La povertà? Una vecchia storia

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Nella canonica della chiesa di S. Andrea a Percussina, a San Casciano, una folla variegata aspetta di incontrare Don Andrea Bigalli: giovani, anziani, coppie in procinto di sposarsi, neonati in attesa di battesimo… tra questi anche noi, che vogliamo intervistarlo sulla cosiddetta “nuova povertà”.
Eccolo finalmente, sorridente e disponibile a parlare di un tema che conosce bene e che gli sta molto a cuore.
Ultimamente molti giornali hanno diffuso dati sul fenomeno delle “nuove povertà”. C’è qualcosa di veramente nuovo?
Sono diffidente rispetto al termine ‘nuove povertà’. La povertà non è qualcosa di nuovo e la sua causa non cambia, perché la radice di ogni povertà è l’uscita da una rete di relazioni, che può avvenire per molte diverse ragioni, siano esse personali, come una malattia o la separazione familiare, oppure legate al contesto sociale, come la perdita del posto di lavoro. Il problema della povertà è sempre legato al tema dei diritti, in particolare dei diritti negati: diritto alla salute, all’alimentazione, agli ammortizzatori sociali in caso di disoccupazione, ecc. La matrice della povertà è dunque sempre la stessa, ieri come oggi.
Quindi la colpa non è solo dei prezzi in aumento…
In parte è vero che il salario perde potere d’acquisto, ma a questo si aggiunge il fatto che molti servizi che in passato erano gratuiti adesso sono a pagamento. Se ti ammali o si ammala un tuo familiare scatta il rosso nel bilancio di casa: case comunali a prezzo politico, come altre assistenze particolari per casi difficili, non ci sono più.
Quali sono le politiche sociali che si renderebbero utili in un momento del genere?
Il sussidio di povertà, o comunque lo si voglia chiamare, non esiste. Le politiche sociali sono delegate alle stesse amministrazioni locali alle quali il governo sta tagliando i fondi. La Toscana investe ancora sul sociale ma le sue risorse sono state recentemente tagliate del 75% grazie all’ultima finanziaria (Tremonti 2003) vale a dire che la Toscana dovrà fare dolorosissimi tagli, che per molte famiglie rappresenterà il superamento della soglia dell’autosufficienza. Per la Caritas significherà un allungamento delle code davanti ai punti di distribuzione dei pasti e dei pacchi alimentari.
Le finanziarie precedenti avevano dato dei segnali diversi?
Già la finanziaria del 2002 aveva utilizzato il termine ‘filantropia’, reputando che l’investimento sul sociale non sia esattamente il ruolo dell’amministrazione pubblica, bensì un’attività accessoria, di tipo appunto filantropico, delegabile a fondazioni e associazioni come la stessa Caritas. Questo può diventare molto pericoloso, perché si è in balia della generosità e anche dei pregiudizi dei donatori, il che può anche significare limitare ed orientare le donazioni, per esempio solo ai poveri italiani e non agli extracomunitari.
Quindi via libera ai privati, nelle politiche di assistenza sociale…
Ma è pericoloso. Anche la nuova concezione della sanità, con le Società della Salute, che vede l’entrata del privato nella gestione della salute pubblica, è pericolosa. Per quanto teoricamente sensate, poi nella pratica queste Società hanno il problema dei fondi necessari, che mancano, per cui non è stato chiarito esattamente quanto intende investirci il pubblico e quanto occorrerà appaltare al privato. Tutto questo è molto pericoloso, perché sostiene la concezione americana, il modello egoista in base al quale il singolo ce la deve fare da solo. Lentamente questa prospettiva si sta insinuando e trova politici che si stanno già impegnando a strangolare le pubbliche amministrazioni e i fondi per gli interventi sociali. Non è questione di nuove povertà ma di una situazione che già esisteva, e che in mancanza di politiche sociali adeguate, si acutizza.

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