13 novembre 2018

La falsa partenza di Seves. "Il lavoro deve tornare al centro dell'attenzione"

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Filippo Poltronieri per l’Altracittà

Dopo quattro mesi dalla ripresa dell’attività, in Seves funziona una sola linea di produzione, troppo poco per dare garanzie ai lavoratori, che da ormai due anni sono abituati a convivere con la cassa integrazione e lo spettro della vendita. Riavviata la produzione, si sperava nel progressivo reinserimento dei lavoratori ancora cassaintegrati: il piano quinquennale presentato avrebbe dovuto ridare lustro alla produzione del mattone e offrire un futuro più tranquillo ai dipendenti dell’azienda.
Ma quali sono realmente le prospettive della multinazionale del mattone? Incontriamo un lavoratore non reintegrato, Marco e il rappresentante sindacale USB Leonardo Bolognini, per fare con loro il  punto della situazione.

Marco, in quali termini Seves ha deciso di riattivare la produzione?
“Il piano industriale con cui l’azienda ha deciso di ripartire nel luglio scorso è carico di ombre e non dà alcuna certezza per il futuro. Delle iniziali tre linee, ridotte a due con l’abbattersi della crisi, l’azienda ha deciso di metterne in funzione soltanto una: non si ammortizzano gli enormi costi di una produzione come quelli di Seves con una sola linea. Non c’è chiarezza: in queste condizioni si andrà avanti al massimo per qualche mese”.
Leonardo aggiunge: “Il piano presentato alle rappresentanze Rsu non coincide con quello presentato alle banche. Ci sono molti punti interrogativi sulle vere intenzioni della proprietà. L’obiettivo reale sembra quello di tirar su le quotazioni dell’impresa per venderla meglio fra qualche mese passando attraverso uno spin off (una divisione delle produzioni) che la renda più appetibile sul mercato: mattoni in vetro da una parte e isolatori dall’altra. Inoltre non ci viene permesso di entrare in fabbrica, di parlare con i lavoratori in un momento in cui la condivisione delle istanze è fondamentale”.

Quali sono secondo te gli obiettivi e le prospettive dell’azienda alla luce del nuovo piano industriale?
“Io credo che si sia ripartiti per vendere un terreno molto attraente, contiguo all’area di Castello, con un valore commerciale di 15 milioni di euro. Credo che la decisione di riaccendere il forno e riavviare la produzione sia dovuta da un lato ai finanziamenti che l’azienda ha ricevuto, dall’altro a una mera considerazione di convenienza: tenere chiuso lo stabilimento di Firenze, anche in vista di una possibile vendita, sarebbe stato più costoso che riaprirlo, seppure in perdita a causa dei notevoli costi fissi che un’azienda come Seves deve sostenere. Sembra che l’intenzione sia quella di aprire per vendere”.

Qual è il morale fra i lavoratori?
“In fabbrica il morale è basso. Si ha la sensazione di vivere alla giornata e il futuro è per tutti molto incerto. Non si hanno prospettive di bilancio legate a un serio piano industriale di crescita. Ogni lavoratore cerca di accontentarsi delle poche garanzie che gli vengono offerte. La solidarietà fra chi lavora e chi, come me, è fuori senza una ragione plausibile, è inesistente. In questo modo è difficile portare avanti le lotte necessarie per ottenere visibilità a livello cittadino e un po’ di chiarezza da dirigenza e istituzioni”.

Leonardo, cosa comporterebbe una chiusura dello stabilimento fiorentino?
“Un effetto a catena sulle altre fabbriche Seves in Italia, già in grave difficoltà, come Avellino e Torino. In tal caso il problema diventerebbe nazionale. La produzione di qualità dell’industria fiorentina ne uscirebbe decapitata, considerata la situazione di altre fabbriche, tutto a vantaggio di una politica delle villette e dell’edilizia che andrà a discapito dei consumatori che si troveranno a comprare prodotti di scarsa qualità a prezzi maggiorati”.

Di chi sono le responsabilità di una situazione così grave?
“Dobbiamo parlare delle assurde politiche di delocalizzazione dell’azienda che, nel tentativo di abbassare i costi di produzione, hanno fatto cadere a picco la qualità di un prodotto che era uno dei fiori all’occhiello del tessuto industriale fiorentino. Le istituzioni non hanno adeguatamente difeso i lavoratori. Hanno permesso il ricorso alla cassa integrazione straordinaria, attingendo un’altra volta alle tasche dei contribuenti, senza prima informarsi delle reali condizioni economiche in cui versava Seves, senza vigilare e senza cercare una soluzione che tutelasse la condizione dei lavoratori e costringesse l’azienda ad assumersi le proprie responsabilità. Smettiamola con questa mercificazione del lavoro: si deve mantenere e incoraggiare la qualità, esaltare le peculiarità. Il momento è drammatico: non si sente parlare di lavoro, la politica cittadina e nazionale non se ne occupano, e intanto le grandi aziende fuggono da Firenze o sono sull’orlo del baratro. Seves è uno dei tanti esempi”.

Cosa proponi per rimettere il tema Seves e in generale quello del lavoro al centro del dibattito cittadino?
“Intanto chiediamo maggiore trasparenza: in Seves un ragazzo che non aveva mai dato alcun problema non è stato reintegrato per “motivi operativi”, senza alcuna spiegazione. Il problema è che molti di questi lavoratori pensano di essere al sicuro, dal momento in cui la produzione è ripartita. Anzitutto bisogna parlare con loro per spiegare la situazione. Molti dal prossimo anno saranno a casa e non lo sanno. Dobbiamo chiedere la partecipazione di tutti, creare momenti di dibattito pubblico, di condivisione. Dopodiché si deve uscire dalle fabbriche e creare un percorso che risvegli le coscienze, che chiarisca che se Seves chiude non sono solo i lavoratori e le loro famiglie a subirne le conseguenze, bensì la città intera che si vedrà privata di una produzione di qualità. Invitiamo la cittadinanza a parlare dei problemi veri. Inoltre è importante responsabilizzare le aziende. Esistono dei legami col territorio che non possono essere recisi improvvisamente in un momento di crisi.  Seves non è mai andata in passivo; ci sono degli azionisti che hanno sempre chiuso il bilancio in utile; dove sono finiti quei soldi? Le istituzioni non dovrebbero ricorrere subito alla cassa integrazione: parafrasando Kennedy, ci si deve chiedere cosa sono in grado di fare le aziende per lo Stato oltre a ciò che lo Stato può fare per loro”.

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