La famiglia che accoglie

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Dopo aver letto l’articolo “Genitori per scelta” sull’Altracittà di Marzo, ci è venuta voglia di scrivere due righe sulla nostra esperienza.
Per tre anni abbiamo vissuto e gestito il Casale di Villore [per saperne di più su questa esperienza, vedi www.altracitta.org n.dr.], provando sulla nostra pelle la fatica di una scelta come quella di tenere le porte aperte, incontrare le persone in difficoltà in maniera piena, reciproca, cercando sempre di mantenere la persona accolta nella sua responsabilità di scelta, di non sostituirsi ma accompagnare.
Sono stati anni difficili ma anche di grande impegno e soddisfazione. Abbiamo fatto errori, a volte imparando da questi, altre volte purtroppo ripetendoli.
Abbiamo vissuto con minori “border line”, donne con figli, detenuti agli arresti domiciliari e in affidamento con misure alternative alla detenzione, donne fuggite da situazioni difficili, ex tossicodipendenti, persone coinvolte nello spaccio di stupefacenti, persone potenzialmente violente e pericolose, persone abusate, stranieri con lingua e cultura diversa dalla nostra. E spesso un individuo raccoglieva diverse di queste caratteristiche.
Gestire tutte le dinamiche che si venivano a creare e contemporaneamente curare la nostra famiglia con due bambini non è stato facile, vista comunque la volontà di restare un punto di riferimento, e non sciogliersi in una discutibile “comune”.
Anche per i protagonisti dell’articolo si è posto il dilemma: restare famiglia affidataria o strutturarsi in Casa-Famiglia?
La prima scelta è certamente quella che lascia più liberta di azione, maggiore elasticità, più facilità nell’incontrare l’altro su un piano di reciprocità. D’altra parte c’è un grosso nodo che nella nostra esperienza non siamo riusciti a sciogliere, la sostenibilità.
La Casa-Famiglia infatti è riconosciuta da un sistema, è nelle condizioni di dialogare con i servizi in maniera paritaria, accede a rette fin troppo alte ma che danno la possibilità di appoggiarsi ad operatori che coadiuvano il lavoro della famiglia ed intervengono in settori nei quali serve una competenza specifica.
Esistono quindi pro e contro nell’essere o no strutturati: resta il fatto che, se scegliamo la prima ipotesi, dobbiamo sempre stare attenti a non mettere le persone accolte in contrapposizione con le cose da fare o sentirle come un peso, perché il tempo loro necessario non può essere adoperato per guadagnare i soldi che sono necessari a sopravvivere.
Un altro importante argomento a sostegno della strutturazione è il fatto che questo sistema economico e sociale crea sempre maggior disagio in tutti gli strati della società. Non alleggerire il lavoro dei servizi sociali ma collaborare, in maniera chiara con competenze diverse, è probabilmente più utile per far comprendere alle persone le vere cause del problema, e quindi riuscire a prendere le decisioni politiche che creino i presupposti per un cambiamento.
Ancor più utile sarebbe una terza via, nella quale i servizi sociali possano lavorare in collaborazione con famiglie, senza il vincolo di tutti quegli obblighi formali assurdi che bloccano qualsiasi volontà di impegno, e d’altro canto siano sostenute in maniera adeguata a tutti i livelli. Purtroppo crediamo che questa sia, al momento attuale, un’utopia.
Personalmente, ci sentiamo pronti adesso a ripartire con un nuovo progetto e ci troviamo a dover decidere quale strada intraprendere, quali scelte fare per rendere concreta una nuova esperienza.
Siamo però convinti, dopo la nostra esperienza e dopo averne viste altre, che la scelta di accogliere da parte di una vera famiglia sia quella che offre un clima di vivibilità maggiore. Nessun operatore o responsabile può offrire la stessa relazione di due genitori con figli che vivono questa scelta in maniera piena, con i propri limiti e le proprie risorse.
Spesso non abbiamo fatto niente per le persone che erano con noi, tranne rendere visibile un rapporto d’amore tra due persone, che diventa progetto di vita e si apre ad un mondo più ampio.
Forse per cambiare basta questo.

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