La rivolta dei giovani architetti

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“Gli eventi che recentemente e a più riprese hanno messo a nudo le dinamiche della gestione dell’urbanistica e dell’architettura nel nostro territorio, e le ultime dichiarazioni del governo, ci impongono una riflessione seria sul senso di queste due discipline e soprattutto sul ruolo dell’architetto.
Il rapporto malato instauratosi fra la Pubblica Amministrazione e la professione dell’architetto danneggia su più fronti la collettività, perché impedisce all’interesse pubblico di ricevere la migliore offerta qualitativa e discredita la figura stessa dell’architetto, oggi ridotto ad ingranaggio di un sistema degradato. Tale rapporto mette in discussione la correttezza deontologica che in una società civile non è negoziabile.
Le cronache evidenziano una consuetudine all’intreccio di interessi personali negli atti amministrativi di interesse pubblico, che si verificano con un’assiduità tale da rendere impercettibile il comportamento illecito, divenuto oggi un’alternativa alla mancanza di lavoro.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le nostre città sono cresciute caoticamente, le nuove costruzioni sono qualitativamente scadenti e spesso degradate dopo pochi anni, l’arredo urbano non è curato ed è spesso inesistente.
Nello specifico di Firenze, le rare occasioni progettuali di potenziale cambiamento sono andate sprecate, e proprio da questi fallimenti è emersa la predisposizione dei privati nel dettare l’agenda per la programmazione e lo sviluppo urbano.
Dobbiamo ammettere che oggi l’architettura è assente dl dibattito civile e politico: è mancata un’attività di formazione e dialogo rivolta alla cittadinanza, finalizzata alla reale percezione dell’architettura e del lavoro dei suoi addetti come valore per sé stesso e per la collettività.
Vogliamo dire con forza che siamo stanchi di assistere impotenti a questa situazione e che faremo il possibile, come normalmente accade nel resto d’Europa, affinché nel nostro Paese l’architettura divenga il principale strumento per attivare e favorire lo sviluppo e la riqualificazione delle città.
La città di Firenze e il territorio toscano necessitano di una rivalsa per potersi confrontare con le altre città italiane ed europee.”

ed ecco come ne parla il Corriere Fiorentino

di Antonella Mollica

La nausea. Ecco la molla che ha fatto partire l’onda di protesta dei giovani architetti fiorentini. Un malessere che covava sotto la cenere da anni e che un giorno ha trovato la strada per uscire. «La nausea che arriva all’improvviso e ti sveglia dal torpore», spiegano. E che un giorno prende la forma di una lettera. Una lettera per raccontare il malcostume e le troppe occasioni sprecate in questa città. Sono arrivate quasi a quota cento le firme al «manifesto» che invoca una riflessione sul ruolo dell’architetto e chiede più trasparenza sul rapporto malato tra professionisti e la pubblica amministrazione. Il numero è destinato a crescere, anche perché in molti casi appare la firma dello studio ma dietro ci sono più persone. «Abbiamo avuto le adesioni anche da chi non avremmo mai immaginato — raccontano adesso sorridendo — E il rischio ora è che su questo carro siano in tanti a voler saltare».

Tra i promotori ci sono giovani architetti ma anche professionisti con quindici anni di lavoro sulle spalle, che lavorano in Italia e all’estero, che hanno vinto concorsi e che da anni si trovano a fare i conti con la difficoltà di questo lavoro. Ma tra i sostenitori ci sono anche architetti di lungo corso, sessantenni o settantenni, «tutte persone che evidentemente avevano il mal di pancia da anni» e che, come hanno scritto nella lettera aperta, si sono spesso sentiti ingranaggi di un sistema degradato. Ma questo, sottilineano, non è un problema di età. Si tratta di dare spazio ai bravi, più che ai giovani.
Adesso sull’onda della protesta è nato anche un blog dove sarà possibile confrontarsi alla luce del sole sull’argomento (http://firmiamolalettera.blogspot.com). «Alla luce del sole» lo ripetono spesso. Ma il percorso iniziato non finisce così, parola di architetti. Il fermento è grande. Le idee su come andare avanti sul sentiero tracciato sono tante. «Ne stiamo parlando, stiamo discutendo su quali dovranno essere le prossime mosse», spiegano. Anche lunedì sera c’è stato un altro incontro per fare il punto sulla situazione, per cercare di coinvolgere tutti quelli che hanno firmato. Ce ne saranno altri di incontri, per tirare le fila di un discorso partito da lontano. Un impegno che sta diventando sempre più importante se è vero che da giorni i promotori sono stati costretti a mettere da parte il lavoro quotidiano per dedicarsi alla causa della professione.
«Non siamo né strateghi, né politici, né comunicatori — spiegano — abbiamo fatto solo quello che pensavamo fosse giusto fare. Forse è utopistico pensare di poter cambiare le cose con una lettera ma dobbiamo provarci. E adesso ci sentiamo responsabili verso chi ha sottoscritto il nostro appello, per questo dobbiamo andare avanti». Non pensavano di ottenere un seguito così grande. Il successo della loro iniziativa li ha quasi spiazzati. «Non abbiamo fatto San Jacopino Il palazzo opera di Dezzi Bardeschi

niente di così coraggioso — ci tengono a dire — abbiamo aperto una porta, le scelte successive adesso vogliamo concordarle con gli altri». Quella porta è stata aperta così, senza troppo pensarci. «Tra di noi ne abbiamo sempre parlato ». Ne hanno parlato e si sono arrabbiati. Quante volte si sono detti «così non se ne può più, adesso basta».
«Queste non sono cose che succedono all’improvviso », spiega uno dei promotori dell’iniziativa. Però la sensazione è stata quella di chi si sveglia dal torpore una mattina. E allora diventa insopportabile, mentre sei in sala d’attesa con un numero in mano, vedere che arriva il tal professionista e salta la fila insieme al suo portaborse perché va direttamente dal dirigente che lo accoglie con tutti gli onori del caso. E diventa anche insopportabile vedere che vengono banditi concorsi, che vengono annunciati in pompa magna e mai realizzati, con grande sperpero di denaro pubblico.
«Siamo 5.000 architetti iscritti all’Ordine a Firenze, circa 4.900 si trovano a vivere questa situazione». C’è una frase che circola nell’ambiente che rende bene l’idea di questi concorsi che puntualmente naufragano: ha più probabilità di realizzare il progetto di un concorso chi non partecipa al concorso. E diventa anche difficile chiudere gli occhi di fronte ai tanti cantieri aperti con i soliti nomi. Inevitabile prendere il telefono e chiamare l’amico e dirgli: «Ma ti sembra giusto?». E l’altro: «No, non è giusto. Bisognerebbe farlo sapere anche agli altri, quelli che vivono i nostri stessi problemi». E allora perché non scrivere una lettera? Ai giornali, magari. È nata in tempi non sospetti quell’idea. L’estate scorsa, quando la vicenda giudiziaria di Castello, con i nomi altisonanti coinvolti, era ancora lontana. «Non ci sono motivi elettorali dietro questa nostra lettera», ci tengono a spiegare.
Certo, il caso-Castello è stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno. «Possibile che nessuno dica nulla, ci siamo chiesti. Nessuno che renda pubblico lo sdegno o che porti avanti una riflessione all’interno della nostra categoria su quello che sta accadendo?».
Si sono ritrovati un giorno, poi un altro e un altro ancora. Alcuni compagni dai tempi dell’università, altri colleghi conosciuti sul lavoro. Prima in quattro, poi in sei, poi in otto. Ognuno ha portato le sue idee. In origine il testo era molto più lungo, poi è stato tagliato, limato, affinato.
Qualcuno voleva scrivere una lettera più lunga, qualcuno la voleva più accesa nei toni. «Abbiamo cercato di non avere il tono di lamentela ma di essere propositivi. Abbiamo fatto la sintesi delle proposte di ciascuno e quello che è venuto fuori è quella lettera—appello che abbiamo inserito interamente nel blog. Noi protestiamo non perché ci manca il lavoro ma per come vengono gestiti i lavori. E non è un problema solo di Firenze». La gestione di questa città, concordano tutti, in questi anni non è stata buona. «Serve la trasparenza per garantire la qualità. In tutte le città d’Europa e del mondo si usa l’architettura per creare valore alla città e anche per dare una spinta economica alla città. È vero, Firenze ha dei monumenti importantissimi ma non può ripiegarsi solo sul passato, deve pensare anche al futuro. Di occasioni per dare uno slancio nuovo ce ne sarebbero tante ma fino ad oggi non sono state sfruttate. Bisogna capire e far capire quale è il valore che un buon progetto urbano può dare alla città. Qui non c’è un’idea di trasformazione pensata che possa dare un valore aggiunto, Firenze è una città rimasta bloccata. Di interventi ne sono stati fatti tanti ma manca una progettualità completa. Sembra che nessuno fino ad oggi si sia posto la domanda fondamentale: ma Firenze dove sta andando? ».

0 Comments

  1. alessandro cipriani

    Penso che dopo tantissimi anni in cui la ns. città è stata amministrata
    dalle stesse persone ,della stessa idea , che ci hanno condotto alla situazione attuale,co una totale mancanza di idee e di iniziative valide,anzi con una netta impostazione di chiusura verso idee nuove.
    Penso che occorra il coraggio di voltare pagina nel modo più netto e deciso.
    Gente nuova ,idee nuove, tanto coraggio e volontà ,tanto peggio di così non è possibile che si possa agire.
    Sandro

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  2. Beppe

    Sono contento di trovare questa notizia sul sito di AltraCittà; vuol dire che c’è una trasversalità che ci unisce, che ci sta facendo crescere; mi auguro che questo ci aiuti tutti a rispondere quando abbiamo bisogno gli uni degli altri.
    Fino a poco tempo fa una cosa come quella di questi “giovani” architetti sarebbe sembrata una battuta, oggi è una realtà e su questo si deve trovare la forza e la responsabilità di costruirci una politica, nel senso di POLIS.
    Gli architetti per primi.
    Si può cominciare a dire che la nostra coscienza non è negoziabile, per tanti di noi?
    Un caro saluto alla redazione e a tutti i lettori.

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