in polvere nel Sud del mondo, quando è dichiarato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità che in quei paesi l’allattamento artificiale (latte in polvere mischiato ad acqua non sterilizzata) uccide più di un milione di bambini all’anno.
Il boicottaggio viene solitamente organizzato in collaborazione con rappresentanti dei lavoratori che fanno pressioni locali.
Pesci grandi, non piccoli
Una campagna di boicottaggio ben organizzata non danneggia i piccoli distributori o i lavoratori, perché la percentuale di perdita economica per la grande impresa è molto bassa, mentre quella di immagine è forte e può costringere chi produce a cambiare i suoi comportamenti prima che il danno economico ricada sugli anelli deboli della catena. Un esempio è quello della campagna contro la Del Monte che nella lavorazione dell’ananas in Kenya sfruttava i lavoratori facendoli vivere in condizioni sanitarie disastrose e senza diritti sindacali. In meno di un anno, grazie al coordinamento italiano e all’organizzazione di una forte pressione – in collaborazione con i supermercati Coop, che minacciarono di non utilizzare più quegli ananas per confezionare le scatolette col proprio marchio – la Del Monte ha dovuto accettare le condizioni poste, per non rischiare di perdere preziosi acquirenti. Contemporaneamente anche in Kenya gli attivisti hanno denunciato i soprusi della multinazionale e i giudici hanno ammonito prima e obbligato poi la società a migliorare il trattamento dei lavoratori.

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