11 dicembre 2018

La cambiale viola

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“La politica non c’entra nulla” assicurava nelle settimane scorse il sindaco di Firenze Leonardo Domenici, annunciando la propria uscita dal consiglio di amministrazione della Florentia Viola. Ma a guardare gli ultimi venti anni di calcio fiorentino viene da pensare il contrario.
La serie A è sull’orlo del fallimento, ogni domenica gruppi di tifosi tengono in ostaggio le città, eppure nel pallone sono impegnate le maggiori aziende italiane e grandi multinazionali. Perché nel calcio giocano un ruolo fondamentale emotività, passione e mezzi di comunicazione, perché si tratta di un fenomeno tribale, simbolico scontro tra città e ceti sociali, perché il suo valore aggiunto è immateriale: la pubblicità, la fama, la popolarità. L’esempio della Fiorentina è lampante.

L’era Pontello

Potenza immobiliare ed edile fiorentina, negli anni ottanta la famiglia Pontello è proprietaria della società viola. Un periodo che alterna alti e bassi, fino alla vendita del costosissimo Roberto Baggio (più di 10 milioni di euro nel 1990) che provoca una settimana di sommossa con migliaia a manifestare sotto la finestra del presidente Ranieri Pontello, tanto da indurlo alla cessione societaria nel giro di un mese. Oggi presidente dell’Associazione Industriali fiorentini, Pontello afferma che l’esperienza nella Fiorentina è stato un errore. Ma come negare che i dieci anni viola abbiano regalato alla famiglia e all’azienda grande fama (anche il quarantenne Luca è nella giunta provinciale degli Industriali e nel consiglio del Maggio musicale). La stessa fama di cui si giova Niccolò Pontello per essere eletto in parlamento, negli anni ottanta per la DC, poi in consiglio comunale per AN. Una popolarità che ultimamente Niccolò torna a cercare entrando nella proprietà della Rondinella, l’altra squadra di calcio fiorentina.

L’ascesa di Cecchi Gori
Nel 1990 la famiglia Cecchi Gori arriva a Firenze. I tifosi viola sperano nella riscossa. Mario Cecchi Gori e il figlio Vittorio sono produttori cinematografici e come la produzione di un film gestiscono la società di calcio: ogni estate presentano il nome altisonante di qualche giocatore, annunciano mirabolanti imprese future e incassano decine di migliaia di abbonamenti allo stadio, pagamento anticipato. Firenze si innamora del centravanti argentino Batistuta a cui dedica persino una statua, poi del centrocampista portoghese Rui Costa e dell’allenatore turco Terim, ma sono solo due le Coppe Italia vinte contro due cocenti retrocessioni in serie B, le uniche della storia viola.
La Cecchi Gori è leader del film italiano e con decine di cinema controlla un quarto della distribuzione nazionale. Ma è con la visibilità guadagnata con il calcio che Vittorio, nonostante il suo precario italiano esibito in TV, decide di candidarsi in politica. Nel 1994 viene eletto al Senato per il PPI e nel 1996 è riconfermato alla Camera nel collegio Firenze 1. Sono gli anni dell’ascesa del gruppo CG. Nel 1995 acquista Telemontecarlo e Videomusic con il sostegno finanziario della Banca di Roma e della Seat, che gli garantisce credito con un invidiabile contratto pubblicitario. Nel 1998 il gruppo arriva a fatturare quasi 400 milioni di euro con 850 dipendenti. Diventa la speranza di un terzo polo televisivo targato Ulivo entrando pure nel capitale di Stream. Ma quando il sogno faraonico fallisce e il governo D’Alema toglie la fiducia al partner inaffidabile, Seat Pagine Gialle rileva il controllo di TMC facendosi carico di un debito di 250 milioni di euro.
Cecchi Gori viene indagato per aver emesso nel 1999 sessantotto cambiali da 500 mila euro ciascuna per un finanziamento fittizio. A Firenze si rincorrono insistenti voci di una pesante crisi finanziaria della Fiorentina. Costretto a cedere alla Roma il troppo costoso Batistuta, mentre le sorti calcistiche volgono al peggio, Cecchi Gori ritenta la carta della politica. Alle elezioni del 2001 si candida in Sicilia. Pur di vincere promette ai tifosi dell’Acireale di portare la loro squadretta in serie B. Ma perde, come tutto lo schieramento di Centro-sinistra, e verrà poi indagato per voto di scambio.

Il crollo dell’impero
Nel 2002 le banche gli chiudono i rubinetti del credito e anche se Vittorio tenta di farsi scudo con l’amore dei tifosi per la Fiorentina la Banca di Roma in giugno mette in protesto un titolo da cinque milioni di euro. Una sera di primavera in 25 mila sfilano per le strade della città chiedendo che il presidente si faccia da parte, ma a fine campionato la Fiorentina vive nuovamente l’umiliazione della retrocessione. Nel giro di poche settimane Cecchi Gori viene indagato per riciclaggio, droga e finalmente per bancarotta fraudolenta della Fiorentina. La società, priva di risorse, non è in grado di iscriversi al campionato e muore.

Il salvatore della città

Al termine della lentissima agonia e dopo molte voci rivelatesi infondate, ai primi di agosto, si fa avanti l’industriale calzaturiero Diego Della Valle. Di concerto con il sindaco Domenici e l’Assessore allo Sport Eugenio Giani, che in fretta e furia fondano la Florentia Viola, Della Valle si impegna a ricapitalizzare la società a responsabilità limitata, a offrire in sottoscrizione ai tifosi una quota del capitale, garantendo rappresentanza nel consiglio di amministrazione all’azionariato popolare. La Florentia viene iscritta al campionato di C2: ricomincerà quasi da capo.
Perché arriva a Firenze l’industriale calzaturiero, proprietario dei marchi Tod’s (utile netto di 20 milioni di euro nel 1999), Hogan e Fay; uno dei principali azionisti di Banca Commerciale Italiana, nonché ex consigliere dell’Inter? Vuole davvero fare grande il calcio fiorentino? Per divertimento? Per guadagnare fama e popolarità? Per farsi pubblicità? Certo, da subito, i tifosi lo osannano come salvatore della patria. Ma da subito, Firenze può costituire per l’imprenditore un’occasione economica interessante. Della Valle, ad esempio, è nella cordata degli Imprenditori Associati. In gruppo con Luca Cordero di Montezemolo e Alessandro Benetton, ha fatto un’offerta per rilevare nel 2003 la proprietà privatizzata dell’Ente Tabacchi Italiano. Dall’ex monopolio di stato esce il celebre sigaro toscano, prodotto di sicuro successo internazionale. Ma l’ETI è anche un patrimonio immobiliare di rilievo: a Firenze la sede è nello storico complesso di piazza Puccini, un’area di sicuro valore speculativo grazie ai progetti urbanistici che interessano l’area a nord ovest della città. Se si aggiunge che i Benetton sono già presenti a Firenze nell’aeroporto, nella vecchia stazione ferroviaria e nell’ex cinema Capitol, c’è da scommettere che il salvatore della Fiorentina non sia arrivato in città solo per tirare quattro calci al pallone: c’è da aspettarsi che appena possibile Della Valle porti all’incasso a Palazzo Vecchio quella cambiale in bianco di cui dispone, per meglio dire una “cambiale viola”.

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