La grande idea del microcredito

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“Non bancabili”, ora si chiamano così. Sono tutti coloro cui le banche non danno credito. In entrambi i sensi: da un lato non si fidano di loro, non danno loro fiducia; dall’altro, proprio per questo, non concedono loro finanziamenti e prestiti. I non bancabili sono quelli che si trovano in una situazione di difficoltà economica, avrebbero bisogno di “credito”, ma non possono offrire garanzie patrimoniali alle banche, ad esempio perché non hanno un lavoro fisso e entrate fisse su cui contare.
Eppure, alla fine degli anni Settanta, un signore chiamato Muhammad Yunus in Bangladesh si è inventato una banca che si rivolgeva proprio a loro. E che ha funzionato, al pari e meglio delle banche tradizionali, concedendo piccoli prestiti a “non bancabili” e facendo registrare tassi di insolvenza assolutamente e sorprendentemente al di sotto della media: in altre parole, i prestiti che non venivano restituiti erano pochissimi, molti meno di quanto succede con i prestiti che le banche normalmente fanno ai “bancabili”.
È nato così il microcredito, che dopo quest’esperienza iniziale ha cominciato a far parlare di sé in altre parti del mondo. Europa ed Italia comprese. Nel mondo occidentale e nel nostro paese in particolare, in realtà, non è che le categorie siano molto chiare, e nel microcredito si confondono iniziative del sistema bancario tradizionale ed esperienze alternative nate in ambiti che fanno proprio del rifiuto del sistema delle banche un punto d’onore. Ad ogni modo è innegabile che negli ultimi anni, sulla spinta anche della nascita di Banca Etica, le iniziative in questo campo si stanno moltiplicando.
Una ricerca curata dall’Associazione Finanza Etica e da Lunaria (vedi box in questa pagina e a pagina accanto) sta producendo una prima mappatura del fenomeno in Italia. Un’anteprima dei risultati è stata presentata a Firenze alla fine di novembre, nel corso della Quarta Giornata Nazionale della Finanza Etica. Che quadro ne esce?
A livello quantitativo il microcredito, rispetto al credito tradizionale, è veramente “micro”: si parla di 550 mila euro di microfinanziamenti erogati a favore di 330 beneficiari negli ultimi 4 anni, a fronte di un sistema bancario che ogni anno fa registrare impieghi del risparmio raccolto per oltre mille miliardi di euro. Meno di una briciola. Ma è normale che sia così, visto che è proprio di “micro” che si parla.
Come si caratterizza invece il microcredito dal punto di vista qualitativo? Secondo i dati raccolti dalla ricerca, emerge un’attenzione preponderante, ma non esclusiva, verso il mondo dei migranti, che si interessano al credito sia per risolvere piccoli problemi quotidiani (si parla in questo caso di microprestiti di emergenza) che per l’avvio di piccole attività di impresa.
Sul fronte dell’offerta troviamo ad erogare prestiti non solo Banca Etica e le Mag (mutue autogestione), storiche antesignane del microcredito in Italia fin dall’inizio degli anni Ottanta, ma anche molte delle banche tradizionali, a volte spinte da amministrazioni pubbliche o associazioni lungimiranti, a volte più prosaicamente alla ricerca di nuove nicchie di mercato.
Quando però entrano in gioco le banche “old style”, tradizionali, si verifica che, se al beneficiario non vengono chieste garanzie patrimoniali, è l’ente pubblico o un altro partner del progetto a garantire per lui/lei, e la banca in ogni caso non ci perde nulla. Libera interpretazione della finanza etica, ad uso e consumo della finanza non etica.

I NUMERI ITALIANI
550.000 euro erogati in microcredito
330 micro-beneficiari
729 miliardi di euro di risparmio complessivo
480 miliardi di euro concessi in mutui

Fonte: ricerca Lunaria-AFE (Dati riferiti agli ultimi 4 anni); Banca d’Italia, statistiche giugno 2004

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