La verità su Genova. Pisapia, nulla avvenne per caso

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di Giuliano Pisapia, dal Manifesto
Lentamente, ma inesorabilmente, sta emergendo, anche a livello giudiziario, la verità su quelle giornate di «macelleria cilena» nelle quali sono stati massacrati, nel luglio 2001, non solo corpi, ma anche anime, speranze e utopie. Giornate che non si possono, e non si debbono dimenticare, finché, su quanto accaduto in quelle giornate buie per la nostra democrazia, non sarà fatta verità e giustizia. Quella verità che il centrodestra (e purtroppo non solo il centrodestra) ha voluto negare, anche impedendo quella Commissione Parlamentare d’inchiesta che avrebbe potuto accertare le responsabilità, anche politiche, di chi aveva dolosamente gestito l’ordine pubblico contro il movimento e contro chi manifestava per un mondo migliore, senza guerre, senza povertà, senza discriminazioni.
La condanna dell’ex capo della Polizia per istigazione alla falsa testimonianza arriva dopo la condanna di agenti, funzionari, ufficiali e generali per le violenze e i trattamenti disumani e degradanti di cui sono state vittime oltre 250 pacifisti nella caserma di Bolzaneto: vere e proprie torture che non è stato possibile contestare agli imputati perché, malgrado le continue sollecitazioni dell’Unione Europea e le condanne della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, tale reato ancora non è previsto dal nostro codice penale. Certo, c’è ancora la Cassazione. Anche se, come si sa, la Cassazione è giudice di legittimità e non può, salvo veri e propri travisamenti dei fatti, entrare nel merito della sentenza di condanna.
La Giustizia farà il suo corso. Il che, però, non significa – al di là delle responsabilità penali – che gli atti non diano elementi chiari.
«Ho parlato con il capo: devo fare marcia indietro»: sono parole di Francesco Colucci, questore di Genova, poco prima di testimoniare. Il suo interlocutore è Spartaco Mortola, numero uno della Digos durante il G8. Il senso di impunità non li fa neppure sospettare di essere intercettati. Ma le telefonate sono più di una e non lasciano spazio ad equivoci: «Il capo dice che sarebbe meglio raccontare una storia diversa….devo modificare quello che avevo detto». Il «capo» altri non è che De Gennaro. La testimonianza di Colucci, che nel corso delle indagini era stata lineare e coerente, diventa, dopo quelle telefonate, e quell’incontro col «capo», ben diversa. L’ex questore si corregge, cambia versione, si adegua alla testimonianza del suo superiore. Falsa testimonianza per lui, istigazione alla falsa testimonianza per De Gennaro, il capo dei capi.
La Giustizia proseguirà il suo corso. Ma, indipendentemente dall’esito giudiziario, oggi non è più possibile negare quello che da sempre chi era a Genova ha sempre urlato, con tutte le sue forze, compresa quella della disperazione. I vertici della polizia erano perfettamente consapevoli di quanto stava avvenendo alla Diaz e la gestione dell’ordine pubblico, aveva il preciso scopo di sospendere le libertà democratiche per cancellare un movimento che cresceva sempre di più. Gestione dell’ordine pubblico voluta, e poi avallata, da chi allora governava (e purtroppo governa) il Paese. Noi saremo colpevoli di sognare e di lottare: ma, da ieri, giustizia e verità sono più vicine.

di Giuliano Pisapia, dal Manifesto

Lentamente, ma inesorabilmente, sta emergendo, anche a livello giudiziario, la verità su quelle giornate di «macelleria cilena» nelle quali sono stati massacrati, nel luglio 2001, non solo corpi, ma anche anime, speranze e utopie. Giornate che non si possono, e non si debbono dimenticare, finché, su quanto accaduto in quelle giornate buie per la nostra democrazia, non sarà fatta verità e giustizia. Quella verità che il centrodestra (e purtroppo non solo il centrodestra) ha voluto negare, anche impedendo quella Commissione Parlamentare d’inchiesta che avrebbe potuto accertare le responsabilità, anche politiche, di chi aveva dolosamente gestito l’ordine pubblico contro il movimento e contro chi manifestava per un mondo migliore, senza guerre, senza povertà, senza discriminazioni.

La condanna dell’ex capo della Polizia per istigazione alla falsa testimonianza arriva dopo la condanna di agenti, funzionari, ufficiali e generali per le violenze e i trattamenti disumani e degradanti di cui sono state vittime oltre 250 pacifisti nella caserma di Bolzaneto: vere e proprie torture che non è stato possibile contestare agli imputati perché, malgrado le continue sollecitazioni dell’Unione Europea e le condanne della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, tale reato ancora non è previsto dal nostro codice penale. Certo, c’è ancora la Cassazione. Anche se, come si sa, la Cassazione è giudice di legittimità e non può, salvo veri e propri travisamenti dei fatti, entrare nel merito della sentenza di condanna.

La Giustizia farà il suo corso. Il che, però, non significa – al di là delle responsabilità penali – che gli atti non diano elementi chiari.

«Ho parlato con il capo: devo fare marcia indietro»: sono parole di Francesco Colucci, questore di Genova, poco prima di testimoniare. Il suo interlocutore è Spartaco Mortola, numero uno della Digos durante il G8. Il senso di impunità non li fa neppure sospettare di essere intercettati. Ma le telefonate sono più di una e non lasciano spazio ad equivoci: «Il capo dice che sarebbe meglio raccontare una storia diversa….devo modificare quello che avevo detto». Il «capo» altri non è che De Gennaro. La testimonianza di Colucci, che nel corso delle indagini era stata lineare e coerente, diventa, dopo quelle telefonate, e quell’incontro col «capo», ben diversa. L’ex questore si corregge, cambia versione, si adegua alla testimonianza del suo superiore. Falsa testimonianza per lui, istigazione alla falsa testimonianza per De Gennaro, il capo dei capi.

La Giustizia proseguirà il suo corso. Ma, indipendentemente dall’esito giudiziario, oggi non è più possibile negare quello che da sempre chi era a Genova ha sempre urlato, con tutte le sue forze, compresa quella della disperazione. I vertici della polizia erano perfettamente consapevoli di quanto stava avvenendo alla Diaz e la gestione dell’ordine pubblico, aveva il preciso scopo di sospendere le libertà democratiche per cancellare un movimento che cresceva sempre di più. Gestione dell’ordine pubblico voluta, e poi avallata, da chi allora governava (e purtroppo governa) il Paese. Noi saremo colpevoli di sognare e di lottare: ma, da ieri, giustizia e verità sono più vicine.

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