La certezza dell’incertezza

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Tra le vie di una città come Firenze si muove un esercito di giovani che hanno possibilità sempre più limitate e quelle poche che trovano sono sempre a tempo determinato.
Kris, nome di fantasia, a 30 anni si sente un precario con la P maiuscola: “Ultimamente non sento parlare di contratto che superi il mese o due. Alcuni ristoranti dove ho lavorato usano addirittura il “Contratto a chiamata”, che dura quanto la giornata di lavoro. Per altri invece si lavora semplicemente al nero”. Kris ha fatto tanti lavori, adesso facendo il cameriere può mantenersi agli studi e arrivare alla laurea specialistica. Il contratto più lungo che ha firmato era per 4 mesi, davvero pochino per fare progetti. “Precariato… una parola bruttissima, da piccino lo sentii dire in tv e pensai subito al dentista!”
Luca invece gli studi li ha interrotti, perché facendo due lavori non gli basta il tempo anche per i libri. Ha in mano due contratti per lavori a tempo determinato che, sommati, gli permettono a stento di pagarsi le spese. Dal lunedì al venerdì risponde per 4-5 ore al telefono di un call-center, dove lo ‘rinnovano’ di 3 mesi in 3 mesi da ormai quasi un anno. Mentre il sabato e la domenica fa il lavapiatti nella cucina di un ristorante da 400 coperti al giorno.
Sono solo due storie fra le tante di giovani e meno giovani, obbligati ad afferrare la prima opportunità che gli si presenta, solo in relazione di una remota altra possibilità. Questa inevitabile mortificazione delle capacità offre i suoi risultati, visibili in ogni regione: filosofi che si ritrovano camerieri, architetti senza carriera ma baristi part-time, laureandi assicuratori… a tutti vien fatto annusare un contratto che non masticheranno mai.
Per tacere poi di chi non ha titoli o competenze specifiche, e si trova a friggere patatine nei fast food o a lavorare a cottimo per un call center… con in più l’umiliazione e l’inganno dell’azienda come ‘grande famiglia’, dove si fanno classifiche dei bravi e dei somari, e il migliore è chi ha venduto più contratti-capestro e chi ha risposto, non importa come, a più chiamate.
Finché qualcuno si ribella, come i precari dell’Atesia (vedi box), a cui Ascanio Celestini ha dedicato “Parole sante”, un film e una canzone, che citiamo per concludere: “Verrà quel giorno, il giorno è venuto, che ricorderemo i precari del lavoro come alla Liberazione, con i fiori e le bandiere, i caduti della guerra nel conflitto mondiale (…) lo deve sapere il popolo che ha perso dignità e diritti per un piatto di lenticchie (…)Verrà quel giorno, il giorno è venuto, che siamo stati tutti quanti licenziati. Non abbiamo mangiato questo piatto di lenticchie. Non siamo mica il Titanic, non affonderemo cantando.”
Cristiano Bernacchi

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