La libertà di pensare Dio sfidando la Chiesa

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di Vito Mancuso, da Repubblica

Si apre oggi (giovedì 10, n.d.r.) a Roma e durerà fino a sabato un convegno internazionale promosso dal Progetto Culturale della Cei con il patrocinio del Comune di Roma: “Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia tutto”. Il programma prevede la partecipazione di scienziati, storici, filosofi, scrittori, giornalisti, teologi. Condividendo l´urgenza dell´argomento, presento alcune considerazioni in forma necessariamente schematica che consegno alla pubblica riflessione.
1. La sfida della postmodernità alla fede in Dio non è più l´ateismo materialista. Tale era l´impresa della modernità, caratterizzata dal porre l´assoluto nello stato-partito o nel positivismo scientista, ma questi ideali sono crollati e oggi gli uomini sono sempre più lontani dall´ateismo teoreticamente impegnato. Gli odierni alfieri dell´ateismo vogliono distruggere la religione proprio mentre si connota il presente come “rivincita di Dio”, anzi la vogliono distruggere proprio perché ne percepiscono il ritorno, ma i loro stessi libri anti-religiosi, trattando a piene mani di religione, finiscono per alimentare la rivincita di Dio.
2. La questione epocale è piuttosto un´altra, cioè che tale rivincita non corrisponde per nulla a una rivincita del Dio cristiano.
La postmodernità col suo crescente desiderio di spiritualità non intende per nulla tradursi nelle tradizionali forme cristiane. Anzi, il cristianesimo continua a perdere fascino, annoia, nel migliore dei casi consola. La questione diviene quindi quale forma di spiritualità sia concepibile per un´epoca che vuole essere religiosa (persino mistica come prevedeva Malraux) ma non intende più essere cristiana nella forma tradizionale del termine. Affrontare questa sfida è essenziale per la teologia cristiana.
3. La teologia può tornare a far pensare gli uomini a Dio solo a due condizioni: radicale onestà intellettuale e primato della vita. Ha scritto Nietzsche: “Nelle cose dello spirito si deve essere onesti fino alla durezza”. È vero. Se vuole tornare a essere significativa, la teologia deve configurarsi come radicale onestà intellettuale. Vi sono stati pensatori che nel ‘900 hanno scritto di Dio in questo modo: penso a Florenskij, Bonhoeffer, Weil, Teilhard de Chardin. Si tratta di continuare sulla loro strada. Oggi la coscienza europea non è più disposta a dare credito a una teologia che dia il sospetto anche del minimo mercanteggiare.
4. In questa prospettiva la teologia deve intraprendere una lotta all´interno della Chiesa e della sua dottrina, talora persino contro la Chiesa e la sua dottrina, senza timore di dare scandalo ai fedeli perché il vero scandalo è il tradimento della verità e l´ipocrisia. Ha scritto nel 1990 il cardinal Ratzinger: “Nell´alfabeto della fede al posto d´onore è l´affermazione: In principio era il Logos. La fede ci attesta che fondamento di tutte le cose è l´eterna Ragione”. Parole sublimi, ma ecco il punto: proprio dall´esercizio della ragione all´interno della fede sorgono acute difficoltà logiche su non pochi asserti dottrinali. Simone Weil rilevò il paradosso: “Nel cristianesimo, sin dall´inizio o quasi, c´è un disagio dell´intelligenza”. Tale malaise de l´intelligence è attestato anche dal fatto che i principali teologi cattolici del ‘900 hanno avuto seri problemi con il magistero, penso a Teilhard de Chardin, Congar, de Lubac, Chenu, Rahner, Häring, Schillebeeckx, Dupuis, Panikkar, Küng, Molari. E oggi le cose non sono migliorate, anzi.
5. L´impostazione dominante rimane oggi la seguente: la teologia si esercita nella Chiesa e per la Chiesa e deve avere un esplicito controllo ecclesiale. Nel documento La vocazione ecclesiale del teologo, firmato dal cardinal Ratzinger nel 1990, il nesso chiesa-magistero-teologia è strettissimo. A mio avviso è precisamente questo nesso che oggi la teologia deve sottoporre a critica. Perché il cristianesimo possa continuare a vivere in Europa, è necessario che la teologia liberi il pensiero di Dio dalla forma rigidamente ecclesiastica impostale lungo i secoli con la morsa degli anathema sit e faccia entrare l´aria pulita della libertà. Non sto auspicando la scomparsa del magistero, ma il superamento della convinzione che la verità della fede si misuri sulla conformità a esso. Ciò che auspico è l´introduzione di una concezione dinamico-evolutiva della verità (verità uguale bene) e non più statico-dottrinaria (verità uguale dottrina). Ignazio di LoyolaUna teologia all´altezza dei tempi non può più configurarsi come obbedienza incondizionata al papa. L´obbedienza deve essere prestata solo alla verità, il che impone di affrontare anche le ombre e le contraddizioni della dottrina.
6. Ciò comporta il passaggio dal principio di autorità al principio di autenticità, ovvero il superamento dell´equazione “verità uguale dottrina” per porre invece “verità maggiore dottrina”. È esattamente la prospettiva della Bibbia, per la quale la verità è qualcosa di vitale su cui appoggiarsi e camminare, pane da mangiare, acqua da bere. In questo orizzonte l´esperienza spirituale ha più valore della dottrina, il primato non è della dogmatica ma della spiritualità, e i veri maestri della fede non sono i custodi dell´ortodossia ma i mistici e i santi (alcuni dei quali formalmente eterodossi come Meister Eckhart e Antonio Rosmini). Ne viene che un´affermazione dottrinale non sarà vera perché corrisponde a qualche versetto biblico o a qualche dogma ecclesiastico, ma perché non contraddice la vita, la vita giusta e buona. Si tratta di passare dal sistema chiuso e autoreferenziale che ragiona in base alla logica “ortodosso-eterodosso”, al sistema aperto e riferito alla vita che ragiona in base alla logica “vero-falso”, e ciò che determina la verità è la capacità di bene e di giustizia. Così la teologia diviene autentico pensiero del Dio vivo, qui e ora.
7. Concretizzando. Non si può continuare insegnare che la morte è stata introdotta dal peccato dell´uomo, mentre oggi si sa che la morte c´è da quando esiste la riproduzione sessuata, cioè milioni di anni prima della comparsa dell´uomo. Né si possono più sostenere così come sono i dogmi sul peccato originale, sull´origine dell´anima, sull´eternità dell´inferno, sulla risurrezione della carne. Occorre inoltre prendere atto dell´insufficiente risposta alla questione del male e del dolore innocente, la più antica e la più attuale sfida a ogni pensiero di Dio. Per quanto riguarda poi la morale sessuale, le parole del card. Poupard sul caso Galileo, cioè che la Chiesa di allora fu incapace di “dissociare la fede da una cosmologia millenaria”, devono portare a domandarsi se oggi non si è allo stesso modo incapaci di dissociare la fede da una biologia altrettanto millenaria e altrettanto sorpassata. È necessario un immenso lavoro perché l´occidente torni a riconoscersi nella sua religione, e la condizione indispensabile è che il cantiere della teologia si apra alla libertà. Infatti (per riprendere il sottotitolo del convegno romano) con o senza libertà cambia tutto. Ma l´attuale gerarchia della Chiesa è spiritualmente grado di cogliere l´urgenza della situazione e di aprirsi al rischio della libera intelligenza?

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