La carità del governo

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Lo sapevate che in Sud Africa la legge impedisce ai dipendenti di citare in giudizio il proprio datore di lavoro? E non è che il Sud Africa sia l’ultimo Paese del mondo in fatto di legislazione sociale.
Che cosa succede quando una multinazionale sposta la produzione nel Sud del mondo, o sceglie fornitori in questi Paesi? Che si ritrova sostanzialmente libera di decidere come trattare i lavoratori, che turni chiedere, quanto pagare. Spesso senza che i lavoratori possano rivolgersi alla magistratura né nello Stato in cui si trovano, né tanto meno dove la multinazionale ha la propria sede legale, perché su queste cose non c’è una legislazione internazionale cogente e valida dappertutto. Con il risultato che noi stessi, nei nostri acquisti di tutti i giorni, neanche lo sappiamo ma, magari, ci riempiamo la casa e il guardaroba di prodotti che sono stati fatti con il lavoro infantile, per dirne una.
Di tutto questo, anche con un occhio particolare a quello che succede in Italia, si occupa la campagna “Meno beneficenza più diritti”, promossa da una rete di associazioni e organizzazioni che vanno da Mani Tese a Amnesty International, da CTM – Altromercato a Banca Etica, da Legambiente all’Arci, e sono solo alcune delle sigle. Un’operazione che nasce da lontano, visto che riecheggia la campagna “Acquisti trasparenti” lanciata qualche anno fa dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo e da Mani Tese, più o meno con gli stessi obiettivi. Il più concreto era l’approvazione di una legge in Parlamento per la trasparenza e la responsabilità sociale delle imprese; un progetto di legge che è stato via via rinviato e largamente annacquato fino a finire nel dimenticatoio con la fine della legislatura, nel 2000.
Questa nuova iniziativa, lanciata lo scorso mese di novembre, è stata in qualche modo stimolata da un’idea piuttosto “originale” che sugli stessi temi ha avuto il nostro Ministro del Welfare, Roberto Maroni, proponendola anche in sede europea: riconoscere come “etiche” e in quanto tali meritevoli di sgravi fiscali quelle imprese che usano una piccola parte del loro profitto per finanziare opere di welfare, facendo da supplenti allo Stato, o per meglio dire al Governo. Ad esempio sponsorizzando gli infermieri di qualche ospedale, magari privato, facendo interventi a favore dei non autosufficienti, promuovendo fondi “etici”, e in più autocertificando – nota bene: senza organismi indipendenti di controllo! – il proprio buon comportamento in campo sociale e ambientale. Che cosa tutto ciò abbia a che vedere con la responsabilità sociale delle imprese, intesa come vincolo di legge che garantisca i diritti dei lavoratori ovunque siano, il rispetto dell’ambiente e la trasparenza per i consumatori, rimane da capire.
è questo il senso dello slogan, meno beneficenza e più diritti: perché qui non si tratta di abbellire le imprese con un qualche tipo di riconoscimento delle buone intenzioni, ma di garantire i diritti fondamentali, che è cosa ben diversa. La campagna sta anche diffondendo un appello rivolto a Maroni, al quale si può aderire sul sito www.piudiritti.it.

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