La disobbedienza dei beni comuni

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di Alberto Lucarelli*

È tempo che i Comuni italiani ritrovino su temi di interesse generale una piattaforma di valori condivisi e di proposte politiche da portare avanti, anche attraverso il conflitto, su scala nazionale. È tempo di promuovere il progetto di una Rete dei Comuni per il Bene Comune, lanciato da Luigi de Magistris sulle pagine di questo giornale e sviluppato la scorsa settimana nei due incontri preparatori di Roma e Venezia, organizzati dal Centro studi per l’Alternativa Comune.

Le possibili linee di azione sono molteplici e convergono tutte verso una valorizzazione profonda dei beni comuni e dei diritti fondamentali ad essi collegati, sulla base di una democrazia rinnovata in grado di reagire alla tirannia del binomio autoritario sovranità-proprietà e alla mistificazione della rappresentanza.

In primo luogo, in attuazione della volontà referendaria espressa da 27 milioni di italiani lo scorso giugno, i Comuni dovranno impegnarsi, attraverso un patto federativo, a organizzare ed erogare il servizio idrico integrato secondo modelli pubblici e partecipati, in considerazione della natura di bene comune dell’acqua e delle relative reti, come è già avvenuto a Napoli con l’istituzione di Abc.
I Comuni, attese le precise responsabilità e competenze in materia di servizi pubblici locali, potrebbero farsi promotori di politiche energetiche partecipate rivolte alla valorizzazione dell’ambiente e delle risorse naturali quali beni comuni.

Inoltre, sempre in un’ottica di democrazia ambientale, i Comuni dovrebbero dimostrare che la gestione dei rifiuti possa fondarsi sulla politica delle “R”, piuttosto che su discariche ed inceneritori e che la tutela dell’aria e la qualità della vita nelle città passino sempre più attraverso la predisposizione di ampie Ztl.

La Rete potrebbe rafforzare la democrazia di prossimità e far sì che l’istituto delle municipalità, laddove previsto, sia messo nelle condizioni di operare in una dimensione di effettività, non già quale ulteriore luogo di mera rappresentanza svuotata di contenuti.
Le istituzioni comunali, in quanto enti esponenziali delle comunità presenti sul territorio, devono impegnarsi a porre in essere politiche inclusive sul versante della rappresentanza, aprendosi, ad esempio, alla partecipazione dei migranti, ponendo il problema politico della doppia cittadinanza e dello ius soli per tutti.

I Comuni potrebbero configurarsi sempre più quali laboratori di nuovi modelli di democrazia diretta e partecipativa, per il tramite, ad esempio, dello strumento referendario (referendum comunali).

I Comuni potrebbero, inoltre, costituire una sede congeniale per la formulazione e proposta di azioni democratiche “dal basso” da sottoporre alla Commissione europea ai sensi del Trattato di Lisbona e del reg. Ue n. 211/2001. Si pensi, in particolare, al progetto di una Carta europea dei beni comuni, così come deliberato dal Comune di Napoli, mediante la quale inserire la nozione di bene comune tra i valori fondanti dell’Unione e fronteggiare la dimensione mercantile del diritto comunitario.

Dai Comuni, infine, potrebbe partire il decisivo input per introdurre nell’ordinamento giuridico positivo la nozione di bene comune negli Statuti, oramai pienamente accolta nel dibattito culturale e dottrinale, al fine di influenzare le politiche pubbliche locali. Si tratterebbe, peraltro, di dare nuovo smalto ed effettività alle disposizioni di cui al titolo V, parte II della Costituzione, in particolare sul ruolo e le funzioni dei Comuni.

La Rete dei Comuni per il Bene Comune potrebbe costituire un modello alternativo di democrazia, oltre l’orizzonte attuale. Occorre fare in modo che ai Comuni, in una logica di democrazia economico-sociale, sia consentito di svolgere appieno le funzioni previste dalla Carta costituzionale, in armonia con l’art. 5 sulle autonomie locali e il decentramento. Si pensi, ad esempio, alla norma di cui all’ultimo comma dell’art. 119 della Costituzione, sulle possibilità di indebitamento degli enti locali per finanziare spese di investimento: come si concilia oggi tale disposizione con le regole del patto di stabilità?

Occorre pretendere che la Cassa Depositi e Prestiti abbandoni logiche mercantili e finanziarie e riprenda ad operare secondo la propria vocazione originaria, precedente alla sua trasformazione in società per azioni, ovvero rivolta allo sviluppo infrastrutturale dei territori e alla salvaguardia del welfare municipale. In questo senso va letta la proposta referendaria mia e di Mattei. Occorre reagire a questo federalismo demaniale che, così come configurato, potrebbe rappresentare la condizione per uno smembramento mercantile dello spazio pubblico attraverso procedure di alienazione del demanio.

La Rete dei Comuni per il Bene Comune potrebbe promuovere una campagna di disobbedienza avverso gli artt. 4-5 della legge n. 148/2011 che reintroducono processi forzati di privatizzazione dei servizi pubblici locali, determinando de facto il tradimento della volontà referendaria. Il primo atto della Rete potrebbe essere, oltre alla costruzione di una piattaforma comune di obiettivi, la predisposizione di un cahier de doléances che raccolga questi ed altri spunti, da presentare al Capo dello Stato ed al governo Monti per attuare e, soprattutto, far rispettare la Costituzione.

Si tratta di un progetto politico che parte dalla democrazia locale (ma che non ha nulla di localistico!) con l’ambizione di gettare le basi per un progetto politico nazionale. Un progetto che parta dalla centralità del lavoro con l’opposizione chiara e netta al “Laboratorio Pomigliano” esportato con violenza in tutto il mondo dell’occupazione, escludendo una parte della rappresentanza sindacale laddove non conforme agli accordi imposti da Marchionne. L’appuntamento, come ha scritto Luigi De Magistris, è a Napoli il prossimo 28 gennaio.

*Assessore ai beni comuni e alla democrazia partecipativa al Comune di Napoli

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