La botte piena…

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L’Altracittà ha organizzato lo scorso dicembre un “Forum sull’acqua”, per cercare di chiarire il significato della privatizzazione dell’acquedotto fiorentino. All’incontro hanno partecipato Amos Cecchi, presidente di Publiacqua, Carlo Moscardini, sindaco di Lastra a Signa, Simone Tani, assessore Aziende Partecipate, Dionisio Marini, Attacqua – Attac Italia, e per la nostra redazione Cristiano Lucchi, Maria Ranieri ed Elena Bossio.

Altracittà – Come e perché è stata costituita Publiacqua?

Simone Tani – I comuni dell’ATO 3 (Ambito Territoriale Ottimale, vedi sotto) hanno deciso di andare a società miste, con la presenza di privati in minoranza, mediamente al 40%, con la possibilità di aumentare una sorta di quota minoritaria, facendo spazio a soggetti imprenditoriali e del privato sociale del territorio. È una decisione nata contestualmente all’affidamento del servizio dall’Ato a Publiacqua, nel dicembre 2001. La condizione di base era che entro un anno l’azienda avviasse la procedura per la selezione del socio privato. L’idea di fondo della comunità europea è che una procedura concorrenziale possa individuare le condizioni ottimali nell’interesse dei cittadini. La normativa comunitaria di riferimento prevede l’affidamento a gara del servizio. Noi abbiamo preferito fare un altro percorso: non mettere a gara la concessione per l’acqua, perché allora sarebbe stato veramente appannaggio di qualunque multinazionale. Abbiamo costruito un’azienda fortemente legata al territorio, pubblica, per poi aprirne il capitale ad un privato di minoranza, all’interno di un ragionamento strategico, in cui noi manteniamo una presenza dell’azienda come interfaccia fondamentale dei comuni e dell’Ato, quindi un’azienda che abbia maggioranza pubblica. Scelta che che ci dà più garanzie rispetto a fare una gara semplicemente per la concessione. È la via toscana per mettere insieme l’esigenza della concorrenza con quella del mantenimento di un forte presidio pubblico sul territorio.

Altracittà – Su quali parametri saranno definiti gli investimenti e le tariffe?

Amos Cecchi – La scelta di Publiacqua va verso un miglioramento delle strutture e un maggior rispetto dell’ambiente. Su questa base si costruisce un piano di investimenti. Il piano d’ambito è un insieme di investimenti – per noi circa 750 milioni di euro per i prossimi 20 anni – che tende a far fare un salto di qualità al servizio idrico integrato. La legge 36/94 dice che tutto ciò che serve come finanziamento per il servizio idrico integrato non deve più passare per altri canali, ma deve essere riportato interamente in tariffa. Quindi la situazione attuale è trasparente, si sa quali sono i costi effettivi. Tutti gli investimenti sono coperti dalla tariffa.

Altracittà – Questo vuol dire che l’acqua costerà di più?

Cecchi – È inevitabile… sì, diciamo che nell’Ato 3 c’è stata una crescita della tariffa, ma nel complesso contenuta. Ma in quasi metà dell’area metropolitana, nel 2002, il livello della tariffa è stato più basso che nel passato. Questo grazie ad un’economia di scala molto grande. E poi c’è un limite che la legge non permette di superare.

Altracittà – Ma la privatizzazione è proprio l’unica via praticabile?

Dionisio Marini – È vero che in Italia la gestione pubblica dell’acqua è fallita, quindi quella che ora è l’opposizione ha cercato un modello che desse efficienza aziendale garantendo però certi diritti. Il paradossale è che è approdata alla scelta del modello della società per azioni, che ha come scopo il raggiungimento del profitto economico, non etico né sociale. Deve rispettare delle regole che non appartengono alla politica, ma al diritto societario, che travalica anche le leggi nazionali. È un soggetto privato a tutti gli effetti. La legge Galli non prevede affatto la Spa come unica forma di gestione, la elenca soltanto fra le alternative possibili. Cioè consorzi tra comuni, aziende speciali municipalizzate, consorzi tra province, che funzionano altrettanto bene, perché hanno sfruttato la parte tecnica della legge, su cui non c’è niente da eccepire, rispetto all’ottimizzazione della gestione, all’ammodernamento delle infrastrutture, ma hanno mantenuto la gestione diretta della risorsa.

Carlo Moscardini – Non possiamo nasconderci, le nostre scelte sono figlie del nostro tempo. Abbiamo vissuto un periodo della storia del paese in cui tutto quello che era pubblico era negativo. Sono convinto che se la decisione fosse stata assunta oggi, non sarebbe stato scontata la scelta di una Spa. In questi 5 anni è maturata una consapevolezza non più solamente ideologica. Oggi credo che le persone scelgano sui dati oggettivi: se una società dà dei risultati, allora funziona. Questo è un elemento su cui è possibile costruire anche un nuovo progetto di società più avanzata.

Altracittà – Quindi un modello alternativo al modello della Spa?

Moscardini- Altrimenti si rischia di accentrare tutte le attenzioni esclusivamente su una gestione degli acquedotti, ma il problema acqua è di ben altre dimensioni. L’impianto anche da un punto di vista legislativo, e sulla parte degli obiettivi, era giusto, non so se poi l’applicazione lo sia stata. Dobbiamo avere il coraggio di fare questa riflessione anche come soggetti politici, e di contestare le normative europee se non vanno bene, costruendo con coerenza una platea di persone con un senso più critico.

Altracittà – Si può dire dunque che, nel processo dal ’97 ad oggi, si sono formate delle falle e che c’è bisogno di un movimento di opinione?

Moscardini – Il 40% della privatizzazione è una sfida per il pubblico, che va trasformata anche in una sfida per il privato. Abbiamo messo dei paletti dentro la privatizzazione. Ad esempio, il privato deve accettare e presentare un progetto industriale che preveda la necessità di diminuzione dei consumi, recupero delle risorse energetiche ecc. Questa è la prima contraddizione da un punto di vista di ideologia di mercato. Questa è una sfida per dimostrare che anche il privato deve stare dentro ad un certo tipo di partita.

Altracittà – Sta dicendo che le multinazionali impegnate in società miste dovrebbero giocare contro i loro interessi?

Moscardini – Non contro i loro interessi, ma contro gli interessi di mercato. Cioè, non lavorare a rimessa, ma trattare questo meccanismo in maniera diversa. Un esempio è che il privato ha normalmente necessità di fare più fatturato, e quindi più consumo. In questo caso l’impegno è invece a fare il contrario. E su questo è necessario costruire un meccanismo di sensibilizzazione.

Marini – Ma la scelta del ’97 è tuttora reversibile, non ci sono leggi che lo
impediscono. Per quanto riguarda i paletti che avete messo, invece, dove è avvenuta una cosa simile è stato un fallimento, vedi ad Arezzo.

Tani – Noi siamo convinti del contrario, ci abbiamo messo un anno a scrivere i patti parasociali. Noi, come pubblica amministrazione, abbiamo portato avanti la Spa, che è una scelta precedente. La scelta di fondo del ’97, anche se la pubblica amministrazione tecnicamente potrebbe cambiare in qualsiasi momento, ha un’irreversibilità che è un fatto più sostanziale, di serietà con dipendenti ed elettorato. Se avessimo fatto un consorzio, l’Ato non avrebbe potuto affidare direttamente il servizio a noi: ci sarebbe stata una gara anche con la partecipazione delle multinazionali e l’esito della gara non sarebbe stato certo.

Marini – Allora come hanno fatto dove hanno affidato il servizio ai consorzi, ad esempio nel piceno, che raccoglie anche il comune di Grottammare?

Tani – Lì c’è una via ulteriore, che è la prospettiva di quotazione in borsa per l’individuazione della “componente privata della gestione”. Anche l’art. 35 prevede che, chi si quota in borsa, non debba fare le gare come nel nostro caso. Di norma, quando nascono questi consorzi, lo fanno perché in prospettiva devono diventare Spa e poi quotarsi in borsa.

Marini – Non mi risulta una cosa del genere. Si parla di disobbedienza politica. L’art. 35 può non essere applicato. La regione Molise ha fatto una legge regionale in cui fa l’affidamento diretto ad un consorzio. Quindi esistono delle alternative. Qual è l’utilità di creare una società per azioni, con paletti, previsioni su governi futuri, quando esistono già altri strumenti?

Cecchi – Per la gestione, le nostre istituzioni stanno cercando la soluzione più avanzata, è una linea aperta a più orizzonti. Avevamo un’esperienza dell’Ato 4 di Arezzo, in cui le istituzioni locali hanno fatto costituire l’impresa ad una grande multinazionale. Al momento appare un po’ fallimentare. C’è una linea, quella classica del centrodestra, che mette il servizio a concessione a terzi, facendo una gara. Noi abbiamo fatto una scelta diversa. Vogliamo rafforzare il servizio mantenendo al pubblico un ruolo determinante anche nel comando d’impresa, dove si costituisce il sapere tecnico, gestionale e strategico senza il quale non si controlla niente all’esterno. È questo il motivo di essere dei patti parasociali, che non possono essere sconvolti e aboliti da una legge nazionale. Ad esempio, il partner privato legato a Publiacqua non potrà partecipare a nessuna gara in Italia senza Publiacqua, che ha un’etica industriale e societaria. Tant’è che abbiamo stabilito che una parte degli utili venga devoluta a progetti di cooperazione internazionale. La questione del profitto, invece, può essere anche un indicatore di efficienza. Se l’utile di esercizio segnala che i dati si sono disposti in maniera ottimale, alla fine del triennio l’Ato prende atto dei profitti fatti e riduce le tariffe, c’è quindi una ricaduta positiva sul territorio.

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