13 novembre 2018

La crisi Fiat e le proposte del movimento: incontro con l’economista Gianni Rigacci

image_pdfimage_print

La precarietà del lavoro, in tutte le sue forme, è la più evidente dimostrazione delle inquietanti lacune in seno al sistema capitalistico. È il sintomo della crisi dell’attuale modello di sviluppo, che si esplica non solo attraverso una crescente disoccupazione manifesta (specie nelle fasce più giovani), ma anche mediante quelle forme di contratto di lavoro a tempo determinato, di flessibilità e coercizioni, che relegano il cittadino ai margini, defraudandolo della possibilità di sopperire ai bisogni fondamentali, nonché di avere un ruolo e un’identità sociale.
Le politiche liberiste, la finanziarizzazione dell’economia, la deregolamentazione dei mercati, la ricerca in pratica dell’abbassamento dei costi di produzione e dei salari per aumentare il profitto, hanno fatto sì che la precarietà lavorativa divenisse una condizione “normale” e legittimata dalle attuali regole di mercato.
Il comitato di Attac Firenze, consapevole di queste diverse problematiche, ha deciso di organizzare una serie di incontri autoformativi che hanno come base comune e punto di partenza proprio la precarietà del lavoro, nell’intento di comprendere e conoscere le cause e i processi che contribuiscono a questo stato delle cose; la possibilità è quella di mettere a disposizione le proprie idee e le proprie conoscenze all’interno del Movimento pre creare una rete contro la precarietà.
In questo primo incontro si è colta l’occasione della mobilitazione degli operai della Fiat e la crisi dell’azienda torinese per invitare l’economista Gianni Rigacci di Rifondazione Comunista, allo scopo di avere una panoramica più chiara sulle problermatiche che affliggono la Fiat e per entrare in contatto con le idee che Rifondazione ha proposto per superare queste profonde difficoltà.

La crisi della Fiat riveste oggi in italia un ruolo cruciale ai livelli sociale, politico e culturale; non può però essere considerata estranea alle congiunture economiche italiane e internazionali. Esiste nei fatti una stagnazione economica mondiale che pone sotto accusa questo modello di sviluppo di cui l’automobile è l’emblema.
Il mercato dell’auto è in piena recessione: disilluse le attese della domanda nei paesi in via di sviluppo, mentre il mercato occidentale si è ormai ridotto a mercato di sostituzione ciclica, succube degli incentivi e finanziamenti statali. Le cifre sono impietose a riguardo: nel 2001 le auto prodotte sono state complessivamente 34 milioni e mezzo, il 3% in meno rispetto a l’anno precedente, mentre gli stabilimenti lavorano al 70 % del loro potenziale. Probabilmente non si tratta più di una crisi congiunturale, ma strutturale che necessita di piani di sviluppo alternativi e di profonde modifiche. Lo straordianrio sviluppo economico degli anni ’90, drogato dalla locomotiva statunitense, sembra essere terminato con un indebitamento insanabile; le famiglie americane, spinte dalla fiducia nell’economia di casa propria, hanno sperperato 2500 miliardi di dollari; inutili sono state le politiche economiche che Greenspan e Bush hanno tentato; ora si parla di una crisi alla giappones!
e;
la verità è che il sistema è malato di sovrapproduzione e le persone non hanno più soldi da poter spendere. Per far fronte a questa crisi gli Usa stanno portando avanti una politica di tipo imperiale, non solo alla ricerca dei pozzi petroliferi da sfruttare, ma nell’intento di rivendicare la propria egemonia sui numerosi creditori.
La Fiat si inserisce in questa spaccatura economica, che non colpisce solo il mondo delle automobili; a differenza però di altre case automobilistiche, la Fiat si trova molto più in difficoltà, non essendo riuscita ad adeguarsi e a investire efficientemente sul prodotto. Oggi in italia si comprano più auto straniere che italiane, mentre gli stabilimenti Fiat stanno producendo al 60% della loro capacità. Se escudiamo il 1997, anno di incentivi statali, l’occupazione e la produzione sono inesorabilmente scese, a causa di una sempre più consistente perdita di fette di mercato interno e esterno. L’esternalizzazione di alcune fasi del processo produttivo, l’internalizzazione attraverso la collocazione di stabilimenti in diversi paesi in via di sviluppo, la chiusura di quelle fabbriche che andavano contro l’ottimizzazione della produzione, hanno ridimensionato l’importanza di Fiat Auto in Italia. Molte delle attività che prima venivano svolte all’interno dell’azienda, sono state t!
ras
ferite fuori, in società formalmente legate alla Fiat o indipendenti. Ad una minore centralità del mercato italiano è corrisposta una crisi economica dilagante in quei paesi in cui la Fiat aveva investito, rivelando la fragilità di questo tipo di globalizzazione. L’investimenti avevano riguardato soprattutto auto a basso costo, più accessibili nei paesi in via di sviluppo; questo tipo di prodotto però si è rivelato poco appetibile, e non ha permesso di sfruttare gli ecoincentivi che il governo italiano aveva stabilito due anni fa, andando tutto a favore delle case straniere.
Ad una difficoltà delle vendite si accompagna conseguentemente e parallelamente una difficoltà finanziaria della Fiat S.P.A. Le società di consulenza (rating), preposte alla valutazione dei titoli emessi dalle società e della solidità delle società stesse, hanno categorizzato le azioni Fiat come “titoli spazzatura” (dall’inizio di quest’anno il titolo Fiat è passato da 18 a 8,2 euro, quando nello stesso spazio di tempo il Mibtel ha perso “solo” il 18%); questo comporta principalmente due tipi di problemi: la difficoltà ad avere prestiti a tassi agevolati da parte delle banche e l’impossibilità di poter vendere i propri gioielli societari per sanare i debiti. La Fiat si ritrova nelle mani della ferocia capitalistica che essa rappresenta da un secolo, avvoltoi in attesa che non rimangano che le spoglie straziate, senza bisogno di far riferimento al rispetto e alla memoria.
Possiamo affermare che se la crisi di questo modello di sviluppo si è rivelata tanto evidente, il merito è anche del movimento Newglobal. Alla contestazione contro le politiche liberiste del movimento si è aggiunta la classe operaia, che ha riacquistato il suo ruolo di impulso sociale, e che si trova di nuovo “guidata” dai tre sindacati (Fiom, Fim e Uilm) prima divisi; in tutti ci sono i medesimi intenti, e non è possibile distinguere in questo momento le varie proteste che si distendono in un clima ormai di illegalità permanente, che ha spostato il rapporto di forze legando le mani al governo. È questa una possibilità unica per modificare le regole del sistema economico vigente.
La proposta, che Rifondazione Comunista ha lanciato per risolvere la crisi della Fiat, è quella di nazionalizzare l’azienda; non però il semplice risanamento privato con soldi pubblici o un semplice finanziamento, ma un intervento sullo sviluppo del prodotto che sia compatibile con l’ambiente e con le necessità energetiche delle future generazioni. Non potendo liberarci dell’auto come modello di trasporto, possiamo però strutturare un piano di sviluppo che decongestioni le città e sia improntato verso le nuove forme di propulsione, creando una rete di infrastrutture capaci di rendere l’auto una risorsa importante e non una gabbia inquinante.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *