La folle corsa del treno del Pil

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Test: il treno su cui viaggiate sta correndo a tutta velocità verso un binario che penzola nel vuoto. La vostra reazione è: a) continuate a sfogliare il catalogo dell’Ikea, b) regolate l’aria condizionata e togliete le briciole dal sedile, c) vi lamentate ad alta voce per il ritardo accumulato, d) tirate il freno di emergenza.
Se avete risposto d), forse siete pronti per l’idea della Decrescita Felice. Ad un pianeta ormai prossimo al collasso a causa dell’esaurimento delle risorse e dell’inquinamento ambientale, si applica perfettamente la metafora del treno impazzito. Secondo i teorici della Decrescita – il filosofo economista Serge Latouche e in Italia Maurizio Pallante – non solo è follia continuare a costruire di più, produrre di più, consumare di più per “far girare l’economia”, ma è anche assurdo credere di poter limitare i danni affidandosi al cosiddetto “sviluppo sostenibile”. Entrambi gli atteggiamenti, infatti, non mettono in discussione la validità del mitico PIL, il Prodotto Interno Lordo. Il PIL misura le merci prodotte, dando a tutte un segno positivo, senza riguardo alla qualità. Fanno crescere il PIL le auto vendute, la benzina consumata, gli incidenti e i funerali. Il Pil cresce se prendiamo più farmaci o fumiamo di più, cresce se sprechiamo più cibo o compriamo prodotti imballati in una tripla confezione protettiva, che poi finisce in discarica (conteggiata nel PIL). Auto euro 12, benzina iperverde, imballi riciclati? Solo illusioni di sostenibilità per un treno con 6 miliardi di passeggeri, quanti sono oggi gli abitanti della Terra. Se tutti quanti passassero nel vagone dello stile di vita europeo, ci vorrebbero 3 pianeti. Ne servirebbero invece 6, per estendere al mondo intero il livello di consumo degli Stati Uniti. Ma già così, pur tenendo due terzi della popolazione in situazione di povertà o fame, stiamo provocando una catastrofe climatica che condurrà all’estinzione della specie umana.
Preso atto di questa situazione, occorre tirare il freno di emergenza della Decrescita Felice. Come si fa? Ci sono tre leve da azionare contemporaneamente: lo stile di vita, la tecnologia, la politica. Per il primo aspetto, la sobrietà non basta più: è necessario uscire dall’obbligo dell’acquisto per produrre da soli ciò che ci serve, imparare di nuovo ad aggiustarsi le cose, riscoprire lo scambio gratuito di servizi oggi mercificati, come l’assistenza a bambini e anziani. Tutte azioni che fanno calare il PIL ma aumentare il benessere della comunità, e infatti si parla di Decrescita Felice. Poi c’è la tecnologia, che deve tornare a darci strumenti che ci migliorino la vita, invece di aggeggi superflui di brevissima durata. Una tecnologia intelligente si preoccupa prima di tutto dell’efficienza e quindi del risparmio di energia e di produrre meno rifiuti. Infine la politica, intesa come strategia di governo del territorio, deve capire che è arrivato il momento in cui si può “non fare”, per esempio non costruire più (scelta già attuata da Londra) o non fare più autostrade (programma di Sarkozy). E in cui si devono imporre criteri inderogabili di utilità, efficienza e risparmio ad ogni intervento.


La nostra classe politica, da destra a sinistra, sembra lontana anni luce da questa consapevolezza, mentre cresce l’interesse fra quanti si sentono stretti nella routine del produci-consuma-crepa. A Firenze lavorano su questi temi la Comunità delle Piagge, i tanti Gruppi di Acquisto solidale, Mani Tese, che ha inaugurato da poco un bar-emporio nella sede di Scandicci, e il neonato Circolo Fiorentino della Decrescita Felice, che si propone di essere un laboratorio di idee nuove per la città. Azioni dal basso, cantieri e partecipazione per riportare il treno sul binario giusto.

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