18 settembre 2018

La guerra dopo le Torri

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“Il frutto della giustizia sarà la pace e l’effetto della giustizia, tranquillità e sicurezza per sempre” Isaia 32.17
Alberto L’Abate insegna all’Università degli Studi di Firenze – Corso di laurea in “Operatori per la Pace” – Insegnamento di “Sociologia dei conflitti e ricerca per la pace”

Professore, perché Bush vuole eliminare Saddam?
Perché è considerato uno dei capi della resistenza al potere ed alla forza del mondo occidentale; una volta eliminato, Bush spera di poter tornare a cullarsi nell’immagine di sicurezza che il mondo occidentale aveva prima dei fatti dell’11 Settembre. Questa guerra è considerata come un atto di doverosa difesa del proprio mondo e dei propri valori.

Violenza chiama altra violenza. La storia ci ha insegnato strade diverse per la risoluzione dei conflitti. Basta pensare alla grande lezione di Gandhi.
Gandhi è riuscito, attraverso la lotta non violenta, il “Satyagraha”, la lotta con la forza dell’amore e della verità, a far ottenere l’indipendenza all’India. Sosteneva che la migliore difesa è quella di non avere nemici. La risposta armata ed arrogante del mondo occidentale non serve ad annientare il terrorismo, ma piuttosto lo fomenta e fa nascere ogni giorno dei nuovi Bin Laden, giovani ed adulti che sono disposti a perdere la propria vita pur di non far soccombere il proprio popolo di fronte ai soprusi del mondo occidentale.

Come i kamikaze palestinesi. Quale lezione possiamo trarre dall’attuale conflitto tra Israele e Palestina?
Ci troviamo di fronte ad una situazione di grande squilibrio sociale e politico: da una parte, Israele che continua ad ignorare le varie risoluzioni dell’ONU di ritornare ai confini precedenti e cessare l’occupazione di molti territori palestinesi; dall’altra i palestinesi, che hanno incautamente cercato, per distruggere Israele, di ricorrere alla guerra, alleandosi con i paesi arabi circostanti, per poi cercare di mettere in moto una resistenza nonviolenta durante quella che è stata chiamata la prima Intifada, quella delle pietre contro i carri armati, che non sono certo un simbolo di nonviolenza, ma dobbiamo ricordare che a scagliarle erano bambini e giovanissimi; un tipo di lotta perciò che alcuni studiosi della nonviolenza, come G. Sharp, hanno chiamato a “bassa intensità di violenza”. La risposta degli Israeliani è stata quella dell’allontanamento da Israele, a tempo indeterminato, di colui che era il capo riconosciuto di questa resistenza nonviolenta: Mubarak Awad. La repressione, da parte israelinana, della lotta nonviolenta dei palestinesi è stato sicuramente un elemento importante per la nascita della seconda Intifada, quella attuale, che ha scoperto la forza dei kamikaze. Si tratta di due estremismi, quello di Sharon e quello dei fondamentalismi islamici che, invece di portare ad una soluzione del conflitto, lo inaspriscono e lo rendono irrisolvibile. È perciò necessario trovare altre strade, diverse da quelle dell’intensificazione della violenza.

Per esempio?
Sono tante le armi della non violenza: la non-collaborazione alle ingiustizie, l’azione diretta nonviolenta, l’obiezione di coscienza e la disobbedienza civile, da una parte, come strumenti per combattere le tante ingiustizie sociali che il nostro mondo perpetua giorno per giorno contro il mondo dei poveri, ed il progetto costruttivo per dare vita ad un mondo, a livello planetario, più giusto ed umano. Il Prof. Galtung, all’inaugurazione del corso di laurea, ha proposto di organizzare una resistenza non violenta attraverso il boicottaggio dei prodotti statunitensi, in particolare delle compagnie petrolifere da questi controllati; aumentare il numero di scudi umani in Iraq dove attualmente ci sarebbero già 2.000 persone, soprattutto statunitensi (un certo numero dei quali sono familiari delle vittime dell’11 settembre che sostengono che non si deve sfruttare la morte e la memoria dei loro cari per fare una guerra per il petrolio), che si sono recate lì per cercare di evitare la guerra.

Cosa pensadei movimenti no-global?
Preferisco definirli come movimenti di globalizzazione dei diritti o, ancora meglio, di globalizzazione della pace. C’è un grosso limite che caratterizza questo movimento: mentre è unito nella resistenza all’attuale modello di sviluppo, appare ancora molto incerto sul metodo di lotta da portare avanti. Dato il principio insegnatoci da Gandhi che il fine sta ai mezzi come il seme sta all’albero, e che perciò non si può avere un mondo di pace se non si utilizzano mezzi pacifici e data la necessità di lottare contro le ingiustizie, la pace non può essere intesa come assenza di conflitto, ma come umanizzazione dello stesso, e perciò come uso della nonviolenza, sia come forma di lotta che come forma di elaborazione del progetto costruttivo. Ma non tutto il movimento alternativo è d’accordo con questa strategia. Molti ritengono ancora che per abbattere il sistema attuale sia necessario l’uso della violenza. Ma questo non accordo e non chiarezza sui mezzi porta anche ad una non chiarezza degli obiettivi.

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