26 settembre 2018

La decrescita ai tempi della crisi. Intervista a Serge Latouche

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Lo abbiamo conosciuto anni fa alle Piagge, parlammo dei limiti dell’attuale sistema economico e della strada da intraprendere per far “decrescere” la nostra economia. Oggi che l’insostenibilità del capitalismo è sotto gli occhi di tutti anche la stampa mainstream intervista Serge Latouche. Ecco il colloquio con Gigi Riva dell’Espresso. (rc)

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Non ci si può naturalmente aspettare che la destra sposi qualunque teoria sulla decrescita né, che possa considerarla “felice”. Ma la vera novità, negativa secondo Serge Latouche, 71 anni, economista e filosofo francese, ideologo della necessità impellente di produrre e consumare meno (per vivere meglio), è che anche molti giovani e meno giovani di sinistra già “riconvertiti in verdi”, stanno tornando a vecchi dogmi che misurano il progresso con la capacità che hanno le fabbriche di sfornare beni. Ascolta un Nichi Vendola che si dice affascinato dalla “provocazione culturale di Latouche” ma per cui, per ora, la realtà è quella di una decrescita molto infelice, e allarga metaforicamente le braccia: “Amo Vendola ma non ho mai creduto alla sua conversione ideologica”. Insomma: pur se ha messo la parola “ecologia” nel nome del suo partito, non ha mai sposato fino in fondo le conseguenze di una scelta davvero, e radicalmente, verde. Gli contrappone, attualizzandolo, un politico italiano del passato, Enrico Berlinguer: “Nel 1977 lui usò il termine “austerità” e non venne capito. Io dico la stessa cosa con un’altra parola: “frugalità””. La nostra abbondanza frugale è la maniera “per superare un modello consumista dissennato che è entrato in crisi, i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero”.

Serge Latouche, una teoria – seppur affascinante – ha bisogno di un progetto politico. E se anche una fetta di sinistra, in epoca di crisi economica, pensa che la risposta sia la crescita, allora lei ha poche chances.
“Il problema è un cambiamento culturale profondo. I giovani tornano al produttivismo perché cercano un impiego che non hanno e non riescono nemmeno a immaginare una società che crea lavoro senza essere dentro la logica della crescita. Nessuno gliel’ha spiegata”.

È invece possibile.
“Partiamo dalla considerazione opposta. Da diverso tempo la crescita, almeno quella che noi conosciamo in Occidente e che negli anni più floridi è stata al massimo nell’ordine del 2 per cento, non crea posti di lavoro. Ci vorrebbe una crescita del 5-6 per cento per eliminare la disoccupazione. Cifra evidentemente impossibile da raggiungere”.

La politica, o meglio gli economisti che hanno sostituito i politici, si affannano su ricette che riducano i debiti pubblici e, se ci riescono, rilancino lo sviluppo.
“Sì, il famoso programma del vertice del G8 di Toronto del 2009 che si è chiuso con la doppia impostura contenuta nelle parole “rilancio” e “austerità”. Basta andare a chiedere ai greci cosa ne pensano di questa politica e dei suoi risultati catastrofici. In Grecia il popolo aveva votato massicciamente per un partito socialista che non è riuscito a realizzare i suoi progetti perché, a causa della pressione dei mercati, si è visto imporre un’austerità neo-liberale. Dopo il fallimento del socialismo reale assistiamo al vergognoso scivolamento della socialdemocrazia verso il social-liberismo. E non vale solo per la Grecia”.

Una parte degli economisti di sinistra cerca in effetti di badare al sodo: rilancio di consumi e investimenti per ridare un segno più al prodotto interno lordo.
“Lo fanno alcuni intellettuali, come Joseph Stiglitz, che rilanciano vecchie ricette keynesiane, ma è una terapia sbagliata. Almeno dagli anni Settanta i costi della crescita sono superiori ai suoi benefici e stiamo esaurendo le risorse naturali. Quella della crescita è solo un’illusione, un inganno che possiamo perpetuare per qualche anno, non di più. Prendiamo l’Europa ad esempio. Sia governi di sinistra come quelli di Papandreou o Zapatero, quando c’erano, sia di destra come Merkel o Sarkozy, continuano a proporre per uscire dalla crisi le stesse ricette che l’hanno prodotta. Quando ci vorrebbe il coraggio di uscire dalla logica della religione della crescita”.

Resta da capire con chi lei immagina di realizzare questo progetto.
“Con una sinistra che sia davvero tale e che superi qualche tabù come quello dell’euro. La moneta unica ci sta strangolando perché è supervalutata e ci impedisce di fare politiche nazionali di protezionismo economico e sociale. Ci impedisce, di fatto, di gestire la crisi perché non possiamo svalutare la moneta”.

La sua ricetta, decrescere, o “a-crescere” come lei ha precisato, per alcuni evoca una lugubre stagione di privazioni e rinunce.
“Siamo entrati lentamente nel capitalismo, che è il sinonimo di crescita, e lentamente ne usciremo. Grazie a un cambiamento lento, ma ineluttabile. Lavoreremo meno per produrre meno. Se si produce meno si distrugge meno natura, ma non è detto che si abbia necessariamente meno. Se invece di cambiare automobile ogni due anni e computer ogni anno li si cambia ogni dieci perché se ne producono di resistenti, la soddisfazione del bisogno di possedere quegli oggetti è esaudita ma c’è bisogno di meno denaro, dunque di meno lavoro. E si avrà più tempo libero per relazioni e affetti”.

C’è da chiedersi cosa faranno i dipendenti di quelle aziende di computer o auto.
“A loro volta avranno bisogno di meno. È il nostro rapporto col tempo che va completamente rivisto. Siamo così stressati che dormiamo, in media, meno che in passato, guardiamo troppa televisione, non facciamo sport, diventiamo obesi (altro problema sociale) e non ci occupiamo dei nostri bambini”.

Lei, professor Latouche, sta dipingendo un perfetto modello occidentale. Ma il mondo è assai più vasto.
“Infatti “decrescita” è uno slogan da usare per i Paesi ricchi, senza pretesa di imporlo ad altri. Io so solo, però, che l’ideologia della crescita è catastrofica per tutti, a ogni latitudine. Ma ciascuna società deve poi gestire il funzionamento dell’a-crescita secondo i propri valori. I cinesi arriveranno a pratiche ecologiche per poter stare meglio. Per gli africani la parola crescita non ha granché senso e semmai devono pensare di produrre di più nel settore alimentare. Ma stando attenti a salvaguadare il territorio”.

Tornando a noi: è di gran moda l’espressione “sviluppo sostenibile”.
“Mi spiace, non ci sto. Non c’è nessuno sviluppo che sia sostenibile oggi. Abbiamo dissipato troppe risorse. Dovremmo fare più attenzione. Penso sempre a due Tir che si incrociano sotto il tunnel del Monte Bianco e uno porta l’acqua minerale francese a voi, l’altro l’acqua minerale italiana a noi. Che spreco”.

Che altro guadagniamo dalla decrescita?
“Mi viene in mente Baldassarre Castiglione e il suo “Il cortigiano”, in cui suggeriva al Principe di dare più tempo alla vita contemplativa e alla riflessione e meno all’azione. Ecco, il tempo per se stessi sarebbe davvero il regalo migliore della decrescita”.

0 Comments

  1. Giulio

    Anch’io penso che si debba porre un freno al consumismo sfrenato ma non accetterei mai il Comunismo che, oltre ad essere già stato un fallimento epocale, ci isolerebbe da tutto il mondo progredito con conseguenze economico-sociali devastanti!

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  2. Marco Coghe

    Non mi sembra che Latouche parli di comunismo, ma di sinistra vera, che è cosa diversa anche se il comunismo come lo intendevano Marx o Gramsci, non mi sembra sia stato ancora pienamente sperimentato.
    Ciò detto trovo che Latouche abbia ragione, sia sul piano filosofico che su quello economico. In fisica è un dato comunemente accettato: nulla può crescere all’infinito in un “modello” finito, ed il nostro pianeta è, un modello finito.

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  3. roberto

    sostanzialmente d’accordo con quanto espresso nell’articolo. Ma S.L. in altri interventi si è dimostrato molto settario… ed è questo uno dei motivi della sconfitta dei pensieri alternativi dal medio evo in poi… farsi delle teorie e non saper valorizzare il “pezzo di verità” nelle teste altrui.

    Inoltre è molto importante sperimentare esempi di vita felice non consumista.
    —-
    Inoltre si tratta di dare una priorità ai desideri: è più importante la salute i l’iPhone? L’educazione o lo show. (sanremo calcio GP…)

    ne avri ancora per secoli da dire…

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