La democrazia dopo la Val di Susa

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L’incursione notturna della polizia contro il presidio (dormiente) ai cantieri dell’Alta Velocità Ferroviaria in Val di Susa è di quelle destinate a lasciare il segno, sia per la gravità del fatto in sé sia per le implicazioni politico-simboliche che quel conflitto contiene.
Un’intera comunità in lotta a causa di un’opera percepita come una sopraffazione insopportabile. Un conflitto che in altri tempi sarebbe stato intercettato oppure canalizzato ha potuto deflagrare fino a raggiungere le proporzioni di uno scontro diretto fra comunità locale e forze dell’ordine.
Questo potrebbe rappresentare un prototipo della lotta politica o ‘post-politica’ dei prossimi decenni anche perché mette in luce due fenomeni assai preoccupanti: 1) lo sgretolamento dello stato, perché un intero pezzo della nazione-territorio percepisce lo stato come un nemico e, in egual misura, viene trattato come un nemico dallo stato, a riprova di un drammatico collasso di legittimazione e di appartenenza; 2) l’incapacità della società politica, a cominciare dai partiti, di mediare e rappresentare politicamente questo tipo di conflitti.
Si tratta di una bomba che scoppia fragorosamente nelle mani del centro-sinistra piuttosto che in quelle del centro-destra. Il governo, al tirar delle somme, ha tenuto fede alla sua cultura autoritaria, già sciaguratamente messa alla prova a partire dalle giornate genovesi del luglio 2001: pugno di ferro, criminalizzazione del dissenso, rivendicazione del diritto di reprimere in nome del ‘giudizio di Dio’ espresso dai cittadini con il voto. Ma per le forze politiche del centro-sinistra la rappresentanza dei conflitti sociali dovrebbe far parte del codice genetico. Eppure non hanno saputo fare di meglio che lamentare un mancato ascolto dei cittadini da parte del governo, ribadendo comunque quasi unanimemente la necessità di realizzare l’opera. A corroborare questa difficoltà si aggiunge il ruolo della Cooperativa Muraria Cementizia (CMC) di Ravenna, uno dei colossi della cooperazione rossa, che rappresenta l’azienda capo-cordata nel consorzio aggiudicatario dell’appalto TAV.
La compattezza del fronte politico fa risaltare ancora di più la speculare integrità della comunità valsusina. Comunità montana, comuni, aziende sanitarie, scuole, esercizi commerciali, attività produttive, non c’è pezzo della società valligiana che non partecipi pienamente alla mobilitazione. I sindaci sono contemporaneamente i rappresentanti dello stato e i portavoce delle comunità locali in lotta, accogliendo su di loro quasi fisicamente quel senso di spaccatura e di dissoluzione che questa vicenda evidenzia così drammaticamente.
La caratterizzazione comunitaria della mobilitazione in Val di Susa induce anche altre considerazioni. L’appartenenza comunitaria sembra destinata a soppiantare le connotazioni di ‘classe’ del conflitto sociale, così come si è espresso in quest’ultimo secolo e mezzo. Non si tratta di un ritorno regressivo al Medio Evo, alle comunità chiuse nelle mura, quanto piuttosto della risposta alla pre-potenza della globalizzazione, un processo che per affermarsi ha bisogno necessariamente di azzerare il rilievo decisionale delle comunità imponendo la forza di meccanismi di mercato che presentano la pervasività e la capacità di espansione delle stesse leggi di natura. Insindacabili, come l’acqua che scorre o il vento che sibila.
L’omologazione politica che questo comporta appiattisce le distanze fra gli schieramenti e contemporaneamente accresce le distanze rispetto ai punti di criticità del sistema.
E’ superficiale e semplicistico parlare di localismo o di effetto ‘Nimby’ (not in my backyard, non nel cortile di casa mia), come se si trattasse soltanto di sbolognare altrove le opere sgradite. Quella che viene in luce è piuttosto la crisi delle vecchie forme di rappresentanza, in particolare emerge l’inadeguatezza della moderna ‘forma-partito’ (nell’odierna connotazione ‘ministeriale’ di espressione di interessi complessi) a intercettare e rappresentare politicamente questa nuova forma di conflitti comunità-stato.
Un altro aspetto da rilevare per spiegare l’irriducibilità, la compattezza e la stratificazione della lotta in Val di Susa riguarda la velocità e la profondità nella circolazione delle competenze e delle informazioni di carattere scientifico, giuridico e amministrativo. Nell’epoca della comunicazione in tempo reale questo è certo un elemento decisivo che segna un profonda distanza con il passato, quando solo la classe dirigente locale aveva accesso alle informazioni e il negoziato con i poteri centrali si svolgeva necessariamente in tavoli riservati, al riparo del controllo democratico dal basso. Ora le documentazioni circolano molto velocemente e in pochissimo tempo molti cittadini hanno la possibilità di acquisirle e farsene portatori presso famiglie, condomini, interi quartieri. In queste condizioni di diffusa consapevolezza diventa molto complicato far ingoiare impunemente bocconi amari…
Questo schema può essere facilmente applicabile anche ai conflitti territoriali in corso in varie regioni italiane in vista della localizzazione dei termovalorizzatori per lo smaltimento dei rifiuti. Nell’area fiorentina abbiamo recentemente vissuto la ribellione di Campi Bisenzio che si è rifiutato di sottoscrivere il protocollo siglato da tutti gli altri comuni del comprensorio perché si è ritenuto vittima di un doppio danno ambientale, dovendo anche subire alle proprie porte un analogo impianto della provincia pratese. Anche in questo caso si è formato un fronte compatto fra società civile e istituzione locale, tanto più significativo se si pensa alla consolidata forma di controllo esercitata in loco dai partiti della sinistra. Eppure la forza della comunità ha prevalso sul lealismo politico-istituzionale che in altri tempi avrebbe sicuramente comportato una forma di ‘obbedienza’ o, nel migliore dei casi, una spaccatura fra società civile e società politica.
La vicenda della Val di Susa chiama in causa anche fattori ‘pre-politici’ di natura morale, ordinamentale, costituzionale. Pensiamo alla definizione del confine fra il diritto di resistenza di una comunità che si sente minacciata dalla realizzazione di un’opera e il diritto-dovere dello stato di imporre l’esecuzione dell’opera stessa in nome di un interesse generale (ammesso e non concesso che di questo si tratti nel caso specifico). E’ davvero lecito usare la forza contro un’intera popolazione locale per costringerla a ingoiare qualcosa di sgradito sia pure in nome della causa più giusta del mondo? Dove sta lo spartiacque, il fattore dirimente in grado di far pendere decisamente la bilancia in una direzione piuttosto che l’altra? E’ un nodo che certo non si può sciogliere con il vigoroso colpo di spada di Alessandro il Grande perché davvero ‘La democrazia non abita a Gordio’ come recita il titolo di un bel libro di Luigi Bobbio dedicato alla mediazione e facilitazione dei conflitti sociali.
Ultima annotazione: le grandi opere. Sono davvero necessarie? Oppure occorre riconsiderare criticamente il gigantismo delle infrastrutture, percepito fino a poco fa come una sorta di Moloch inscalfibile dello sviluppo? In realtà si sta facendo strada la convinzione che alle grandi opere si accompagnano grandi disastri o quantomeno appare evidente che ai presunti benefici complessivi fanno spesso riscontro pesantissime perdite in loco. Questo è quanto emerge dalle numerose testimonianze ascoltate nel corso dei convegni mondiali del movimento anti-liberista (Porto Algre, Genova, Mumbay etc.) quando uomini e donne del sud del mondo hanno riportato nei dettagli le conseguenze della costruzione delle grandi dighe, opere che per decenni sono state accreditate come il volano insostituibile del passaggio dal sottosviluppo alla modernità. In particolare sono state denunciate le ferite inferte agli eco-sistemi e alle micro-economie locali, con la successiva desertificazione sociale di interi territori.
Ci si chiede se non sia giunto il momento di privilegiare le ‘piccole opere’, quelle progettate e realizzate localmente con il concorso attivo e con la piena partecipazione consapevole delle popolazioni residenti. Quelle che non calano dall’alto, da un potere percepito come estraneo o nemico, ma scaturiscono, sia pure lentamente e con i necessari passaggi decisionali intermedi, da un processo coinvolgente e integrante. “Oddio! Un’altra utopia uggiosa e romantica dei soliti ‘no-global’ disfattisti, che ci fanno perdere il treno della competitività”. Allora domandiamoci qual è il costo dello sgretolamento della coesione sociale.
Proviamo a trasportare questi scenari sullo Stretto di Messina e avremo già un anticipo di quello che ci attende nei prossimi anni…

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