La "squadra della labbrata": la Storia, per i fascisti fiorentini, è solo cronaca

image_pdfimage_print

Una ricostruzione delle gesta dei fascisti fiorentini agli ordini di Mario Carità, capo dell’omonima banda attiva a Villa Triste. L’ha pubblicata sul suo sito il giornalista Roberto Brumat, . La banda era chiamata anche la “squadra della labbrata”; a quanto pare un certo stile di lotta politica è ancora ben radicato: anche a Firenze, nel 2013.

***

Mario Carità di fu Gesù – Con un nome così, figlio addirittura di Gesù, nessuno avrebbe pensato che quell’orfanello a 40 anni sarebbe diventato assassino e selvaggio aguzzino torturatore. Nato a Milano il 3 maggio 1904 (il padre non lo volle riconoscere), a 15 anni Mario Carità divenne squadrista tra i fascisti della prima ora prendendo poi parte a Lodi e Milano alle spedizioni punitive tra il 1920 e il 1922, guidate dal giornalista Luigi Freddi. Sparò una prima volta sulla folla durante un comizio elettorale a Milano nel 1919 e finì in prigione; poi fu coinvolto in un omicidio.

Come rappresentante di apparecchi radio Philips si trasferì con la moglie a Firenze lavorando come elettricista in un negozio di radio che lo licenziò quando venne fuori che li aveva derubati. Così aprì un laboratorio di riparazioni nella centrale via Panzani: l’attività rendeva molto, soprattutto perché nel retrobottega aveva istituito una bisca clandestina con annessa stanza per appuntamenti. Ma non temeva denunce, dato che per hobby faceva lo squadrista e la spia della polizia di regime. Con lo scoppio della guerra, trovò il modo di rendersi ancora più utile alla polizia segnalando chi gli portava la radio ad aggiustare e gli raccontava di ascoltare la vietatissima trasmissione Radio Londra, con cui dal 1938 la BBC dava informazioni in italiano sugli esiti della guerra (più tardi anche indicazioni in codice ai partigiani).

Già da prima della caduta del fascismo (25 luglio 1943) Mario Carità era nel libro paga della polizia segreta OVRA (Opera Volontaria per la Repressione dell’Antifascismo) che contava su molti informatori volontari, come lui. Dopo l’8 settembre del ’43 e dopo la morte (tre giorni dopo) di sua moglie, con la nascita della Repubblica Sociale Italiana ottenne dai tedeschi il comando di un reparto di SS italiane, le cosiddette Italienische Waffenverbände der SS affiliate alle Waffen SS col compito di addestrare quanti avevano risposto all’ordine di affiancarsi ai tedeschi. Dopo il 17 settembre 1943 a Firenze all’interno della 92^ legione delle camicie nere (poi confluita nella Guardia nazionale repubblicana) venne istituito l’Ufficio politico investigativo con a capo proprio lui: prese il nome di Reparto Servizi Speciali, in gergo popolare la Banda Carità, alle dirette dipendenze dalle SS in Italia e in stretto collegamento con la Repubblica Sociale Italiana. Carità, col grado di seniore (pari a quello di un maggiore dell’esercito) aveva ai suoi ordini una sessantina di uomini divisi in tre squadre: la Manente che si autodefiniva la squadraccia degli assassini, la Perotto detta la squadra della labbrata e la squadra dei quattro santi.

A Firenze la prima sedeA Firenze la prima sede della formazione era in una villetta al 22 di via Benedetto Varchi requisita a una famiglia ebrea; la seconda fu villa Malatesta in via Ugo Foscolo e infine, da gennaio 1944, al 67 dell’attuale Largo Fanciullacci in quella che poi gli stessi sgherri chiamavano Villa Triste dove la banda, che divenne specialista in infiltrazioni, attentati, assassinii e soprattutto torture, teneva sequestrati gli antifascisti e li torturava. Ma la banda aveva anche libero accesso a qualche locale nel Parterre di piazza Ciano e ad alcune camere dell’hotel Excelsior e del Savoia. Mario Carità con le due figlie di 19 e 16 anni abitava invece una bella casa in via Giusti, sempre sequestrata a ricchi ebrei. Per gli spostamenti il gruppo che si muoveva sempre in borghese, aveva a disposizione diverse auto e anche un’ambulanza di copertura. E quando volevano fare gli spavaldi, camminando per il centro cantavano questo ritornello: Eccoci qua, siam tutti qua Siam del reparto di Carità Se qualcuno ci toccherà Botte, botte in quantità.

Gli specialisti della bandaDella banda facevano parte avanzi di galera riabilitati dalla Repubblica Sociale, a cui veniva chiesto di esercitare la violenza di cui erano capaci; con loro anche Emilia Chiani, l’amante di Carità. Quando si posizionò a Villa Triste la Banda Carità contava su circa 200 individui.A fianco del capo c’era Pietro Koch che poi si spostò in Italia settentrionale e a Roma compiendo analoghe efferatezze: a Villa Triste spesso interrogavano l’arrestato steso su una specie di letto da fachiro, gli facevano bere petrolio, gli davano scariche elettrice sui genitali, gli riempivano la bocca di sale. Tutte torture eseguite da più persone che si ubriacavano di cognac o usavano cocaina e che si davano di continuo il cambio. Quando le torture non bastavano, si procedeva alla fucilazione, come per la partigiana ebrea bolognese Anna Maria Enriques Agnoletti, torturata e obbligata a restare in piedi per 7 giorni senza sedersi e senza dormire prima di venir uccisa a fucilate.

Il vice parroco suona il piano per coprire le urla – Accanto ai torturatori, il conforto della “fede” era portato da  tre religiosi: l’ex prete Giovanni Castaldelli che era anche uno dei più feroci aguzzini, padre Epaminonda Troya (qui fotografato negli anni ’80) e il cappellano delle SS don Gregorio Boccolini.

Alfredo Epaminonda Troya (detto don Ildefonso) nel 1944 era un monaco di 29 anni (nato ad Arcinazzo Romano). In veste di vice parroco del convento vallombrosiano di Santa Trinita a Firenze, aveva inizialmente dato soccorso ai prigionieri alleati (servizio organizzato dal parrucchiere Ferdinando Pretini), ospitando nel convento una missione badogliana e soldati del disciolto Regio Esercito. Poi la Banda della Carità lo arrestò. La versione ufficiale dice che subì percosse e cedette al ricatto (nella sua stanza furono trovate lettere d’amore e pubblicazioni clandestine); altri sostengono che fosse stato lui, in quanto spia fascista, a far arrestare Pretini. Di fatto il monaco passò al servizio attivo degli aguzzini. Mentre avevano luogo le torture, le urla dei prigionieri venivano coperte dal pianoforte suonato da questo monaco che intonava canzoni napoletane (a Firenze, e l’Incompiuta di Schubert a Roma quando passò al servizio di un’altra banda di criminali di Stato). Troya, che all’epoca girava con documenti falsi intestati a Elio Desi, aveva sposato le teorie scismatiche del sacerdote fascista don Tullio Calcagno. Calcagno (prete scomunicato il 25 marzo 1945) si definiva crociato italiano e alla radio nel novembre ’44 disse tra l’altro: Per noi crociati italici, re d’Italia sarà Cristo e solo Cristo, che non tradisce. A lui e per lui all’uomo che con migliore diritto di ogni altro appare da lui mandato a guidarci, Benito Mussolini, noi ubbidiremo fino alla morte.

Quando Troya, nel frattempo sospeso a divinis dalla Chiesa, lasciò la Banda Carità, seguì quella di Pietro Kock a Roma e a Milano prendendo parte alle torture e forse all’assalto dei tedeschi e della banda Koch alla Basilica di San Paolo a Roma.

Il partigiano rifugiato dal pittore fascista Rosai – Da gennaio all’agosto 1944 negli scantinati del palazzo di via Bolognese 67 a Firenze, (Villa Triste) la Banda Carità torturava gli antifascisti catturati, dividendo i primi due piani con il Servizio Sicurezza nazista del capitano von Alberti.

Da una di queste sessioni di sevizie non uscì più un ragazzo di 24 anni, Bruno Fanciullacci (a cui è dedicata oggi la piazza antistante). Fanciullacci era stato arrestato il 26 aprile dalla Banda Carità, sospettato di aver ferito lo squadrista Bruno Landi. Dall’interrogatorio a Villa Triste uscì con diverse ferite da pugnale (a una mano, alle natiche, ai testicoli), ma gli strapparono anche le unghie di mani e piedi con le pinze e gli bruciarono gli occhi, tanto che dovette essere ricoverato in ospedale piantonato dai fascisti. Dall’ospedale però un gruppo di suoi compagni gappisti l’8 maggio lo fece evadere nascondendolo in casa del pittore fascista Ottone Rosai (nela foto in divisa) dove scrisse un diario. Una volta guarito, Fanciullacci prese parte alla liberazione di 17 detenute politiche dal carcere di Firenze, ma venne ripreso il 14 luglio in seguito a una delazione. Per evitare altre torture il giovane con le mani legate dietro la schiena si scaraventò giù da una finestra da un’altezza di 20 metri e morì dopo tre giorni per il trauma cranico e per un colpo di pistola a un fianco. Era lo stesso partigiano che il 15 aprile 1944 aveva ucciso l’ex ministro e allora presidente dell’Accademia d’Italia Giovanni Gentile, ma i suoi aguzzini non lo sapevano.

La Banda Carità da Firenze a Padova – Avanzando gli alleati nel centro Italia, la Banda Carità lasciò Firenze, non prima di aver rapinato 55 milioni alla Banca d’Italia e aver saccheggiato la sinagoga fiorentina. Passò nel Veneto a Bergantino (RO), poi nel novembre 1944 Federico Menna che, da capo della Provincia di Rovigo era stato mandato a gestire la Provincia di Padova, se la portò dietro per sradicare dalla città gli antifascisti. Per questo la formazione requisì nel centro di Padova palazzo Giusti in via San Francesco 55 alla famiglia Giusti del Giardino, e lì rimase fino all’aprile del ’45, quando, dopo un accordo col Comitato di Liberazione Nazionale, il 27 aprile gli aguzzini fuggirono verso il Brennero lasciando in vita i prigionieri. (Nella foto la lapide commemorativa fuori da quel luogo di dolore).

Nell’autunno del 1944 la Banda Carità portò a Palazzo Giusti l’intero CLN del Veneto, in tutto oltre 70 partigiani che, non essendoci più spazio disponibile, vennero collocati in 5 celle ricavate dalle scuderie. In ognuna, dentro uno spazio di 1 metro e 80 per 1 e 10, dormivano 3 prigionieri su brande sovrapposte, senza nulla per coprirsi. Ma quello era il meno: furono sottoposti alle torture più spietate della storia moderna italiana.

Tra i primi arrestati il prof. Antonio Zamboni, l’avvocato Sebastiano Giacomelli. Tra i delitti padovani della banda, ci sono quelli di Otello Pighin, Franco Sabatucci, Corrado Lubian. Secondo le testimonianze, nella Banda Carità agiva anche un’anziana chiamata la mamma perché era la effettivamente la madre di due scagnozzi della formazione nonché la moglie di un terzo: quella donna si incaricava di chiedere alle famiglie degli arrestati forti somme e forniva loro informazioni spesso false.

Il metodo Carità Forte consumatore di cocaina assieme ad altri del suo gruppo, Mario Carità soleva entrare all’improvviso durante l’interrogatorio di un nuovo prigioniero e, fingendosi buono, si preoccupava delle sue condizioni: E’ pallido, diceva, e quello era il segnale per una nuova scarica di pugni e calci in faccia.

Per estorcere confessioni e carpire informazioni usavano molti modi: dalle torture psicologiche (impedire il sonno per disorientarli e altro) ai pestaggi, ma il nucleo centrale del trattamento era quando i carnefici inveivano con scariche elettriche ai genitali o strappando le unghie con le pinze. Chi sopravviveva senza confessare veniva fucilato o deportato nei lager tedeschi. Nella sede padovana, come in quella fiorentina, il maggiore Carità aveva tra i suoi più feroci collaboratori il tenente ed ex sacerdote Giovanni Castaldelli (rodigino di Bergantino).

L’Italia liberata perdona – La Corte d’assise straordinaria di Padova, convocata il 25 settembre 1945, giudicò 19 componenti la banda, tra cui le figlie di Carità Elisa di 17 anni e Franca di 20. Dal processo uscirono 4 condanne a morte per numerosi delitti e in particolare per l’omicidio del comandante della brigata Garibaldina Franco Sabatucci (ammazzato su ordine del maggiore Carità il 19 dicembre 1944 in via IV novembre vicino a palazzo Esedra). Il brigadiere Antonio Coradeschi (27 anni) ritenuto uno dei carnefici più terribili fu l’unico ad essere giustiziato, il 26 aprile 1946 nel poligono di tiro padovano di via Goito; gli altri principali imputati Mario Chiarotto (27 anni) e Ferdinando Falugnani (30 anni), ottennero nel 1951 la libertà condizionale e nel 1964 l’estinzione dei reati commessi. La figlia Franca subì la condanna a 16 anni, mentre Elisa fu assolta. Nel processo d’appello le 3 condanne a morte rimanenti furono commutate e alla fine, nel 1955, erano già tutti liberi.

Un altro processo si celebrò a Lucca il 23 aprile 1951 per 204 elementi della Banda Carità (9 latitanti): in questo caso nessuna condanna a morte, ma 20 ergastoli convertiti poi in 30 anni; 28 furono assolti o amnistiati. A tutti furono confiscati i beni.

Dopo la guerra padre Epaminonda Troya fuggì in Argentina, tornando in Italia per farsi processare. Condannato a 28 anni di carcere, ne scontò 7 uscendo con un’amnistia nel 1953; morì da uomo libero nel 1984.

Dalle torture al cinema e alla tv – Stando al libro La liberazione di Firenze di Giovanni Frullini (che fa i nomi di molti componenti della Banda Carità) ai pestaggi partecipava anche il ventitreenne fiorentino Arrigo Masi il quale, uscito indenne dal processo di Lucca, come figlio d’arte si diede allo spettacolo girando piazze, circoli, quartieri e perfino case del popolo come  applauditissimo cabarettista dialettale assieme a Tina Vinci. Si faceva chiamare Ghigo Masino e negli anni ’70 approdò alle tv private e gli spot tv. Tele Libera Firenze lo ebbe come protagonista di una sit com locale (Il priore e la perpetua) che fu sospesa quando uscì la notizia di chi fosse quel “prete”, e naturalmente lo cacciarono dopo che alcuni ex partigiani avevano riconosciuto in lui uno dei picchiatori della Banda Carità. Nel ’70 presentò in una radio fiorentina il programma di dilettanti dal titolo vagamente evocativo di La mattanza. Dopo quell’esperienza recitò in 10 film del genere erotico casereccio che andavano di moda, fino all’ultimo del 1983 (Io zombo tu zombi lei zomba), due anni prima di morire. Nel video seguente lo si vede nel film Atti impuri all’italiana del 1976 nel ruolo di don Firmino assieme a Stella Carnacina.

Le azioni di Mario Carità furono talmente efferate che il 14 dicembre 1943 il “maggiore” dovette perfino scrivere una lettera di giustificazioni a Mussolini, a cui l’ambasciatore tedesco aveva chiesto di allontanare Carità da Firenze, perché la sua banda svaligiava le abitazioni e lasciava scritto sui muri Requisito dalle SS.

La completa vicenda della Banda Carità è stata raccontata nella tesi di laurea di Riccardo Caporale, che tra gli altri ha intervistato anche la figlia più giovane di Carità, Elisa.

0 Comments

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *