La politica è sogno

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In ogni società, il possibile è ciò che i poteri in carica considerano permesso, dunque accettabile sul piano politico, economico, sociale ed etico. (…) In altre parole, l’impossibile è ciò che i gruppi dominanti considerano inaccettabile, non realizzabile. Per questa ragione, i detentori del potere hanno sempre amato dire che “la politica è l’arte del possibile”, alimentando così lo spirito di conservazione delle leggi e delle regole stabilite; queste sono considerate i soli spazi all’interno dei quali l’azione detta “efficace” è possibile, ivi compresa quella che mira al cambiamento. (…)
Il cambiamento intervenuto nella definizione del campo del possibile consiste nel fatto che le nostre società hanno acquisito l’idea che la politica è essenzialmente un affare di gestione e che una “buona politica” (…) si misura nella gestione “efficace” delle risorse disponibili e dei mezzi esistenti, grazie a tecnologie di produzione, informazione, comunicazione e trasporto sempre migliori. Si parla di “professionalizzazione” della politica, di gestori politici, di mercati della politica. (…) queste tesi hanno diffuso nel mondo l’idea che la politica, più che una questione di ideologia di conflitti attorno alle finalità (perché, per chi), sia un problema di gestione di mezzi e risultati (come, a quale prezzo ecc.). La politica della “cultura del come” ha sostituito la politica della “cultura dei fini, degli obiettivi”. Un controsenso.
(…) La forza degli uomini risiede nella loro capacità di sognare, di “pensare l’impensabile”, di essere dei visionari, di “pensare l’impossibile”. L’esperienza mostra che la capacità di realizzazione e di costruzione degli uomini si riduce in assenza del soffio vitale che è dato dal sogno. Le società umane hanno bisogno di sogni; esse avanzano soprattutto grazie a “esigenze” di superamento dei limiti del presente.
Se certe società (…) sono riuscite ad assicurare a tutti i loro membri il diritto alla vita (…), non è certamente grazie ai responsabili delle banche centrali nazionali né alle imprese dell’agrobusiness, dell’industria farmaceutica, delle società di costruzione o di impianti ospedalieri (…). Tali conquiste sono state raggiunte soprattutto grazie a tutti coloro (uomini e donne) che dal XVII secolo si sono battuti per promuovere e difendere il diritto alla salute e all’alimentazione per tutti e che, per l’appunto, sono stati regolarmente accusati d’irrealismo e di utopia dai responsabili politici, economici e sociali che erano, all’epoca, i principali proprietari/gestori delle risorse. (…) Nessuno può impedire agli esseri umani di “sognare” un mondo migliore, anche se tutti i “sognatori” sanno che la costruzione di quel mondo non sarà mai definitiva, e che ci sarà sempre un meglio possibile, che supera i confini raggiunti in un momento dato, in un luogo dato. (…)
L’invito è duplice: il primo si rivolge agli uomini, e ai giovani in particolare, affinché escano dal “campo della libertà limitata” nel quale la cultura gestionale soggiacente alla “politica del possibile” vuole rinchiuderli. (…) Se oggi ci sono 2,7 miliardi di esseri umani che “vivono” con meno di 2 dollari al giorno, è perché gli interessi dei più forti e, dunque, la “gestione del possibile” hanno dominato, sotto l’influenza dei paesi occidentali, le politiche di produzione e distribuzione della ricchezza nel mondo. Il secondo invito è un’esortazione: che i cittadini oggi più attivi diano la priorità alla promozione e al consolidamento della “prima planetaria”. Non si tratta di creare una nuova “Internazionale”. Per “prima planetaria” intendo una grande sinergia tra tutti i “sognatori” di solidarietà, giustizia e amicizia che si battono per “costruire” società fondate sul diritto alla vita per tutti.
(…) La proposta è rivolta ai mondi della scienza, della tecnologia e dell’educazione. I responsabili delle politiche scientifiche e tecnologiche nazionali e internazionali devono cambiare rotta e strategia. È ora che mettano fine alla contraddizione che hanno contribuito a creare tra gli straordinari progressi scientifici e tecnologici, da un lato, e la crescita delle disuguaglianze sociali, della violenza, dell’ esclusione, delle guerre, dall’altro. (…)
Le società occidentali devono abbandonare la scelta in favore della mercificazione e della privatizzazione della conoscenza. La conoscenza è patrimonio comune dell’umanità; è un bene pubblico comune mondiale e, come tale, deve essere messo al servizio del diritto alla vita per tutti, a cominciare dai diritti all’acqua, al cibo, alla salute, all’educazione, alla democrazia.
[Infine, l’educazione non può trasformarsi] in un sistema di formazione delle “risorse umane”, (…) non può avere come obiettivo fondamentale quello di far acquisire ai futuri lavoratori le conoscenze e le competenze di cui le imprese dicono di avere bisogno per mantenere e migliorare la loro competitività mondiale.

* Presidente del Comitato Italiano del Contratto Mondiale per l’Acqua

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