La lunga fuga di Mohammed

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Mohamed ha un paio di jeans stirati ed una maglietta sportiva attillata, capello in ordine e barba fatta, sembra pronto per lo struscio in qualche paesino di provincia… Invece aspetta che apra l’ufficio immigrazione per ritirare il suo biglietto per Taranto, dove finalmente dopo un’odissea di cinque anni lo attendono un tetto ed un lavoro.
È nato 21 anni fa a Baidoa, nel sud della Somalia. I suoi genitori avevano un emporio dove commerciavano di tutto, dai generi alimentari alle gomme per i camion. È il secondo maschio di sette figli, tre donne e quattro uomini e la sua era una famiglia mediamente agiata. Con il colpo di stato e la caduta del dittatore Siad Barre, all’età di 8 anni tutto finisce. “Mi svegliarono che era ancora buio, eravamo tutti su un camion pieno di gente che come noi scappava dalle violenze e dalle razzie della guerra civile. Abbiamo trovato ospitalità dai parenti più a sud”. Addio all’emporio, addio alla casa e a tutto il resto. All’età di 12 anni suo fratello, che adesso ne ha 28, è spinto dalla famiglia a fuggire dalla Somalia. Già a quell’età i bambini combattono. “Ci avrebbero ucciso altrimenti. Così i miei genitori hanno messo da parte i soldi, prima per mio fratello, dopo per me. Adesso ‘my prouder’ sta in Inghilterra, ha il passaporto e lavora in un ristorante. Invia in Somalia i soldi necessari al sostentamento. Con 200 euro la mia famiglia vive bene per un mese”.
Compiuti 15 anni, anche Mohamed scappa in Kenya, per fuggire dai fucili. Per tre anni vive in strada, dormendo dove capita e sopravvivendo all’Africa, fino a quando non viene arrestato dalla polizia perché senza documenti. Rilasciato dopo due settimane per le strade di Nairobi decide di spostarsi al nord, nella ricca Europa, terra di sogni e di lavoro. Attraversa l’Etiopia, poi il Sudan per arrivare fino in Libia ed inbarcarsi su una carretta della speranza. Una di quelle che Bossi voleva buttare giù a cannonate. Direzione Italia. Per strada ha trovato altri 20 somali che hanno pagato mille dollari a testa per il viaggio. Il capitano concede un bonus (ogni venti paganti un viaggio omaggio!) e decide di imbarcare gratis questo ragazzino che i connazionali hanno incontrato per strada. Dopo due giorni di mare insieme ad altre 160 persone giunge a Lampedusa nell’ottobre 2003.
Trascorre 20 giorni nel Centro di Permanenza Temporanea di Crotone che lascia con 250 euro in tasca ed un permesso di soggiorno di tre mesi. Da lì comincia un altro lungo peregrinare: Francia, Germania – il primo arresto e la prima espulsione perché senza documenti – , Olanda, Danimarca. Dalle coste danesi Mohamed si imbarca per la Svezia, dove dichiara di provenire direttamente dalla Somalia. Secondo la legge infatti è questo dettaglio a dargli la possibilità di ricevere accoglienza, assistenza e il permesso di lavorare. Ma dopo cinque mesi la burocrazia completa il suo corso: dai controlli fatti salta fuori che le sue impronte digitali sono state rilevate dagli inchiostri dell’italica Crotone. Il Ministero dell’Interno italiano è costretto a riprenderselo, con tanto di scuse ai cugini svedesi. A Roma lo attendono i poliziotti, che dopo un rapido giro in questura lo spediscono a Lamezia Terme con un nuovo permesso di tre mesi. E a Lamezia? Altro giro in questura, altro biglietto, stavolta per Crotone. A Crotone, si riparte! Di nuovo il CPT, poi di nuovo per il mondo. Fino all’aprile scorso, quando qualcuno gli dice che a Firenze c’è una delle comunità somale più numerose, e che potrà unirsi ad altri connazionali nella stessa condizione per portare avanti la lotta insieme. Il suo viaggio verso il ricco nord l’ha fatto da solo, ma adesso è pronto a credere che “l’unione fa la forza”. Nella nostra chiacchierata scopro che Firenze è una città famosa, anche per gli abitanti del lontano sud. “In Italia c’è Venezia, Roma, Firenze”. Potenza della promozione turistica delle nostre città d’arte!, che raggiunge persino la devastata Somalia, unico stato al mondo dove da 15 anni non esiste un governo.
E così eccolo a Firenze, quasi contento di stare in Via Capponi : “Qui si può dormire in pace. La notte non c’è nessuno che ti dà fastidio, mi sento sicuro”. Mohamed non si lamenta mai.
Domani, dopo due mesi tra i calcinacci, senza bagno né cucina, lascerà Firenze e partirà per Taranto. Il Ministero degli interni gli ha promesso un tetto ed un lavoro, mentre attende che la Commissione unica sul diritto di asilo (la stessa che lo ha rifiutato ai profughi di Cap Anamur) esamini la sua richiesta. Lui crede che l’asilo gli verrà concesso, ma è più probabile la protezione umanitaria, almeno fino a che in Somalia non ci sarà un governo. Mi chiede com’è Taranto, ma soprattutto se c’è lavoro. Non me la sento di scoraggiarlo, cerco qualche frase diplomatica che a stento mi esce dalla bocca, ma mi guarda negli occhi e ha già capito la mia risposta. Siamo gente dello stesso mondo.
Questa è solo una delle tante storie che si potevano ascoltare in Via Capponi. Tutte diverse, frutto di una società più o meno normale con rapporti e strutture gerarchiche, ma che si uniscono tutte nello stesso dramma. Quello di vivere nell’insicurezza più totale, costretti a fuggire da persecuzioni, fame, miseria e da chi ha più fucili o più potere. Come animali braccati e senza la dignità di esseri umani. Dalla democratica Europa, patria dell’Illuminismo da cui sono nati diritti e dichiarazioni universali, ci attendiamo politiche sociali più umane.

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